Ora è il tempo della prudenza
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Ora è il tempo della prudenza

Venerdì 8 maggio 2026
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Il referendum sulla giustizia non deve portare all’immobilismo ma a scelte meditate

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Ora è il tempo della prudenza

Gerardo Villanacci | 8 maggio 2026

Il referendum sulla giustizia non deve portare all’immobilismo ma a scelte meditate

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Ogni epoca storica, spesso ogni decennio, è caratterizzata da una parola chiave che ne riassume lo «spirito del tempo» vale a dire le sfide principali, le innovazioni tecnologiche e i cambiamenti sociali e culturali.
Si tratta di parole che riflettono le preoccupazioni e le aspirazioni collettive, sintetizzandone la complessità economica, sociale e politica in concetti accessibili. Descrivono un modo diverso di pensare, come è accaduto con l’espressione rivoluzione, illuminismo e digitale. Termini che hanno trasformato la forma del pensiero comune.
Per la nostra epoca la parola più appropriata è prudenza. Un sostantivo che coglie le incertezze che caratterizzano questi anni, in primo luogo nello scenario geopolitico e che non significa timidezza o passività ma esprime una forma di responsabilità lungimirante nel fare la cosa giusta utilizzando saggezza pratica nel prevederne le conseguenze future.

Soltanto la prudenza può trasformare il conflitto da distruttivo a generativo garantendo che le istituzioni rimangano focalizzate sulla tutela dei diritti fondamentali dei cittadini.
Con questo spirito deve essere analizzato l’esito del referendum del 22 e 23 marzo scorso, sul presupposto che nel nostro Paese le indicazioni elettorali, anche quelle referendarie, sono state storicamente decisive per le scelte politiche.
Per i sostenitori della riforma, l’esito negativo del referendum non deve indurli a rinunciare al contributo per la risoluzione delle annose problematiche della giustizia del nostro Paese. E ciò è possibile innanzitutto concentrandosi sulla concreta realizzazione delle riforme già approvate negli anni precedenti. Ultima la Riforma Cartabia la cui prima finalità è la riduzione dei tempi del processo. Un obiettivo che si sarebbe già dovuto raggiungere nel 2024 con l’abbattimento del 95% di arretrato.

Una modalità operativa che consentirebbe di poter contare anche sulla sponda istituzionale europea e della Corte Europea per i diritti dell’uomo (CEDU) essendo universalmente riconosciuto che l’attuale sistema italiano pregiudica il principio del giusto processo e l’equidistanza del giudice. In tal modo, peraltro, si conseguirebbe anche una favorevole presa di posizione dell’Europa, per conseguire una rinnovata legittimazione internazionale.

Un proposito che dovrebbe essere condiviso anche dai vincitori del referendum biasimando in primo luogo i festeggiamenti plateali di alcuni magistrati sostenitori del no. Un comportamento che di certo non aiuta a ripristinare la fiducia dei cittadini nella magistratura che oggi, in una percentuale dal 41 % al 54%, viene percepita come politicizzata. Una condotta prudente meno incline allo scontro mediatico aiuterebbe a riconquistare credibilità, spostando l’attenzione sulla qualità dei provvedimenti dei giudici. La prudenza eviterebbe altresì di offrire il fianco a critiche di invasione di campo nelle decisioni governative. Un clima di distensione favorisce la certezza del diritto, elemento essenziale per il benessere nazionale, ma permette anche al discorso politico e giudiziario di rientrare in un sistema cooperativo che faciliti riforme condivise senza compromettere l’equilibrio tra i poteri dello Stato.

D’altra parte, come non riconoscere che i problemi della giustizia sono rimasti irrisolti, a partire dalla ormai non più tollerabile lunghezza dei processi civili e penali fino a giungere ai ritardi nell’utilizzo delle innovazioni tecnologiche. Non è una questione secondaria poiché la digitalizzazione degli uffici giudiziari e l’introduzione di strumenti informatici più efficaci è una scelta non rinviabile, che tuttavia deve essere accompagnata da prudenza che nello specifico equivale ad equilibrio e responsabilità per evitare che la ricerca dell’efficienza comprima le garanzie fondamentali della persona. Modernizzare la giustizia non vuol dire solo accelerare le procedure, ma costruire un sistema capace di coniugare rapidità, trasparenza e tutela dei diritti.

Ecco, quindi, che piuttosto che compiacersi del risultato positivo oppure scoraggiarsi per l’esito negativo, si dovrebbe in primo luogo prendere atto che il referendum ha restituito l’immagine di un Paese ancora profondamente diviso sulla riforma della giustizia. Ma allo stesso tempo consapevole della necessità, per alcuni versi l’urgenza, di intervenire. Ed è proprio qui che la prudenza rivela il suo significato più autentico: non immobilismo o rinuncia al cambiamento, bensì capacità di compiere scelte meditate, evitando soluzioni dettate dall’emotività o dalla contrapposizione ideologica.

8 maggio 2026

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