Irvine Welsh: «Riprogettare Internet, da meccanismo di controllo a luogo di conoscenza. L'intelligenza artificiale? Strumento corrotto per pochi»
Lo scrittore scozzese sarà al Salone del Libro di Torino, in dialogo con Giuseppe Culicchia, domenica 17 maggio alle 17.15 in Sala Azzurra per presentare «Men in Love»
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Irvine Welsh: «Riprogettare Internet, da meccanismo di controllo a luogo di conoscenza. L'intelligenza artificiale? Strumento corrotto per pochi»
di Francesca AngeleriLo scrittore scozzese sarà al Salone del Libro di Torino, in dialogo con Giuseppe Culicchia, domenica 17 maggio alle 17.15 in Sala Azzurra per presentare «Men in Love»
Irvine Welsh (fotografia di Kate Green)
Trent’anni fa Iggy Pop aveva già le rughe mentre a torso nudo cantava Lust for Life, e i più iconici tossici di sempre scappavano dalla (loro) vita. Trainspotting, ragazzi. Chi c’era sa quanto quel libro, e poi film e poi colonna sonora pazzesca — Underworld, Born Slippy — abbia voluto dire per le nostre vite, la società, l’arte. Tutto. Irvine Welsh non ha mai lasciato i suoi eroi d’esordio alle spalle, anzi. Lo scrittore scozzese sarà al Salone del Libro, in dialogo con Giuseppe Culicchia, domenica 17 alle 17.15 in Sala Azzurra per presentare Men in Love (Guanda), un sequel attesissimo.
Welsh, c’è una generazione che è: cresciuta, cambiata, si è divertita, è stata traumatizzata, ipnotizzata da Trainspotting. Che cosa rappresenta per lei averlo scritto e tornarci oggi?
«Scrivere un libro, una sceneggiatura o un’opera teatrale è un atto di donazione. Te ne liberi affinché altri possano accoglierla o ignorarla, per poi passare alla tua prossima ossessione. Credo che ogni generazione trovi un libro o un personaggio in modo diverso. Penso che per i giovani di oggi significhi di più rispetto al passato, perché la minaccia esistenziale e i problemi legati alla dipendenza sono ancora più grandi e diffusi rispetto agli anni Ottanta e Novanta».
La droga «feticcio» di Trainspotting era l’eroina. Gli anni Novanta sono stati il paradiso delle droghe sintetiche. Oggi le droghe sono forse ancora più terribili.
«Le droghe rispondono alle difficoltà della nostra società. L’orrore del fentanil — di cui non si parla — sta nel fatto che rappresenta un suicidio per i giovani che sentono (forse a ragione) che la società elitaria e avida che abbiamo creato non offre loro nulla e che, di conseguenza, hanno scelto di rinunciare alla vita».
Una triade magica: Welsh — Danny Boyle — Underworld. Quale congiunzione astrale fortuita l’ha resa possibile?
«Non eravamo le uniche stelle in quella costellazione. Ancora più importante era il cielo: gli anni Novanta. Era un periodo molto limpido, dove tutto poteva brillare intensamente. Non opaco, confuso e ingombro di detriti».
Choose life, dice Renton all’inizio del film. E lei ha affermato di recente: scegliete la vita vera. Cosa è accaduto e che vita stiamo vivendo, tra guerre e algoritmi?
«Siamo controllati e storditi dalle stesse forze che ci hanno offerto libertà e istruzione illimitate. Dobbiamo riprogettare internet, allontanandolo dal meccanismo di controllo aziendale in cui si è trasformato. Tutte le comunità devono sviluppare il proprio capitale nel cloud e riprogettare la rete come luogo di informazione e conoscenza. Nella sua forma attuale, non offre altro che servitù».
A luglio, a Londra, debutterà anche il musical di Trainspoitting. Come è stato lavorarci?
«Assistere alla realizzazione del musical mi ha trasmesso la stessa atmosfera che si respirava sul set del film. I giovani attori sono incredibilmente bravi e molti di loro diventeranno delle star tra un anno».
Ha scoperto l’amore in età adulta. Ha amato molto anche la sua opera. Oggi ama più la sua partner?
«Ho ricevuto tanto amore in tutte le fasi della mia vita. Sono stato molto fortunato. Amo la mia compagna più di ogni altra cosa, e, più di Trainspotting, amo tutte le persone con cui sono stato».
Cosa pensa dell’intelligenza artificiale e della — conseguente? — crisi dell’editoria?
«Sono sciocchezze. Un altro tentativo di banalizzazione e decontestualizzazione del controllo. Un giocattolo che distrae la maggior parte delle persone, uno strumento corrotto per pochi».
Torino è stata un bel posto negli anni Novanta…
«È una città bellissima e non vedo l’ora di tornarci, e di partecipare al Salone del Libro».
Cosa apprezzeranno di più i lettori di Men in Love e cosa potrebbe invece deluderli?
«Ameranno, odieranno e saranno combattuti dalle buffonate di Sick Boy. Saranno delusi dal fatto che Mikey Forrester non ci sia».
Renton, Begbie, Spud, Sick Boy: il suo preferito?
«Mi sento vicino a tutti quando scrivo, e per niente quando non lo faccio. Non mi conosco abbastanza bene per dire a chi sono più legato».
Quando e quante volte ha «scelto la vita»? E perché ne vale sempre (o forse no) la pena?
«La vita è favolosa. In generale me la sono goduta e, quando è stata brutale e dura, ho cercato di imparare qualcosa. Non ho mai avuto la possibilità consapevole di voltarle le spalle. Ho giocato con “l’altra parte” in modo sconsiderato e guardando fin dove potevo spingermi. Ma non mi sono mai seriamente opposto a essere me stesso e a esplorare tutto ciò che il vivere mi offriva».
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6 maggio 2026
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