Nicolle Boroni, il coraggio di salire in vetta con una mano sola: «Al liceo sportivo non mi hanno voluta, oggi vado lì a parlare di inclusione»
Corriere della Sera - Cultura

Nicolle Boroni, il coraggio di salire in vetta con una mano sola: «Al liceo sportivo non mi hanno voluta, oggi vado lì a parlare di inclusione»

Venerdì 8 maggio 2026
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La 33enne trentina ha perso l'arto da bambina in un incidente domestico. La sua storia ha ispirato il docufilm La Cima: «L'arrampicata mi ha aiutato a non vergognarmi della mia condizione»

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Nicolle Boroni, il coraggio di salire in vetta con una mano sola: «Al liceo sportivo non mi hanno voluta, oggi vado lì a parlare di inclusione»

di Mario Parolari

La 33enne trentina ha perso l'arto da bambina in un incidente domestico. La sua storia ha ispirato il docufilm La Cima: «L'arrampicata mi ha aiutato a non vergognarmi della mia condizione»

Il docufilm si chiama La Cima, e segue tre arrampicatori per i loro percorsi sulle Dolomiti, con la salita verso la vetta che diventa obiettivo di gruppo e la montagna come elemento di unione e di inclusione. Presentato in occasione dell'ultima edizione del Trento Film Festival, ha vinto il premio Dolomiti Patrimonio Mondiale. Con il regista Simone Cargnoni, in sala c’erano i tre protagonisti, Kevin Ferrari, Gianluigi Rosa e Nicolle Boroni. Tutti e tre hanno avuto incidenti che li hanno condizionati nelle loro vite sportive e non. Nicolle Boroni, 33 anni, originaria di Bocenago, in Val Rendena, quando ne aveva quattro ha perso una mano in un incidente domestico. Oggi, dopo aver superato molti ostacoli, è diventata responsabile dell'area eventi dell’Atp di Campiglio, e con l’associazione sportiva Dolomiti Open aiuta i ragazzi con disabilità a godere degli alti panorami montani.

Nicolle Boroni, com’è stato presentare il documentario al Trento Film Festival?
«C’era la sala piena, abbiamo ricevuto tanti commenti positivi e riscontrato tanta emozione in sala a fine film. Gli spettatori sono passati a salutarci, è stato molto emozionante. Speriamo di riuscire a portarlo a Pinzolo durante l’estate, e poi in tutta Italia».

Com’è nato questo docufilm?
«
Il progetto nasce dopo dieci anni di Brenta Open, un evento di Dolomiti Open per accompagnare in estate persone con diverse disabilità per due giorni nei rifugi, insieme alle guide alpine. Il gruppo arriva in rifugio e il giorno successivo noi tre protagonisti del film scaliamo una vetta vicina con alcuni musicisti, che realizzano un concerto di ‘echi dalle cime’. Chi suona dal rifugio assiste così a un passaggio di testimone con i musicisti in vetta, che crea un legame di unione».

Quando hai deciso di iniziare ad arrampicare?
«All’iscrizione al liceo sportivo a Tione un responsabile mi ha detto che senza una mano non avrei potuto fare le lezioni di arrampicata. Non mi hanno lasciato scelta, ma imposto un limite. Penso fosse ancora un tabù. Oggi con Dolomiti Open vado nello stesso indirizzo a parlare di inclusione e accessibilità».

Come hai reagito?
«
A 13 anni l'ultima cosa che non vuoi sentirti dire è che non puoi fare qualcosa. Era un periodo di scelte importanti per il futuro, e non mi ha per niente incoraggiato. Ho deciso di andarmene, e mi sono iscritta al liceo linguistico ad Arco. Sono felicissima, non rimpiango quella scelta né l’incidente. Ho imparato inglese, tedesco, francese, e il portoghese. Ho conosciuto persone straordinarie, viaggiato tantissimo e ad Arco ho scoperto la passione per l’arrampicata».

Come hai iniziato?
«
Mi hanno incoraggiata le mie amiche, volevano che andassi con loro. Io non ero sicura, ma mi dicevano: ‘Riesci a far tutto, figurati se non riesci ad arrampicare con una mano sola. Ti aiutiamo noi’. Ed è nata la mia passione. Oggi vado spesso con il mio gruppo di amici, mi piacerebbe scalare il Campanil Alto. L’arrampicata mi ha aiutato a superare un periodo difficile e un blocco mentale».

Come?
«Durante l’adolescenza avevo vergogna nel farmi vedere senza una mano, ero timida e tendevo a nascondermi. Poi, in quinta superiore sono partita con un’amica per un viaggio di volontariato in Ecuador. Siamo capitati in un centro di ragazzi con disabilità, che sono emarginati e vittime del traffico di droga. Quel viaggio mi ha fatto rivalutare le mie fortune: in Trentino ho sicurezza e persone che mi vogliono bene. Ho capito che non potevo perdere tempo a vergognarmi, a non sentirmi me stessa per paura del giudizio degli altri. Ho iniziato a postare foto sui social, a condividere le mie arrampicate, e a ricevere tanti messaggi positivi. Dicevano: ‘Sei una forza! Vederti scalare mi aiuta a mettermi in gioco’. Mi sono sentita portatrice di un messaggio positivo. Da lì è arrivata la chiamata per Brenta Open».

Con cui assieme a Kevin Ferrari e Gianluigi Rosa porti in montagna persone con disabilità.
«All’inizio gli organizzatori hanno visto la nostra determinazione e le nostre capacità, e si sono resi molto disponibili. Così ci hanno dato la possibilità di testare i nostri limiti, che sono divenuti opportunità. Da allora ho partecipato per sette anni. Oggi ci siamo estesi anche a Cortina, facciamo diverse attività di condivisione ed esperienze sensoriali, e con noi vengono anche dei ragazzi affetti da autismo. In montagna l’ostacolo, la radice sul sentiero, c’è per tutti, anche per chi ha una mano sola. Il cammino insieme per arrivare al rifugio è una conquista del gruppo. Questa è la metafora del film».

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8 maggio 2026 ( modifica il 8 maggio 2026 | 09:20)

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