L'università come motore della crescita
Più ricerca e capitale umano ci consentirebbero di recuperare i ritardi accumulati. Sarebbe importante nel prossimo triennio, una crescita del fondo di finanziamento ordinario delle università (il cosiddetto FFO) almeno pari al valore risultante dall’applicazione dei tassi di variazione massimi annui della spesa primaria netta nello stesso periodo
L'università come motore della crescita
Giovanna Iannantuoni e Leo Ferraris | 7 maggio 2026Più ricerca e capitale umano ci consentirebbero di recuperare i ritardi accumulati. Sarebbe importante nel prossimo triennio, una crescita del fondo di finanziamento ordinario delle università (il cosiddetto FFO) almeno pari al valore risultante dall’applicazione dei tassi di variazione massimi annui della spesa primaria netta nello stesso periodo
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Lo shock energetico provocato dal blocco dello stretto di Hormuz sta alimentando la preoccupazione per un ritorno della cosiddetta stagflazione, ossia la combinazione di inflazione e recessione, un fenomeno paventato ma mai riemerso dopo gli anni Settanta del Novecento. L’economia italiana è particolarmente esposta a questo rischio, tanto che il taglio delle stime di crescita del Pil italiano per l’anno in corso ha immediatamente riacceso il dibattito sull’opportunità di sospendere il patto di stabilità europeo.
La lezione appresa negli anni Settanta è che la risposta efficace alla stagflazione viene dalle banche centrali. Pensiamo che il dibattito pubblico non dovrebbe invece perdere di vista il vero problema dell’economia europea e italiana, che resta quello identificato nel rapporto Draghi come il fattore frenante della crescita economica in Europa e in Italia nell’ultimo quarto di secolo, ossia il rallentamento della produttività da attribuire principalmente alla stagnazione del processo di innovazione di frontiera. Come ha osservato recentemente Federico Rampini «l’Europa non si rende conto di quanto è povera» nel confronto con gli Stati Uniti.
Sappiamo dalla ricerca economica più recente che l’innovazione si alimenta dell’accrescimento e diffusione della conoscenza generata dalla ricerca scientifica. Sappiamo anche che la ricerca fondamentale si svolge prevalentemente in accademia. Il rapporto Draghi stesso attribuisce un ruolo centrale alle università nello sviluppo dell’innovazione. Il premio Nobel per l’economia 2018 Paul Romer individua come fattori di crescita economica l’innovazione tecnologica spinta da un lato dalla ricerca scientifica e dall’altro dagli investimenti in capitale umano. Questi due «motori» di crescita sono le due meraviglie che abitano i confini delle Università. Più recentemente, il macroeconomista francese premio Nobel per l’economia nel 2025, Philippe Aghion, ha evidenziato il ruolo chiave della libertà accademica come ulteriore spinta del processo di innovazione, e quindi di crescita. La teoria economica, quindi, spiega ampiamente come la crescita economica si fondi proprio su un concetto che pare astratto che è quello della libertà di ricerca. L’eureka dello scienziato dà origine ad un processo che arriva all’innovazione e quindi al mercato. È dunque tema di interesse generale del Paese garantire una Università forte, libera che si prenda appieno la responsabilità di essere motore di innovazione e di crescita del Paese.
Che fare, in concreto? Aghion stesso dice: «Quando un governo dispone di un budget limitato, la massimizzazione della crescita per innovazione si ottiene investendo l’essenziale della risorse disponibili nel campo dell’istruzione e della formazione».
Veniamo dunque alla nostra proposta. I temi sono due. Da un lato, la stabilità temporale del finanziamento all’università e dall’altro un livello adeguato dello stesso. Come avviene già ora per altri comparti di spesa, ad esempio quella sanitaria, si potrebbe prevedere, nell’arco del prossimo triennio, una crescita del fondo di finanziamento ordinario delle università (il cosiddetto FFO) almeno pari al valore risultante dall’applicazione dei tassi di variazione massimi annui della spesa primaria netta nello stesso periodo. Ciò consentirebbe di finanziare maggiormente il nostro sistema universitario, al momento finanziato pesantemente al disotto della media europea, senza venir meno agli impegni collegati al patto di stabilità. Dobbiamo tornare a guardare lontano. Partiamo dai fondamentali.
7 maggio 2026
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