Sant’Antonio di Ranverso, il Medioevo a un'ora da Torino. La chiesa che curava il fuoco di Sant'Antonio dove il maestro del gotico lasciò un capolavoro
Corriere della Sera - Cultura

Sant’Antonio di Ranverso, il Medioevo a un'ora da Torino. La chiesa che curava il fuoco di Sant'Antonio dove il maestro del gotico lasciò un capolavoro

Giovedì 7 maggio 2026
3 visualizzazioni

Un gioiello quasi sconosciuto tra campi e boschi, oggi perfettamente restaurato, che per secoli accolse malati e pellegrini sulla via Francigena. Con un complesso di affreschi-spettacolo fitto di personaggi e misteri

Sempio intercettato in auto un anno fa secondo il Tg1: «Vidi i video di Chiara. Tentai un approccio, lei riattaccò». I legali: saprà spiegare

I tuoi preferiti

Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.

Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccedi

Hai salvato un nuovo articolo

Trovi tutti gli articoli salvati nella tua area personale nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.

Sant’Antonio di Ranverso, il Medioevo a un'ora da Torino. La chiesa che curava il fuoco di Sant'Antonio dove il maestro del gotico lasciò un capolavoro

di Paola Stroppiana

Un gioiello quasi sconosciuto tra campi e boschi, oggi perfettamente restaurato, che per secoli accolse malati e pellegrini sulla via Francigena. Con un complesso di affreschi-spettacolo fitto di personaggi e misteri

Vi ricordate quando nel film Non ci resta che piangere — pellicola del 1984 scritta, diretta e interpretata da Roberto Benigni e Massimo Troisi — i protagonisti aprono la porta e appare, nientemeno, «il Medioevo»? Ripetono il gesto, increduli e preoccupati: la porta viene chiusa e riaperta, ma nulla cambia: il tempo sembra aver ceduto improvvisamente ad un nuovo asse. Alla precettoria di Sant’Antonio di Ranverso la sensazione di essere tornati indietro di sei secoli è un’esperienza che si rinnova, intatta, a ogni visita, anche a distanza di anni. Ma qui, a differenza del film, è un sogno ad occhi aperti, e a pochi chilometri da Torino.

    Gallery: Sant’Antonio di Ranverso, viaggio nel Medioevo a due passi da Torino

    LEGGI ANCHE

     Sant’Antonio di Ranverso, l'abbazia dei boschi

    Lungo l’antico tracciato che da Rivoli prosegue verso Avigliana per poi insinuarsi nella Valle di Susa, la precettoria si impone allo sguardo come un complesso abbaziale graziosamente collocato in un contesto di boschi e campi coltivati. Un nucleo architettonico articolato e coerente con il suo alto campanile e i numerosi pinnacoli in mattoni rossi che si scorgono già da lontano, e che conferiscono al luogo un inconfondibile carattere gotico. Il paesaggio, dominato dalla sagoma del Monte Musinè e proteso verso i valichi del Moncenisio e del Monginevro, conserva qui la memoria della via Francigena, fondamentale asse di transito tra la pianura padana e l’Europa transalpina. 

    La storia della precettoria

    Fondata nel 1188 per volontà del beato Umberto III di Savoia, la precettoria (il termine deriva dal latino praeceptor, figura responsabile della gestione del complesso e dei suoi beni) nasce come presidio assistenziale affidato agli Antoniani, ordine ospedaliero specializzato nella cura dell’ergotismo, il cosiddetto «fuoco di sant’Antonio», una patologia diffusa tra le classi più povere che portava a gravi infermità agli arti inferiori. Gli Antoniani ne trattavano gli effetti attraverso pratiche empiriche, tra cui l’uso del grasso di maiale come emolliente per lenire le piaghe: un elemento che trova riflesso nell’iconografia dello stesso sant’Antonio, tradizionalmente raffigurato con un maialino al seguito, emblema della cura. Tra i simboli dell’ordine ricorre anche la lettera greca tau, allusione alla croce e alla stampella dei malati. Ranverso, dipendente dalla casa madre di Saint-Antoine-du-Viennois, si configurava come un sito articolato, comprendente chiesa, ospedale, convento, mulini e cascine, sin dall’origine sostenuto da un’economia agraria (incluso, non a caso, l’allevamento dei maiali) e da una missione caritativa per i pellegrini che transitavano lungo la via. Nei secoli acquistò sempre maggiore ricchezza e prestigio, ma una cesura netta giunse nel dicembre 1776, quando Papa Pio VI soppresse l’Ordine Ospedaliero degli Antoniani. I beni passarono dunque all’Ordine dei santi Maurizio e Lazzaro, che ne detiene tuttora la proprietà.

