Adolfo Stefanelli, chi è il pastry chef (pugliese) de "Il Diavolo veste Padra 2" che ha conquistato Meryl Streep
Corriere della Sera - Cultura

Adolfo Stefanelli, chi è il pastry chef (pugliese) de "Il Diavolo veste Padra 2" che ha conquistato Meryl Streep

Giovedì 7 maggio 2026
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Classe 1990, Stefanelli è originario del Salento e ha due pasticcerie in centro a Milano. La produzione del famoso sequel conquistata dalla sua creazione più importante, la torta Vela. Ha realizzato i dolci immortalati nelle scene del film

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Adolfo Stefanelli, chi è il pastry chef (pugliese) de "Il Diavolo veste Padra 2" che ha conquistato Meryl Streep

di Rosarianna Romano

Classe 1990, Stefanelli è originario del Salento e ha due pasticcerie in centro a Milano. La produzione del famoso sequel conquistata dalla sua creazione più importante, la torta Vela. Ha realizzato i dolci immortalati nelle scene del film

«A Babbo Natale chiedevo sbattitore elettrico, uova e farina. La passione per la pasticceria è nata con me. Ma non avrei mai immaginato che i miei dolci potessero essere i protagonisti di un film». E, invece, quel momento è arrivato. Siamo sul set de “Il diavolo veste Prada 2”, attesissimo sequel diretto da David Frankel. 

«Le mie mani tremavano. Lei si è avvicinata, ha guardato i dolci e mi ha detto: “Wow, le tue torte sono meravigliose, faccio fatica a sceglierne una». Adolfo Stefanelli, pasticciere salentino classe 1990, racconta così il momento in cui Meryl Streep, alias Miranda Priestley, ha scelto una delle sue creazioni: una torta lilla, poi ribattezzata proprio “Meryl”.
Originario di Casarano, in provincia di Lecce, Stefanelli oggi vive e lavora a Milano, dove ha aperto due pasticcerie in centro, in viale Premuda 12 e via Molino delle Armi 23.

Si aspettava tutto questo clamore?
«No, assolutamente. Tra reel, influencer e contenuti legati alla pasticceria abbiamo superato il milione di visualizzazioni. Per una pasticceria è tantissimo. Non sono abituato. La mia routine, di solito, è semplice: mi sveglio al mattino, vado in laboratorio, poi salgo al banco. Non sono abituato a questi numeri».

Che cosa l’ha colpita di più?
«Che la gente abbia riconosciuto il valore artigianale del lavoro. Parliamo di un film che ha alle spalle una produzione molto importante. Eppure i dolci sono stati realizzati da un artigiano: pensati, studiati nei colori e in tutti i dettagli. Perfetti per il cinema, ma fatti con le mie mani, come quelli che si comprano la domenica, o per un compleanno. Molti clienti mi hanno detto: “Che bello, Adolfo, abbiamo visto la nostra pasticceria”».

Com'è arrivata la produzione da lei?
«Avevo postato diverse volte sui social la mia creazione più importante, quella che vendo di più: la torta Vela. E sono stata contattato dalla food stylist. Si tratta di una base di pasta frolla con pralinato di nocciole, cioccolato fondente e delle vele sopra. È una torta molto golosa, ma anche molto scenografica, con tanto movimento. Per un set cinematografico funziona bene».

Quanto tempo ha avuto per preparare tutto?
«Pochissimo. In totale l’esperienza si è concentrata in nove giorni: cinque per ideare i dolci e quattro per produrli. Ma, di fatto, la conferma è arrivata il mercoledì e il giovedì dovevano già esserci le monoporzioni sul set. Ho lavorato di notte, perché dovevo consegnare tutto la mattina. È stata una fatica enorme, ma anche un’emozione fortissima: sapevo che quei dolci sarebbero rimasti per sempre in una scena di un film».

