Le occasioni perdute
Il mondo appeso a un accordo. Europa, Medio Oriente e Cina: gli scenari dopo due mesi di guerra. Tutte le difficoltà dell’America di Trump
Le occasioni perdute
Giuseppe Sarcina | 7 maggio 2026Il mondo appeso a un accordo. Europa, Medio Oriente e Cina: gli scenari dopo due mesi di guerra. Tutte le difficoltà dell’America di Trump
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Donald Trump ha fretta di chiudere un accordo. Vedremo se anche a Teheran c’è lo stesso interesse. La lista dei danni causati da questi sciagurati sessanta giorni di guerra è talmente lunga che probabilmente a noi europei andrà comunque bene.
Il presidente americano dovrà accettare uno schema molto diverso da quello immaginato e annunciato all’inizio del conflitto. L’Iran potrebbe concedere una moratoria, una pausa nel piano di arricchimento dell’uranio, ma non cancellerà per sempre il percorso che porta alla costruzione della bomba atomica. A Teheran non c’è stato alcun cambio di regime, anche se il controllo della dittatura sembra passato dagli ayatollah ai pasdaran. Ancora: la capacità militare iraniana sarà pure diminuita, ma è stata comunque sufficiente per costringere la Us Navy, la più potente del mondo, a rinunciare al roboante «Project Freedom», il piano per ripristinare con la forza la navigazione nello Stretto di Hormuz.
Sul piano geopolitico, Trump è riuscito nell’impresa di litigare praticamente con tutti gli alleati. Un Nobel capovolto. Si è parlato molto, naturalmente, delle tensioni con Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer e, da ultimo, con Giorgia Meloni.
Nel vortice è finito persino il Papa. Ieri, il segretario di Stato Marco Rubio ha tentato il recupero, chiedendo a Leone XIV di favorire il dialogo tra Washington e Teheran. Un invito che sembra tardivo e che, visto come sono andate le cose finora, potrebbe essere azzerato già nelle prossime ore da un qualche post di Trump sui social. Vedremo come lo interpreterà la diplomazia vaticana che, in ogni caso, non si è certo risparmiata su alcun fronte: dall’Ucraina al Medio Oriente.
Il presidente degli Stati Uniti ha seminato divisioni persino tra le sei monarchie del Golfo, il blocco su cui contava per ridisegnare gli equilibri nel Medio Oriente e che avrebbe potuto fare da sponda con Teheran. La guerra e le estenuanti oscillazioni di Trump, condizionato anche dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, hanno cambiato lo scenario. Oggi, i più delusi sono gli Emirati Arabi. Hanno subito più di tutti gli attacchi dei droni e dei missili iraniani, arrivando al punto di sollecitare Trump ad andare fino in fondo, fino ad ottenere la resa dei Pasdaran. Il principe saudita, Mohammed Bin Salman, invece, ora vuole un accordo purchessia: evidentemente si sente abbastanza forte per tenere testa all’Iran e, soprattutto, ha fretta di tornare agli affari. Il rapporto tra le due monarchie si è incrinato al punto che gli Emirati Arabi hanno deciso di uscire dall’Opec, l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, sostanzialmente dominata dai sauditi.
Infine, la Cina. Lo scorso febbraio, una robusta corrente di pensiero negli Usa e in Europa sosteneva che il vero obiettivo della Casa Bianca fosse quello di impadronirsi del petrolio iraniano per mettere in difficoltà Pechino. Ma è accaduto esattamente il contrario. In realtà, il greggio copre il 18,2% del fabbisogno energetico cinese equivalenti a circa 15 milioni di barili al giorno (dati 2025). Pechino ne acquista 5,5 milioni dai Paesi del Golfo, vale a dire il 6% del consumo cinese. E l’Iran pesa solo per l’1,5% sul totale. Certo, i prezzi degli idrocarburi sono aumentati per tutti, ma non al punto da mandare in tilt l’economia cinese. Questi numeri spiegano perché Xi Jinping abbia potuto gestire con la solita flemma la crisi nel Medio Oriente, senza indebolire la posizione negoziale dell’Iran, uno dei suoi sempre più numerosi «junior partner».
Ma ci sono anche i contraccolpi politici. Il più vistoso riguarda proprio noi europei. I leader dei principali Paesi sono rimasti, ancora una volta, a guardare. Conosciamo l’obiezione: né Trump né gli ayatollah riconoscono un ruolo di mediazione ai governi del Vecchio Continente. Tuttavia, in politica e in diplomazia non sempre occorre un invito formale per muoversi. Nel 2015, Regno Unito, Francia e Germania costruirono l’intesa sul nucleare iraniano insieme con Stati Uniti, Russia e Cina. Ai negoziati partecipò anche l’Unione europea, nella figura dell’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la sicurezza comune, all’epoca Federica Mogherini. Vero, Macron, Starmer, Merz si sono adoperati per mettere insieme una nutrita «Coalizione dei volenterosi» che, al momento, però, non ha raggiunto alcun risultato. Forse ha ragione chi sostiene che ormai sia troppo tardi per inserirsi nella trattativa tra Washington e Teheran. Fino a qualche settimana fa, però, il tempo c’era.
Un’occasione mancata, quindi, per far crescere il ruolo politico dell’Europa. Eppure, l’allarme era e resta alto. A Bruxelles e in altre capitali sono stati elaborate, in modo riservato, diverse previsioni. La più pessimistica prevede, entro la metà del 2027, una diminuzione del Pil intorno al 2-3%, un’impennata dell’inflazione di 3-4 punti percentuali, nonché un crollo degli investimenti industriali intorno al 18% e dei consumi tra il 3 e il 4%. Probabilmente, l’accordo trumpiano ci risparmierà questa catastrofe. Ma la prolungata chiusura dello Stretto di Hormuz e la sua condizione instabile per chissà quanto tempo costringeranno le aziende a ripensare le catene dei loro fornitori. È il tema, cruciale, della sicurezza economica. Non si tratta solo di petrolio e gas, ma anche di alluminio, elio, zolfo, plastica, prodotti petrolchimici, fertilizzanti. Difficoltà che investiranno in maniera profonda e trasversale quasi tutti i comparti: dai semiconduttori all’agricoltura; dai farmaci alle auto; dalle costruzioni alla carta. Anche per questo i governi europei avrebbero dovuto fare di più, giocando, per una volta, d’anticipo.
7 maggio 2026
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