    Monumento nazionale

    Il complesso, rifunzionalizzato come cascina agricola, venne riconosciuto monumento nazionale nel 1883. Oggi è gestito dalla Fondazione Ordine Mauriziano, che ne cura la tutela e la valorizzazione attraverso un articolato programma di visite guidate. Per comprendere davvero lo spirito del luogo, il suggerimento è di giungere a piedi da ovest, sui passi degli antichi viandanti, percorrendo un brano della Via Francigena, con alle spalle il profilo magniloquente della Sacra di san Michele: subito alla sinistra si incontra la facciata superstite dell’antico ospedale, con il suo profilo a capanna e la decorazione in cotto, che anticipa il fronte della chiesa abbaziale, caratterizzato da alte ghimberghe e raffinate decorazioni a tema floreale e vegetale. Poco oltre, nello spazio antistante l’ingresso laterale che conduce in un portico, un masso erratico — residuo dell’ultima glaciazione — sostiene una colonna sormontata dal simbolo della tau. Ad accompagnarci in questo percorso è il racconto di Serena Fumero, storica dell’arte e referente dei servizi educativi per la Fondazione Ordine Mauriziano dal 2013, narratrice appassionata e competente.

    Cosa vedere nella chiesa di Sant’Antonio di Ranverso

    La chiesa, di origine romanica, si presenta oggi come esito di una lunga stratificazione: le tre navate irregolari e le volte a crociera rivelano chiaramente le diverse fasi costruttive; nelle cappelle laterali si conservano cicli tardo-trecenteschi con episodi narrativi organizzati in registri sovrapposti, accanto a velari dipinti che simulano apparati tessili e contribuiscono a unificare visivamente le superfici.

    Gli affreschi del maestro del gotico piemontese

     Il vertice artistico del complesso accoglie il visitatore nell’area presbiteriale, con i superbi affreschi riferibili a Giacomo Jaquerio (Torino, circa 1375 – 1453). Appartenente a una famiglia di artisti attiva a Torino da più generazioni, Jaquerio fu il principale interprete del gotico internazionale nello stato sabaudo; attivo tra Piemonte e territori d’Oltralpe, in particolare tra Torino e Ginevra, instaurò un rapporto privilegiato con la corte di Amedeo VIII di Savoia, che ne favorì l’inserimento in un contesto aperto alle influenze borgognone e fiamminghe. La sua presenza a Ranverso è documentata dall’iscrizione autografa, l’unica ad oggi conosciuta, riemersa solo nel 1914, posta sulla parete settentrionale, tra la grande composizione con la Vergine in trono e la mirabile teoria di re e profeti dell’Antico Testamento: picta fuit ista capella per manum Iacobi Jaquerii de Taurino. Sulla parete opposta, le storie di sant’Antonio e il Cristo dei dolori nell’arcosolio. Sull’altare un capolavoro del Cinquecento, il polittico di Defendente Ferrari, commissionato nel 1530 dalla comunità di Moncalieri come voto per la liberazione dalla peste, e considerato uno dei capisaldi della pittura rinascimentale italiana. Ma è nella sacrestia che si raggiunge il culmine espressivo jaqueriano con la Salita al Calvario, scena di straordinaria tensione drammatica, giustamente celebre e al centro di numerosi dibattiti critici. In un grande affresco a lunetta, brulicante di personaggi, il Cristo avanza sotto il peso della croce, circondato da una folla convulsa di personaggi grotteschi, armature, vessilli romani e giudaici, cavalli. Tra i volti emergono fisionomie di sorprendente vividezza — l’uomo dalla barba rossa col cappello con il pon-pon, il cavaliere distinto, uno sgherro dal ghigno feroce e dal cappello piumato, il fabbro dall’aria colpevole con in mano i chiodi per la croce: al mondo aristocratico delle corti se ne oppone uno violento, rozzo e brutale. Sulle vele della volta i quattro Evangelisti, elegantissimi e pensosi, sono disposti entro una partitura di grande raffinatezza: si notino i leggii minuziosamente descritti, ripresi dal vero da uno scriptorium coevo: un tocco da grande maestro.

    LEGGI ANCHE

    Vai a tutte le notizie di Torino

    Iscriviti alla newsletter di Corriere Torino

    7 maggio 2026

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

    Superga, Zapata legge i nomi degli Invincibili: il Torino ricorda la tragedia del 1949

    Un momento intenso tra silenzio e partecipazione dei tifosi granata, per rendere omaggio alla storia del Grande Torino e ai suoi valori che continuano a unire generazioni

    LA PRIMA PAGINA DI OGGI

    Condividi questo articolo