Francesco Sossai, il «re» dei David con Le Città di Pianura: «Il film mi è costato tanta fatica. Ora non voglio che la mia vita cambi, spero di riuscire a pagare le rate del mutuo»
Corriere della Sera - Cultura

Francesco Sossai, il «re» dei David con Le Città di Pianura: «Il film mi è costato tanta fatica. Ora non voglio che la mia vita cambi, spero di riuscire a pagare le rate del mutuo»

Venerdì 8 maggio 2026
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Francesco Sossai, il «re» dei David con Le Città di Pianura: «Il film mi è costato tanta fatica. Ora non voglio che la mia vita cambi, spero di riuscire a pagare le rate del mutuo»

di Sara D'Ascenzo

Il regista tra progetti, confessioni e ricordi: «I personaggi del mio film sono maschere e verità»

Scomodiamo Ennio Flaiano perché questo Francesco Sossai arrivato da Sedico, in provincia di Belluno è proprio «un marziano a Roma» e quatto quatto, con la forza potente del torrente di montagna, ha aperto il cofano della sua auto e ci ha messo dentro otto David di Donatello. Col suo piccolo grande film, Le città di pianura, che racconta un Veneto che fa i conti con la crisi e lo scippo del boom, del mito dell’ultima ombra e l’orrore dell’alluminio anodizzato, girato in pellicola ha sbancato i premi dell’Accademia del Cinema Italiano: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale insieme al sodale Adriano Candiago, miglior canzone originale a Marco Spigariol (Krano), miglior attore protagonista a Sergio Romano, miglior montaggio a Paolo Cottignola, miglior casting a Candiago, miglior produttore a Vivo Film, Rai Cinema, Maze Pictures, Cecilia Trauttvetter. 

I riconoscimenti

«Ho il telefono bollente da stamattina alle 8.30 (il 7 maggio, ndr)», ammette Sossai. Eh certo, prima ci sarà stato da fare l’ultima a Roma, come ha annunciato brandendo l’ultima statuetta davanti al pubblico di RaiUno, o meglio davanti a quei pochi sopravvissuti che all’1.38 erano ancora davanti allo schermo. «Macché - taglia corto Sossai - erano tutti chiusi i bar di Roma a quell’ora, una tristezza, non sono attrezzati per l’ultima...». Mentre lui lottava con l’angoscia vestito di tutto punto e con la spilla «Non c’è Italia senza cinema», al Cinema Italia di Belluno, il «suo» cinema del cuore, l’esercente Manuele Sangalli teneva aperto fin quasi alle 2 per permettere ai suoi fan di seguire la cerimonia in diretta: «Ma mia mamma mi ha detto che pochi irriducibili hanno retto fino alla fine. Volevo chiamarli dopo, ma sono entrato in una spirale di telefonate e strette di mano e non ce l’ho fatta: dopo i premi avevo bisogno di stare solo coi miei pensieri». Se gli si chiede che cosa rappresentino per lui quelle radici bellunesi che non gli hanno impedito di andare a studiare cinema a Berlino o di trasferirsi a Venezia e ora andare ad abitare a Treviso dove ha comprato casa, allarga le braccia: «Tragicamente tutto. Il mio cinema ha sempre ruotato intorno a quel luogo d’origine, ha sempre tentato di indagarlo. Questa zona cambia come in Stalker di Tarkovski. Trovo affascinante il rapporto con la terra».

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«Per noi è ancora ieri»

In queste ore, ma anche nei mesi scorsi, la platea si è divisa, tra chi ha colto nel suo film la presa in giro dello stereotipo del veneto ubriacone per raccontare qualcosa di più profondo del Veneto di oggi e chi non ha digerito proprio quello, puntando il dito contro quei due cinquantenni, Doriano e Carlobianchi (Pierpaolo Capovilla e Sergio Romano) che vagano per la campagna veneta e Venezia alla ricerca dell’ultima (ombra). «La commedia all’italiana - spiega Sossai - si basa da sempre sulla disamina delle maschere italiane. Io ho preso qualcosa che è un sentire comune riguardo al bere. Dentro lo stereotipo c’è comunque una realtà, questa maschere hanno una base di veridicità». Ma che cosa davvero rappresenti «l’ultima» per il regista è chiaro: «L’atteggiamento di base mi sembra che sia quello di non voler lasciare andare il passato. In Veneto mi sembra ci sia la paura di voler lasciar andare il passato, non capire il presente e non sapere dove andrà il futuro. Come dice Doriano davanti al Bacaro da Lele a Venezia: “Per noi è ancora ieri”. Ed è lo ieri del benessere economico, i soldi, non l’altroieri del passato agricolo».

Come cambia la vita

Ora chissà come cambierà la sua vita, dopo essere stata per certi versi dura arrivare a fare il film che voleva come lo voleva: «Mi è costato tanta fatica, volevo smettere - ammette - e senza i produttori e la Veneto Film Commission non ce l’avrei fatta, ma è stata una fatica bella. Ecco, forse in questo sono veneto, in questa accettazione divina della fatica, non mi fa paura passarci di nuovo. Spero che la mia vita non cambi da qui in poi, spero di riuscire a pagare le rate del mutuo. Spero sia un po’ più facile programmare i prossimi film; spero che i premi mi aiutino a entrare in un processo produttivo più agile». In quella Cinecittà che lo ha visto trionfare, Sossai si è portato dietro la precarietà dei suoi 37 anni e della sua generazione, che fuori protestava per i tagli al settore: «Mi sento rappresentante di un modo di fare cinema che ha delle difficoltà enormi. Un cinema indie, europeo, di una generazione che è la mia e mi sentivo totalmente in rappresentanza delle categorie in difficoltà». Il film tornerà in sala questo weekend e sarà curioso vedere che pubblico incontrerà. Ma il prossimo film? «Non posso ancora dire nulla, ma come sempre io e Adriano stiamo scrivendo, senza paura del successo di questo. I miei film (il primo è stato Altri cannibali, ndr) sono sempre stati diversi l’uno dall’altro. E anche il prossimo lo sarà, ma con un sentimento familiare. Come quando da bambino guardavo i film di Kubrick e pensavo: “Che bello, sembra sempre reimparare la lingua. Vorrei fare anche io così. Quando ho visto che mi avrebbe premiato Matthew Modine, dietro le quinte gli ho recitato il dialogo finale di Full Metal Jacket».

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