Venanzio Postiglione: «Democrazia, libertà, verità: è l'era delle parole svuotate di senso. Ecco perchè salvarle è una battaglia per la civiltà»
Il vicedirettore del Corriere e direttore del magazine 7 presenterà al Lingotto il suo ultimo saggio, Le dieci parole tradite, in dialogo con Beppe Severgnini: «Pace è un concetto smarrito. L'unica speranza? I ragazzi e le ragazze»
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Venanzio Postiglione: «Democrazia, libertà, verità: è l'era delle parole svuotate di senso. Ecco perchè salvarle è una battaglia per la civiltà»
di Francesca AngeleriIl vicedirettore del Corriere e direttore del magazine 7 presenterà al Lingotto il suo ultimo saggio, Le dieci parole tradite, in dialogo con Beppe Severgnini: «Pace è un concetto smarrito. L'unica speranza? I ragazzi e le ragazze»
«Le parole della nostra civiltà sono smarrite, non perdute. C’è un filo che le lega e noi possiamo riacciuffarlo partendo dalla conoscenza e dalla cultura». Venanzio Postiglione, vicedirettore del Corriere della Sera e direttore del magazine 7, presenterà al Salone del Libro — sabato 16 alle 15 nella Sala Rosa del Padiglione 2, in dialogo con Beppe Severgnini — il suo saggio Le dieci parole tradite (Solferino).
Postiglione, ci si fida sempre meno delle parole. Ma cosa rappresentano davvero per la civiltà?
«Le parole sono tutto, da quando è apparso l’Homo sapiens. La parola è pensiero e poi diventa comportamento. Mi ha colpito negli ultimi anni, ancor più negli ultimi mesi, come abbiano perso il loro significato profondo e originario. È come se si fossero svuotate, se ci scivolassero tra le dita. Che cos’è oggi la democrazia? Può essere il comando di un uomo solo, come nel caso di Donald Trump? E la libertà? Può essere quella di bastonare gli altri, perché te lo consentono una parte della politica e i social? Per noi è sempre stata associata all’idea del rispetto, altra parola fondamentale».
Cosa, negli ultimi mesi, ha contribuito a svuotare ancor di più il loro significato?
«Quando Trump definisce il Papa debole, calpesta millenni di civiltà. Per noi la persona debole va aiutata e curata, seguita. Che quell’espressione diventi un insulto è angosciante. Ci siamo illusi che i social potessero essere una grande palestra di libertà e di democrazia, e questo in parte è vero. Ma purtroppo è diventata anche un’arena di gladiatori, armati non di clava ma di parole. Riappropriarsi delle parole significa recuperare un pezzo di civiltà e comportamenti diversi».
«Pace» è forse quella che è stata più svuotata. Dopo l’invasione in Ucraina è diventata un tabù?
«Pace è diventata una parola smarrita. Prima, la parola proibita era: guerra. Tutta la nostra costruzione culturale dopo la Seconda guerra mondiale è stata nel segno dei diritti umani e del diritto internazionale. Non sempre siamo riusciti a realizzare i nostri sogni, ma almeno ci abbiamo provato e c’era una cornice di regole. Putin ha stracciato tutto. Poi sono arrivati i massacri dell’esercito israeliano a Gaza e questa tempesta di Trump che ha scatenato una guerra contro l’Iran senza prevedere né un piano A né B né C. La pace pare chiusa in cantina da qualche parte. Dobbiamo contare sulle ragazze e sui ragazzi. Loro coltivano questo anelito».
Quale è stata la parola che più l’ha ispirata?
«Sono partito dalla felicità. Ci siamo rassegnati all’idea di un suo aspetto individualistico e narcisistico. Invece proprio in America, con la Dichiarazione di Indipendenza del 1776, è nata l’idea di inserire fra i principi di una società la ricerca della felicità, in quanto prosperità di una collettività. È un bene pubblico e politico. Il presidente Mattarella ci ha spiegato che c’è l’idea anche nella nostra Costituzione. Nell’articolo 3, comma 2, si dice che tutta la società deve occuparsi del pieno sviluppo della persona umana. Che significa che i singoli e la comunità devono occuparsi di rendere le persone felici, fare in modo che stiano bene. Nel quadro di Ambrogio Lorenzetti, Effetti del buon governo, le persone sono felici perché lavorano assieme per la comunità».
Il libro inizia con tre immagini simbolo del Novecento: il bimbo del ghetto di Varsavia, la bambina del Vietnam, l’uomo di piazza Tienanmen. Perché e quale è lo scatto memorabile del 2000?
«Le ho scelte perché sono vere e raffigurano un’epoca. Lo scatto che sono costretto a citare per il presente è quello di Trump trascinato in manette dalla polizia. Una foto che arrivò in redazione nel 2023. Rigorosamente falsa. Ma, all’inizio, avevamo pensato fosse vera. In quei giorni abbiamo capito come fosse cambiato il giornalismo e il nostro ruolo. Dopo decenni passati ad analizzare, approfondire e raccontare, ci siamo resi conto che bisognava tornare alle basi del mestiere: distinguere tra vero e falso e riportare i fatti. La verità è diventata un concetto sfuggente».
C’è un’undicesima parola. Quale?
«Fiducia. Non è scritta, ma sottintesa. Le persone ritroveranno, un passo alla volta, queste parole e l’importanza della verità. E allora, ritroveremo fiducia».
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7 maggio 2026
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