Aldo Moro, maestro di democrazia
Quarantotto anni fa l'assassinio del professore e leader politico. Il suo insegnamento non è consegnato al passato, ma vive e si rinnova in ogni giovane che sceglie di pensare, di partecipare, di costruire
Aldo Moro, maestro di democrazia
Pierpaolo D'Urso * | 9 maggio 2026Quarantotto anni fa l'assassinio del professore e leader politico. Il suo insegnamento non è consegnato al passato, ma vive e si rinnova in ogni giovane che sceglie di pensare, di partecipare, di costruire
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Nel silenzio raccolto delle aule universitarie, dove le idee prendono forma e le coscienze si educano alla responsabilità pubblica, la memoria di Aldo Moro continua a vibrare con una forza che attraversa il tempo. A quarantotto anni dal suo assassinio, non è soltanto il leader politico che vorrei ricordare, ma il professore, il maestro, l’uomo che seppe incarnare l’etica della democrazia dentro e fuori le istituzioni.
In lui, dimensione umana e responsabilità pubblica si fondevano in modo raro: la gentilezza dei modi, la profondità dello sguardo e una capacità autentica di ascolto lo rendevano figura di riferimento non solo accademica, ma anche umana. Moro non si limitava a insegnare: si prendeva cura del pensiero dei suoi studenti, ne accompagnava le inquietudini, ne sollecitava la crescita con discrezione e rispetto.
Come Preside della Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia, Comunicazione, sento il dovere di rievocare quella presenza discreta e profonda che Moro, professore di Istituzioni di diritto e procedura penale della nostra Facoltà, rappresentò per generazioni di studenti. Era un docente che pretendeva rigore, ascolto e responsabilità. La sua lezione non si esauriva nelle parole, ma si dispiegava nel metodo: il dubbio come strumento di conoscenza, il dialogo come fondamento della convivenza, la politica come servizio e non come esercizio di potere.
Anche nei gesti quotidiani si rifletteva questa visione. All’inizio di ogni lezione chiamava uno per uno gli studenti, quasi a ribadire che nessuno poteva restare invisibile. Per lui l’università era una comunità concreta di persone, non un insieme indistinto: conoscere gli studenti significava già iniziare a formarli.
Gli studenti lo ricordano ancora oggi per la sua capacità di instaurare un dialogo autentico, mai gerarchico, in cui ogni domanda trovava spazio e dignità. Nelle sue lezioni non c’era distanza, ma prossimità: Moro sapeva avvicinarsi alle coscienze, riconoscendo nei giovani non soltanto discenti, ma interlocutori, cittadini in formazione. Era esigente, certo, ma in quell’esigenza si coglieva una fiducia profonda nelle loro possibilità, una fiducia che diventava responsabilità condivisa.
Questa vicinanza si traduceva anche nel modo di rivolgersi agli studenti: li trattava con familiarità rispettosa, chiamandoli per nome e parlando loro con naturalezza. Era un modo per ridurre le distanze senza mai banalizzare il rapporto educativo, rafforzando invece il senso di responsabilità reciproca.
Moro insegnava che la democrazia non è mai un dato acquisito, ma un processo fragile, esposto alle tensioni della storia e alle derive dell’intolleranza. E proprio per questo la sua figura assume oggi una dimensione attuale e necessaria. In un tempo segnato da polarizzazioni, semplificazioni e sfiducia nelle istituzioni, la sua voce — mite ma ferma — ci richiama alla complessità, alla mediazione, alla fatica del confronto.
Questo insegnamento, che affonda le radici nella sua esperienza di docente, si rifletteva pienamente anche nella sua azione politica: Moro non cercava scorciatoie, ma percorsi condivisi, convinto che la dignità dell’uomo dovesse restare al centro di ogni decisione pubblica. La sua politica era profondamente umana, perché nutrita dalla stessa attenzione all’altro che coltivava nelle aule universitarie.
