Guillaume Perreault, la star canadese del fumetto in tour in Italia: «Con i miei personaggi combatto la paura dell'ignoto»
Il «papà» della saga di Bob il postino spaziale sarà a Bolzano e al Salone del Libro di Torino: «Leggere è un gesto di resistenza contro un mondo che rende stupidi»
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Guillaume Perreault, la star canadese del fumetto in tour in Italia: «Con i miei personaggi combatto la paura dell'ignoto»
di Silvia M. C. SenetteIl «papà» della saga di Bob il postino spaziale sarà a Bolzano e al Salone del Libro di Torino: «Leggere è un gesto di resistenza contro un mondo che rende stupidi»
«Vedo il personaggio di Bob non come un brontolone, ma come qualcuno che contesta la tabella di marcia, che non accetta lo status quo e rivendica un modo migliore di vivere». La star dei fumetti, il canadese Guillaume Perreault ha trasformato un fallimento personale in un successo intergalattico. Sognava di diventare postino, bocciato all’esame, ha «ripiegato» sul disegno creando «Bob», l’eroe della routine più amato del fumetto contemporaneo. La sua serie, vincitrice dei premi Comicon e Orbil, è un mix di fantascienza e umanità. Martedì Guillaume Perreault arriva in Alto Adige, alla Nuova Libreria Cappelli di Bolzano (ore 17), prima tappa del tour che lo porterà al Salone del Libro di Torino con il nuovo capitolo della sua saga a fumetti, Il postino spaziale. Panico alla posta (Sinnos editrice, 176 pagine, 18 euro).
Perreault, dove nasce la sua creatività?
«Fin da piccolo mi perdevo nei mondi immaginari e lo faccio ancora, sognando sensazioni e suoni di vite fittizie. Scrivere e illustrare universi è un modo per viverli e per tollerarne l’assenza. Visto che questi mondi mi sembrano così veri, cerco di stabilirmi lì meglio che posso attraverso il disegno».
Il suo postino vive tra astronavi e iper-velocità. La missione di libri e fumetti?
«Ogni forma di letteratura oggi deve aiutarci a rallentare. Il libro, per la sua natura fisica, impone uno sforzo di resistenza contro un mondo troppo veloce, commerciale, che rende stupidi. È lo strumento perfetto per militare contro il regime della distrazione che ci viene imposto».
Pensando a sé da bambino, si riconosce più nel personaggio di Bob, amante dell’ordine, o di Marcelle, l’apprendista pronta all’ignoto?
«C’è tanto di me in Bob. Amavo sognare a occhi aperti, preferivo i Lego e il bricolage. Ero focalizzato sull’immaginario e sulla conoscenza, nonostante le difficoltà scolastiche. Sono diventato una “Marcelle” solo da adulto, aprendomi all’incontro con gli altri, un late bloomer, sono sbocciato in modo tardivo».
Nel libro «Panico alla posta» esplora l’errore. C’è stata una «melma verdognola» fondamentale nella sua carriera?
«L’intera carriera è stata un cammino di errori. Il mio primo libro, Cumulus, è stato una specie di mostro strano che ho dovuto sconfiggere: riflette un periodo difficile e faccio fatica ad apprezzarlo, ma mi ha permesso di imparare a fidarmi di me come autore. Senza quel passaggio non sarebbe mai nato il personaggio di Bob».
Quali personaggi cult hanno costruito la sua estetica e cosa legge oggi?
«Sono cresciuto con i classici: Tintin, Asterix, Gaston Lagaffe e Garfield. Oggi leggo molta fantascienza, specialmente quella vecchia, trovo conforto nelle visioni strambe del futuro. Amo anche i racconti brevi: ammiro chi riesce a sorprendere in pochissime pagine, senza essere pomposo».
Il suo «Bob» rivendica il diritto di essere «vagamente scontroso». È importante la vulnerabilità?
«Essere scontrosi non significa essere negativi, ma rispondere a un mondo che esige la perfezione. È un modo per tirare il freno a mano e dire: un attimo, possiamo ridiscutere ciò che stiamo facendo? Dovremmo tutti alzare la voce e mettere in dubbio il funzionamento delle cose, invece di restare inerti».
«Bob» non ha mani e piedi visibili sotto la divisa. C’è una ragione simbolica?
«È nata come scelta estetica: disegnavo schizzi di tute spaziali e mi interessavano solo forme e proporzioni. Ormai Bob era perfetto così e aggiungergli le estremità sembrava strano. Mi ricorda quei vecchi concept di tute talmente ingombranti da impedire ogni movimento».
Esiste un piano alternativo nella sua vita, lontano dal tavolo da disegno?
«Ci penso spesso: stare sempre al chiuso a disegnare è dura, a volte sento il bisogno di risultati concreti e manuali. Farei la guardia forestale o qualcosa legato alla natura, agli animali, lavorando direttamente con la terra».
Cosa le hanno insegnato i suoi personaggi?
«A gestire la paura dell’ignoto. Ci combatto ancora, ma spesso mi dico: se il mio personaggio ce l’ha fatta, posso farcela anche io».
Il complimento più bello che ha ricevuto?
«Sapere di avere trasmesso l’amore per la lettura a chi prima non leggeva, bambino o adulto che sia. Se dovessi lasciare un messaggio, direi: sognate di più e concedetevi una risata. Ce ne dimentichiamo troppo spesso».
Bolzano è la prima tappa di un tour nazionale. Se potesse portare con sé un pacco speciale, cosa ci metterebbe dentro?
«In teoria lo sciroppo d’acero, ma la verità è che nel pacco vorrei metterci il mio cane, è rimasto in Canada e mi manca già moltissimo».
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9 maggio 2026 ( modifica il 9 maggio 2026 | 17:45)
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