Un’altra lezione d’inglese
Brexit, promesse tradite e populismo. L’estrema destra avanza nel Regno Unito. E i partiti tradizionali pagano il conto
Un’altra lezione d’inglese
Paolo Lepri | 8 maggio 2026Brexit, promesse tradite e populismo. L’estrema destra avanza nel Regno Unito. E i partiti tradizionali pagano il conto
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In un’epoca in cui i più impensabili paradossi sembrano diventare realtà — in primo luogo la presenza di uno sfascia-democrazia come Donald Trump alla guida del mondo «occidentale» — viene di ragionare al contrario. E se oggi, a dieci anni dal referendum che sancì il divorzio tra Londra e Bruxelles, fosse proprio la Brexit ad essere la causa dei mali del Regno Unito, resi clamorosamente visibili dal tracollo dei partiti storici — i laburisti del primo ministro Keir Starmer soprattutto — nelle elezioni amministrative del 7 maggio? Non si può assolutamente escludere.
L’ipotesi è suggestiva, come ci immaginiamo pensi anche uno scrittore inglese molto filo-europeo, il francofono Julian Barnes, autore di una memorabile e ironica osservazione: «Sono diventato più di sinistra perché il centro si è spostato più a destra». Nel frattempo, però, si può dire qualsiasi cosa tranne che il leader di Reform, Nigel Farage, sia arrivato di nascosto, senza farsi annunciare. Tutti lo hanno visto, ma non ne hanno tratto le conseguenze.
Viene da credere, insomma, che quello strappo sia all’origine di tutto. E che se non ci fosse stato non si sarebbe scoperchiato il solito, indistruttibile vaso di Pandora: un vaso da cui è uscita la legittimazione del «meglio fare da soli», dell’ossessione contro gli «altri», dell’illusione di un radioso avvenire che non si è concretizzato. Non sono poche le responsabilità dei Tories di Kemi Badenoch, distrutti dalle bugie di Boris Johnson e dall’incompetenza di Theresa May, ormai ridotti alla lotta per sopravvivere.
Certo, il terremoto che rischia di fare crollare il sistema politico di questa nazione sofferente ha lo stesso ruggito delle parole d’ordine più isolazioniste, se non addirittura nazionaliste, che abbiamo ascoltato minacciose in questo decennio. Come sottolinea il politologo Sir John Curtice in un commento per la Bbc, è un fatto che il partito di Farage si sia battuto meglio nei luoghi dove il «sì» aveva trionfato nel 2016, arrivando fino al 41 per cento dei voti. Ma è anche vero che in quei tormentati anni seguire la strada del compromesso piuttosto che quella della rottura, privilegiando la carta della persuasione, sarebbe stato più utile. Lavorando in modo efficiente, senza servirsi di slogan, per la protezione e la sicurezza dei cittadini.
Ma mettiamo da parte la Brexit, anche se perfino l’ex Segretario permanente del Dipartimento per l’uscita dall’Ue, Philip Rycroft (uno degli uomini-chiave di quella fase) ha recentemente sostenuto, dati economici alla mano, che andrebbero valutati chiaramente i benefici di un ritorno in Europa «nell’interesse della Nazione» perché le promesse del leave non sono state mantenute. Quest’ultimo concetto, più in generale, sembra essere il nocciolo della questione. Sono gli impegni non rispettati, più in generale, ad alimentare la protesta anti-establishment che ha trovato nel voto in Gran Bretagna uno sbocco capace di incrinare l’esistenza stessa della forze politiche più antiche e dell’intero sistema. Nemmeno il maggioritario a turno unico appare in grado di evitare il naufragio. Anzi l’elevata frammentazione, provocata anche dalla crisi di credibilità di un partito conservatore che non è mai riuscito a bloccare le fughe verso Reform di suoi esponenti piccoli e grandi (ignorando se non condividendo xenofobia ed estremismo) può rompere ancora meglio il giocattolo.
In tutto questo, un ruolo fondamentale viene svolto dalle divisioni e dalla litigiosità del campo progressista. È da tempo che il primo ministro laburista Keir Starmer combatte la battaglia più dura all’interno del suo stesso partito. I giornali parlano continuamente di complotti, raccontano di dissidenti che passano le giornate a contarsi ignorando il buon senso. Nessuno vuole capire, o fa finta di non rendersi conto, che la governance di un Paese moderno deve dare il senso di agire per una causa comune. È un gigantesco errore commesso sotto gli occhi degli elettori: un errore in grado di aumentare la «percezione di novità» dei soggetti che si presentano sul palco, come gli eco-populisti di Zack Polanski, protagonisti anch’essi di un successo tanto prevedibile quanto probabilmente effimero. E troppo spesso si guarda in quella direzione invece di ascoltare e poi decidere. Decidere senza dimenticare il malessere delle persone impaurite da un mondo cambiato.
La lezione inglese, comunque, vale per molti altri Paesi di questo continente in cui la destra radicale è in ascesa e i partiti tradizionali arrancano. Sarà anche ovvio, ma bisogna governare bene. Lo ripeteva sempre Angela Merkel. In più, dove questo problema si presenta, il muro «costituzionale» o non esiste più, come in Francia, o rischia di tremare perché non tutti i mattoni sono al loro posto, come in Germania (soprattutto nell’ex Ddr), nella quale Alternative für Deutschland, conoscendo le sue posizioni e i suoi dirigenti, rappresenta una minaccia rilevante per la tenuta della democrazia. Per non parlare dell’Europa dell’Est, dove i socialdemocratici stanno vivendo una lenta agonia che non sembra destinata a fermarsi guardando verso Mosca, criticando l’Europa, o scegliendo posizioni populiste. Quanto è accaduto pochi giorni fa in Romania, dove hanno presentato una mozione comune con gli estremisti nazionalisti per fare cadere il governo del liberale Ilie Bolojan, costituisce un evidente segnale di allarme.
Lo scenario in cui si sono inserite le elezioni britanniche è naturalmente dominato, in modo molto ingombrante, dall’azione di Trump e dalla sua propaganda distruttiva. Al contrario di altri leader mondiali, non è stato di molto ausilio per Starmer avere avuto tensioni con il grande guastatore. C’è chi pensa che al numero dieci di Downing Street le reazioni siano state troppo blande, ma forse il problema non è questo. Tante cose sono successe e da questa parte dell’Atlantico, anche a destra, gli entusiasmi e i legami non sono certo quelli di inizio mandato. Ma il presidente americano ha in ogni caso sdoganato ogni tipo di estremismo. Con lui tutto è possibile. Anche Nigel Farage, con la sua risata, primo ministro del Regno Unito.
8 maggio 2026
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