«Pronto?! Ciao sono Paolo»
Corriere della Sera - Cultura

«Pronto?! Ciao sono Paolo»

Giovedì 7 maggio 2026
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«Pronto?! Ciao sono Paolo»

di Maria Angela Robustelli

Quando mi sento particolarmente giù di morale mia sorella, che è la spalla su cui piango per una sconfitta o la persona con cui ballo se ricevo una bella notizia, conosce un metodo infallibile.
In un momento inaspettato della giornata, che siamo lontane o nella stessa casa, mi chiama al cellulare facendomi un’imitazione perfetta - data da una forte cadenza napoletana anni ottanta e un piglio svogliato e cinico - e mi fa: «Pronto, Maria Angela?! Ciao sono Paolo».
E io, che riconosco il soggetto ma sto al gioco, «Ma Paolo, chi?».
E lei, sempre più lui nelle intenzioni, «Come Paolo chi! Senti ti chiamo perché devo fare un film e ho pensato a te».
A quel punto io, che un po’ scherzo e un po’ mi sfogo, attaccando un monologo tra l’allucinato e lo strappalacrime alla Tony Pisapia nel finale de L’uomo in più , «Uà Paolo non ci posso credere, sei proprio tu?! Aspettavo questo momento da quando ero piccola e disadattata e non avrei mai creduto arrivasse, tantomeno prima della prevenzione sanitaria femminile gratuita over 65!».
Allora lei, cattivissima, «Vabbuò, mo nun perdimmo tiempo. Vieni domani mattina in Via tal dei tali, a Roma». E poi fa il rumore del telefono messo giù bruscamente e ci aggiunge un tu tu tu tu tu .
Questa cosa non solo mi fa tanto ridere per la versione molto divertente che lei fa di lui.
Ma riesce tutte le volte, come conseguenza del suo amore , ad alzarmi lo stato vitale, tanto più che mi riporta alla memoria alcuni episodi indelebili perché effettivamente tragicomici.
La prima volta che lo vidi, prima che vincesse l’Oscar, fu da un’angolazione secondaria di un camerino del teatro Bellini, in cui mi preparavo ad andare in scena.
L’immagine era lui, alto e immobile sotto lo stipo della porta dell’ingresso al retropalco, con i capelli lunghi, un piercing all’orecchio e un cappotto lungo di pelle, che inconsapevole di essere guardato, aveva l’aria timida e spaesata di uno che con quell’ambiente non aveva nulla a che fare. Che si preparava ad entrare nell’arena della ribalta senza averne alcuna voglia ma pensando, this must be the place .
La cosa mi piacque e mi fece subito empatizzare con quello che in fondo era l’autore di un libro d’esordio che avevo amato qualche tempo prima, Hanno tutti ragione , che in molte parti riusciva a descrivere con le parole giuste, quello che pensavo del mondo dello spettacolo, della ricerca di un senso alla sua ipocrisia e della solitudine degli artisti nella loro lotta per l’affermazione.
Qualche anno dopo, quella figura un po’ esistenzialista e ironica, era diventato una star internazionale e quando mia sorella ed io raccontammo a nostra cugina Noemi, che avremmo lavorato con lui, per una diretta televisiva dal San Ferdinando, lei non trattenne l’entusiasmo.
Classe ‘77, era la nostra cugina più alternativa. Orecchino al naso, i tatuaggi e svariate zeppe dai colori sgargianti, che non le impedivano, in tempi non sospetti, di girare il Vomero in bicicletta. Regina indiscussa del Velvet, storica discoteca, ormai chiusa, in via Cisterna dell’olio.
Trasgressiva, colta e grunge, da sempre amante della musica elettronica sofisticata più improbabile e dei locali alternativi del Centro storico.
Noemi, poco più che adolescente, Paolo lo aveva conosciuto in una comitiva vomerese. E se lo ricordava esattamente come mi era sembrato quella prima volta, osservandolo in silenzio da quell’angolo semi nascosto.
E così, arrivò il giorno in cui finalmente lo incontrai.
Girammo quella diretta teatrale, il corto che la precedeva e fu un bellissimo momento.