Non a caso portava gli studenti fuori dall’aula, nei luoghi reali della vita pubblica: le istituzioni, ma anche le carceri. Riteneva che comprendere lo Stato significasse confrontarsi con le sue conseguenze concrete. Nelle visite agli istituti penitenziari invitava i giovani a incontrare i detenuti, a misurarsi con la realtà della pena, a comprendere cosa significhi davvero la privazione della libertà.
Questa sensibilità nasceva da una concezione della giustizia profondamente orientata alla persona. Moro vedeva nella pena non uno strumento di vendetta, ma un percorso che dovesse lasciare spazio alla responsabilità e al cambiamento. Rifiutava ogni forma di punizione che cancellasse la speranza, convinto che la dignità dell’uomo non potesse mai essere annullata.
La sua tragica fine, per mano delle Brigate Rosse, non fu soltanto l’assassinio di un uomo, ma un attacco diretto al cuore dello Stato democratico. Moro divenne, suo malgrado, martire della Repubblica, simbolo di una stagione in cui la violenza cercò di piegare la libertà. Ma proprio in quella prova estrema, la sua figura si è elevata a testimonianza luminosa di coerenza e dignità.
E in quel giorno tragico riaffiora un dettaglio che colpisce profondamente: nella sua auto, colpita durante l’attentato, furono trovate alcune tesi di laurea. È un’immagine che unisce in modo drammatico la sua vita pubblica e la sua vocazione di professore: anche nel cuore della tragedia restano i segni concreti del suo legame con gli studenti.
Il ricordo di quei giorni restituisce la misura della sua statura morale: un uomo che, fino all’ultimo, non smise di interrogarsi sul destino collettivo, mantenendo una lucidità e una umanità che ancora oggi commuovono e interrogano le nostre coscienze.
Ricordarlo oggi significa non cedere all’oblio, ma rinnovare un impegno. Significa interrogarsi sul senso profondo della formazione universitaria: non soltanto trasmissione di saperi, ma costruzione di cittadini consapevoli. Significa, soprattutto, riconoscere che il suo insegnamento vive ancora ogni volta che scegliamo il dialogo invece dello scontro, la responsabilità invece dell’indifferenza, la democrazia invece della paura.
Nelle aule che lo videro docente, il suo esempio continua a vivere nei gesti quotidiani di chi insegna e di chi apprende: nella cura della parola, nell’attenzione all’altro, nella ricerca instancabile di verità condivise. È lì che il rapporto tra Moro e i suoi studenti si rinnova simbolicamente, trasformandosi in una eredità viva, capace di attraversare le generazioni.
Aldo Moro non appartiene soltanto alla storia: appartiene al nostro presente e, se sapremo ascoltarlo, anche al nostro futuro. Nelle aule che furono sue, nel pensiero di chi studia e insegna, continua a parlarci. E ci affida, con la sobrietà che lo contraddistingueva, una consegna semplice e altissima: custodire la libertà, con intelligenza e con coraggio.
Agli studenti non solo della nostra Facoltà, ma a tutti i giovani che oggi si formano nelle aule delle nostre università, vorrei rivolgere un pensiero diretto e partecipe: nelle vostre mani non c’è soltanto il vostro futuro personale, ma una parte della qualità della nostra democrazia. Guardate a Moro non come a una figura distante, ma come a un maestro vivo, capace ancora di interrogarvi, di chiedervi impegno, serietà, passione civile. Lasciate che il suo esempio vi accompagni nelle scelte quotidiane, nello studio, nel confronto, nella costruzione del vostro pensiero critico.
E proprio da questa eredità nasce una speranza che nessuna violenza potrà mai spegnere: perché le idee che Moro ha seminato continuano a germogliare nelle coscienze di chi crede nella democrazia, nel dialogo, nella dignità della persona. Il suo insegnamento non è consegnato al passato, ma vive e si rinnova in ogni giovane che sceglie di pensare, di partecipare, di costruire. In questo, risiede la nostra fiducia più profonda: che il futuro, illuminato dalla sua lezione, possa essere ancora spazio di libertà, giustizia e umanità condivisa. E che il suo esempio, silenzioso e potente, continui per sempre a indicarci la strada.
* Preside della Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia, Comunicazione, Sapienza – Università di Roma
9 maggio 2026
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