Il campo di guerra è la nostra coscienza
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Il campo di guerra è la nostra coscienza
di Fortunato CerlinoSono ore di ansia per le sorti di chi ha preso parte alla nuova missione della Global Sumud Flotilla, bloccata dalle forze israeliane in acque internazionali. I soldati hanno intercettato molte delle 58 imbarcazioni che componevano la spedizione umanitaria diretta verso la Striscia di Gaza, e alcuni attivisti sono stati fermati e arrestati.
Ora, c’è un punto di questa vicenda che rischia di perdersi tra polemiche, accuse, letture ideologiche o politiche di parte. Si può discutere di tutto: di chi partecipa, delle intenzioni, delle ambiguità, perfino delle eventuali strumentalizzazioni. Ma c’è un dato che resta evidente, quasi imbarazzante nella sua semplicità. Nel sistema delle relazioni internazionali contemporanee è praticamente impossibile compiere un’azione concreta di soccorso senza entrare in conflitto con le logiche di potere esistenti. L’abbordaggio della flottiglia mostra, con chiarezza, che chiunque voglia trasformare la pietà in azione, la compassione in gesto reale, si trova davanti a un muro fatto di equilibri diplomatici, interessi strategici, vincoli militari ed economici, che finisce per neutralizzare qualsiasi tentativo di intervento in scenari di catastrofi umanitarie, anche solo per lanciare un messaggio. Nella speranza di mantenere viva l’attenzione di coscienze progressivamente addomesticate dai carrelli di Amazon e dai pacchetti di offerte dei broadcaster.
C’è chi, per fortuna, non riesce a mettere in background le immagini dei bambini mutilati dalle bombe, morti tra le braccia dei genitori, decimati dalla fame e dall’indigenza come fossero mosche. C’è chi non è disposto a compromettere la propria integrità morale ed etica, facendosi raggirare da parole vuote e proclami sterili, da convenzioni e carte dei diritti che non hanno più alcuna efficacia reale.
La domanda, allora, non riguarda più la legittimità o l’opportunità della missione della Flottiglia, ma se il sistema di relazioni internazionali che abbiamo costruito ci consenta ancora di essere umani.
Di fronte a quanto abbiamo visto a Gaza (ma non solo), la comunità internazionale avrebbe dovuto ergersi compatta. Costringere le regole e le leggi internazionali a piegarsi al bisogno di solidarietà, aggirando qualsiasi ostacolo, magari aprendo tavoli di confronto seri e reali dove le ragioni di tutti potessero essere ascoltate, ma perseguendo l’unico obiettivo non negoziabile: fermare la strage.
Questo non significa ignorare le esigenze di sicurezza o la complessità dei conflitti, ma riconoscere che esiste un limite oltre il quale la complessità smette di essere una spiegazione e diventa un alibi.
Se la flottiglia non risponde alle regole delle relazioni internazionali in essere, cosa ha impedito ai governi di superare l’impasse? Immaginando magari non tanto un nuovo organismo sovranazionale, quanto il rafforzamento concreto di quelli già esistenti, capaci di raccoglierne le intenzioni? Realtà come Medici Senza Frontiere o altre organizzazioni umanitarie che già operano nei territori di crisi sono invece lasciate sole o prive degli strumenti politici per incidere davvero.
Quello della tensione tra legge e compassione, tra ordine costituito e gesto umano è, in realtà, un tema antico che attraversa tutta la storia ed è stato raccontato più volte in forme diverse (si pensi all’Antigone) ma mai risolto. Un nodo che lega tradizioni diverse, lontane nel tempo e nello spazio, ma sorprendentemente convergenti.
Una narrazione superficiale tende a farci pensare, ad esempio, al Cristo come figura mansueta, tutta raccolta nella dolcezza. Ma questa è solo una metà della storia. L’altra, rimossa o manipolata, riguarda la forza di cui l’amore ha bisogno per scardinare le logiche del mondo. Una forza che, pur non confondendosi con la violenza, non è un concetto astratto, ma resilienza attiva, capace di mettere a nudo le ambiguità delle istituzioni e delle leggi. Cristo non si limita a predicare. Interviene, rompe, espone. Entra nel tempio e rovescia i tavoli dei cambiavalute. Sfida apertamente i sacerdoti. Pronuncia parole potenti, come quando parla di distruggere il tempio per farlo risorgere in tre giorni. Non lo distrugge con le bombe, ma mostrando la verità. Perché la spada di cui parla non è un’arma, ma una lama che taglia le coscienze. Lo stesso concetto che nell’Islam è espresso dall’idea di jihad interiore, spesso deformato da letture strumentali. Si tratta di una lotta che riguarda l’individuo, il cui campo di battaglia è la propria coscienza. Mahatma Gandhi ne è stato un altro esempio luminoso, che avrebbe dovuto chiarire, una volta per tutte, che quando si parla di forza dell’amore non ci si riferisce alla violenza, ma a una forma di resistenza radicale capace di opporsi senza distruggere. Ma questa tensione tra legge e compassione appartiene anche alla tradizione ebraica: «Non per potenza né per forza, ma per il mio spirito, dice il Signore». (Zaccaria 4,6). «Non ti vendicherai e non serberai rancore… ma amerai il tuo prossimo come te stesso». (Levitico 19,18). «Allontanati dal male e fa’ il bene, cerca la pace e perseguila». (Salmo 34,15)
Insegnamenti che dovrebbero far vergognare chiunque li travisi per giustificare azioni sanguinarie.
Tornando alla figura del Cristo, c’è ancora un altro aspetto dell’amore che dovrebbe farci riflettere: l’idea che voltarsi dall’altra parte, di fronte alla sofferenza, non sia neutralità ma complicità, una forma di partecipazione passiva al male.
«Perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare,
ho avuto sete e mi avete dato da bere;
ero straniero e mi avete accolto,
nudo e mi avete vestito,
malato e mi avete visitato,
ero in carcere e siete venuti a trovarmi».
(Vangelo di Matteo 25, 35-36 )
Quello della Flottiglia, allora, non è solo un episodio politico, ma un sintomo. Ci dice che quando l’amore (quello concreto, che si traduce in azione) deve chiedere il permesso alla politica per esistere, allora non è più amore. È già corruzione.
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