Che tipo di richieste le ha fatto la food stylist?
«Le produzioni americane ragionano in modo molto diverso. Avevano bisogno di sei monoporzioni, ma non ne hanno chieste 12: ne hanno chieste 150 per tipo. Sul set c’erano dieci piatti, ma loro ne avevano molti di più a disposizione. Vogliono la perfezione, vogliono poter girare e rigirare la scena senza rischi».

Quale dolce è stato scelto da Meryl Streep?
«La monoporzione viola, una torta lilla che poi ho chiamato Meryl. Gli autori le davano la possibilità di scegliere il dolce da avere nella clip».

E gli altri dolci?
«Una monoporzione con cuore al mango, una sfera di lamponi con una base sofficissima, crema pasticcera e finitura. A queste si aggiungono cioccolatini realizzati per il set e particolarmente apprezzati anche da Lady Gaga, al punto da essere richiesti in grandi quantità anche fuori scena».

Dolci destinati a resistere per molto tempo.
«Per ore sotto i riflettori, mantenendo una perfezione estetica assoluta. Poi ho avuto un ruolo attivo anche nella messa in scena, posizionando personalmente i dolci, scegliendo il lato da mostrare, curando il dialogo tra oggetto e inquadratura».

Com’è stato trovarsi sul set?
«Straordinario. È completamente diverso vedere gli attori dal vivo. Ti rendi conto della loro statura, non solo professionale. Si notano gli occhi, la presenza, il modo in cui stanno dentro il lavoro. Io ho visto tutti, ma ho avuto solo uno scambio velocissimo con Meryl Streep. Sufficiente per emozionarmi».

Facciamo un passo indietro. Come ha iniziato?
«A 14 anni ho iniziato a lavorare in un piccolo laboratorio in provincia di Lecce. Ci sono rimasto fino ai 18 anni. Poi ho lavorato da Morciano, a Racale, e ho iniziato a guardarmi intorno. Avevo fame di pasticceria e volevo imparare il più possibile. Non sono un accademico della pasticceria. Mio padre mi ha sempre insegnato che ognuno deve pensare con la propria testa e non seguire la massa. Da noi si dice “rubare con gli occhi il mestiere”: io ho fatto così, a partire dai dolci che mangiavo a casa, da piccolo».

Poi sono arrivate le esperienze all’estero.
«Sì, sono stato in Francia, Grecia, Svizzera e Portogallo. Ho viaggiato molto grazie a un’azienda che mi ha aiutato a crescere. A 23 anni ero già executive chef di pasticceria. Ho potuto vedere da vicino le produzioni e i modi di lavorare europei».

E Milano come l’ha accolta?
«Non bene, all’inizio. Prima di andare all’estero ero venuto a Milano a cercare lavoro, ma non mi assumeva nessuno. Forse avevo un accento troppo salentino. Avevo vent’anni, lavoravo tantissimo, ma nessuno lo capì. Poi, crescendo, ho continuato ad avere un obiettivo preciso: aprire una mia pasticceria».

Ci è riuscito?
«Nel 2018. Prima ero in Portogallo, ma mi mancava l’Italia, mi mancava il Salento, mi mancava la mia cultura. Così ho deciso di tornare e di studiare il mercato adatto alla mia idea di pasticceria. Milano era il mio sogno».

Oggi ha due pasticcerie in centro a Milano.
«Una è a dieci minuti dal Duomo, l’altra a dodici».

E il prossimo obiettivo?
«Arrivare a quarant’anni con tre pasticcerie».

Ha mai pensato di aprire anche in Salento?
«Per ora no. Il Salento per me non è vacanza: è casa. E voglio tenere separato il lavoro dalla casa. Il mio sogno più grande è comprare una masseria e viverla da salentino: andare a comprare il pesce al mattino, andare in campagna con mio padre, usare i prodotti della mia terra».

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7 maggio 2026 ( modifica il 7 maggio 2026 | 14:36)

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