Quella stessa estate andai a Stromboli con degli amici, una di questi incinta di otto mesi. Ero felice.
Giravo per l’isola scalza, abbronzata e con fiori tra i capelli, giocando a sentirmi una creatura che apparteneva a quella terra vulcanica da sempre, con le mie gonne gitane svolazzanti e il buon umore.
Un pomeriggio torrido, sulla spiaggia nera di Ficogrande, la mia amica Michela ed io facevamo pigramente il bagno, quando lei col suo pancione, mi chiese di uscire dall’acqua e accompagnarla per andare in bagno al bar lì a due passi.
Non ne avevo alcuna voglia ma pensando che non fosse carino dirle di no, ancora grondante d’acqua, arraffai il primo asciugamani che trovai, mi ci avvolsi dentro e rapidamente - data l’urgenza che leggevo sul volto della mia amica - mi affrettai a farle compagnia.
Fu solo quando lei, ormai a due passi dal bar e da lui, disse a voce incredibilmente alta «Guarda, ma quello non è quello famoso, il regista?!», che mi resi conto di essere avvolta in un telo rosso fuoco con la scritta, Guardami sono la tua rossa fuori giri , un tuppo deforme in testa e delle ciabatte gialle di fortuna, più grandi di due numeri.
Era troppo tardi per scappare.
Mi guardò e dall’espressione del viso, credo avesse letto inequivocabilmente la scritta, oltre a tragicamente, tutto il resto.
Pietrificata e gocciolante, tutto che quello che riuscii a dire fu «Ciao». Volevo morire.
Lui, come per evitare di pestare una cacca, mi restituì il saluto e si dileguò.
Immaginarsi lo stupore, quando diversi mesi dopo, mi arrivò quella telefonata al cellulare.
Mia sorella ed io eravamo in qualche amena stazione tra valichi di montagna, in viaggio per Genova che era la piazza successiva dove recitare.
Al telefono, una voce femminile molto professionale ci comunicava che Paolo avrebbe voluto incontrarci. Ma a Roma, il giorno dopo.
Era ormai troppo tardi per cambiarlo e il treno regionale era ripartito. Così decidemmo di darci all’avventura a costo della vita e in nome di quella grazia , dati i precedenti.
Arrivammo alla stazione di Genova, aspettammo in stazione le 4 del mattino, saltammo su un altro treno e, senza avvertire nessuno, arrivammo a Roma, come gli ultimi resti pirandelliani di due dive di teatro.
Durante quell’incontro magico, l’ultima cosa di cui parlammo fu il film.
In quell’ufficio, con una grande scrivania dove troneggiava la grande bellezza di un fenicottero rosa di peluche, Paolo ci raccontò di quando veniva a giocare a calcetto nel quartiere dove eravamo cresciute e di tante altre cose. Ridemmo tanto. Poi ci chiese se volevamo dire qualche battuta.
Le dicemmo e lui ci disse brave. Poi ci congedò.
Con grande nonchalance e simulata rilassatezza ci facemmo accompagnare alla porta da un’assistente, senza far trapelare minimamente quanto fossimo in ritardo e nei guai.
Non appena questa si richiuse, corremmo così tanto da non ricordarmi quale mezzo di fortuna ci portò alla stazione, per saltare su un altro treno e arrivare con la mano di Dio , per il rotto della cuffia di nuovo a Genova, in tempo per la recita serale.
Il film uscì e di quei due personaggi nei quali ci eravamo cimentate in quella stanza piena di sole, davanti alla sua espressione sorniona di chi ti osserva con un mezzo sorriso sotto i baffi, solo di loro, non c’era traccia.
Uscimmo dal cinema a metà tra l’incredulo e il depresso, senza parlare.
Camminammo da Via Filangieri, costeggiando tutto il lungomare fino ad arrivare a Piazza Sannazaro, dove sotto lo sguardo della statua di Partenope e una pensilina, ci mettemmo ad aspettare l’autobus.
A quel punto, nel silenzio, presi il telefono e dissi a mia sorella, «Pronto Marianna?! Ciao sono Paolo».
Prima o poi, all’occorrenza, avrebbe chiamato.

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