Scuole e «aulette di sostegno», strumento per l'integrazione o alibi organizzativo per la separazione?
Il dibattito sull'utilità e l'uso delle aule per la decompressione e le disabilità gravi. I rischi di uno strumento che potrebbe invece essere essenziale
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Scuole e «aulette di sostegno», strumento per l'integrazione o alibi organizzativo per la separazione?
di Anna GioriaIl dibattito sull'utilità e l'uso delle aule per la decompressione e le disabilità gravi. I rischi di uno strumento che potrebbe invece essere essenziale
Le aule dedicate agli studenti con disabilità, le cosiddette «aulette di sostegno» o spazi pensati per il sostegno individuale, il lavoro in piccoli gruppi e la decompressione emotiva, negli ultimi tempi sono state oggetto di un grande dibattito educativo: rappresentano strumenti di inclusione o sono luoghi di segregazione? Di recente, la domanda è stata il focus di «Aule dedicate agli studenti con disabilità. La ricerca dell’Osservatorio Scolastico Apid», indagine che ha coinvolto varie figure professionali del mondo della scuola.
A che cosa servono le «aulette»?
Va fatta innanzitutto una riflessione dal punto di vista lessicale: il termine «aulette» significa «aule piccole», e per lo più, considerate meno importanti e meno dignitose; inoltre, «di sostegno» spesso diventa «del sostegno», inteso che l’insegnante si deve «occupare» degli alunni con disabilità e non lavorare a loro favore.
Da parte degli intervistati, docenti di classe, insegnanti di sostegno con e senza specializzazione e dirigenti scolastici, sono pervenute quasi seicento risposte. I dati indicano che la maggior parte di loro è favorevole alle classi dedicate, ma con delle sostanziali differenze, degne di attenzione. I più favorevoli sono risultati gli insegnanti di sostegno senza specializzazione ( 3 su 4); indici analoghi sono di quelli con specializzazione e dei dirigenti scolastici; i più contrari alle «aulette» sono i docenti curricolari.
Strumento aggiuntivo
Un quadro così potrebbe dare una visione riduttiva, che non considera aspetti molto importanti. I professionisti aderenti alla ricerca che hanno espresso un giudizio favorevole nei confronti delle aule dedicate, non le reputano, per lo più, soluzioni definitive, ma utili soltanto in situazioni particolari, come, momenti difficili di crisi, sovraccarico sensoriale e bisogno di tranquillità; disabilità gravi e complesse; e uno spazio flessibile non destinato solo a un singolo alunno con disabilità, ma che può essere utilizzato da tutti anche dagli altri studenti. Pertanto, le «aulette di sostegno» non vengono percepite come luoghi alternativi alla classe, ma piuttosto come strumento aggiuntivo, integrato in una progettazione inclusiva più ampia.
Gli insegnanti di sostegno con la specializzazione sono meno favorevoli dei colleghi non specializzati (65,5% contro 75,2%); questo dimostra che chi possiede competenze maggiori è più cauto nei confronto di soluzioni che rischiano di portare istituzionalizzazione e separazioni. In particolare, nelle risposte date dai primi vengono sottolineati: il rischio di ritornare a modelli di segregazione; la possibilità che l’aula dedicata diventi un «alibi organizzativo»; la perdita di occasioni di apprendimento sociale e relazionale all’interno del gruppo di classe. Tali perplessità non implicano un rifiuto totale degli spazi diversi dalla classe, ma presuppongono riflessioni su come, quando e perché le aule di sostegno vengano utilizzati.
L'opinione dei presidi
I dirigenti scolastici hanno un’opinione intermedia, simile a quella degli insegnanti di sostegno specializzati, il 64,9% è propenso alle aulette, dimostrandosi attenti ai bisogni concreti, ma anche consapevoli dei rischi. Infatti, li considerano spazi che possono favorire: l’organizzazione dei supporti; la gestione di situazioni più complesse, il dialogo tra le famiglie e i servizi; ma dall’altra parte sussiste la consapevolezza che da sole non possono garantire l’inclusione, se non vengano supportati d una cultura condivisa, da una progettazione collegiale e da una formazione continuata del personale.
Il rischio dell'alibi
Concludendo, occorre ribadire che il nocciolo della questione non è il divario tra chi è favorevole e chi è contrario alle aulette ma il significato educativo che le stesse assumono, ossia l’utilizzo che se ne fa; la loro integrazione o meno nel Piano Educativo Individualizzato; e la capacità della scuola che esse non diventino degli spazi etichettati. Alla luce di quanto emerso, la domanda più importante non consiste se servono o no le aule dedicate, ma piuttosto se la scuola sia in grado di farne un buon utilizzo, senza renderle spazi di confine. Un quesito che presuppone un cambio di paradigma all’insegna della formazione e di una progettazione condivisa, finalizzato a una vera inclusione scolastica.
7 maggio 2026
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