Marco Dinelli, l'italiano che lavora nel padiglione russo: «Non ho alcun imbarazzo. È retrogrado opporre la politica alla cultura»
Corriere della Sera - Cultura

Marco Dinelli, l'italiano che lavora nel padiglione russo: «Non ho alcun imbarazzo. È retrogrado opporre la politica alla cultura»

Mercoledì 6 maggio 2026
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Marco Dinelli («Marko» per i russi), attore e traduttore, tra i protagonisti del padiglione contestato: «Anche Dostoevskij era un artista contestato»

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Marco Dinelli, l'italiano che lavora nel padiglione russo: «Non ho alcun imbarazzo. È retrogrado opporre la politica alla cultura»

di Sara D'Ascenzo

Marco Dinelli («Marko» per i russi), attore e traduttore, tra i protagonisti del padiglione contestato: «Anche Dostoevskij era un artista contestato»

«In Russia mi fanno fare i ruoli più improbabili». Ha recitato in film che in Italia non sono arrivati come Petrepolis del 2022 o Billion del 2019. Va fortissimo anche alla televisione russa, dove partecipa con altri stranieri residenti nella terra di Putin a programmi sulla lingua, e quell’alchimia che nelle traduzioni fa prendere forme strane a parole consuete. Del resto la sua è anche una formazione da slavista e in questa chiave è presente nel tanto contestato Padiglione della Russia, ieri riaperto con una sorta di festival della musica popolare, non solo russa, sotto l’ombrello di un titolo evocativo preso in prestito da Simone Weil: «The Tree is rooted in the sky», l’albero è radicato nel cielo. 

Classe 1970, Marco Dinelli, in Russia «Marko» si divide tra le sue due nazioni e ieri era al Padiglione nel giorno in cui i primi visitatori, seppure accreditati e invitati dalla Biennale, hanno potuto ascoltare i cori russi, ballare la musica tekno di diversi dj, osservare ragazzine snodate ballare su una palla gonfiabile come cubiste di un club. Per i due mesi che hanno separato l’annuncio della partecipazione della Russia alla Biennale all’apertura di ieri per le performance (prima che il 9 il Padiglione poi chiuda definitivamente), Dinelli si è tenuto ben distante dai microfoni. Ma ieri, dopo l’approvazione della commissaria Anastasia Karneeva, ha raccontato le ragioni della sua presenza a Venezia.

Dinelli, che cosa ci fa un italiano nel Padiglione delle polemiche?
«Sono uno slavista di formazione, per molti anni mi sono interessato della Russia, ho tradotto diversi titoli, tra cui il romanzo di Vladimir Sorokin, Ghiaccio per Einaudi. La mia vita è connessa con la Russia in qualche modo e ho partecipato al concept degli eventi legati al Padiglione».

Lei è anche attore.
«Sì in Russia mi prendono per i ruoli più strani, l’importante è che faccia la parte di un europeo: italiano o inglese o francese a loro non importa, e questa è un po’ la curiosità».

Perché proprio la Russia?
«L’interesse per questa nazione è stato sempre vivo in me, al di là dei mutamenti della Russia negli ultimi trent’anni... Mi interessa la Russia dal punto di vista culturale, ovviamente: la letteratura, il cinema, il teatro».

Lei vive lì?
«Mi divido tra l’Italia e la Russia».

Che idea si è fatto di tutte le polemiche legate alla presenza della Russia alla Biennale?
«La cosa è stata curiosa per me, ma non solo per me, la cultura non dev’essere legata alla politica, come ha detto al Festival di Berlino Wim Wenders. Io non sono Wenders, ovviamente, purtroppo: gli hanno criticato questa frase ma il discorso è un po’ più profondo. Quando Dostoevskij scriveva L’Idiota non pensava alla politica, pensava al suo romanzo. Poi se qualcuno lo legge e pensa alla politica, va bene, perché comunque l’opera d’arte è polisemica - semplificando: ha diversi significati, ndr - quindi ognuno fa quello che vuole. Però mettere al centro delle polemiche l’arte o la cultura mi sembra un’operazione di livello molto basso. Questa è la mia opinione».

Non la imbarazza pensare che, da italiano, lavora in un Padiglione contro il quale si è espresso il governo italiano?
«No, perché penso che la parte sana della cultura italiana capisca che la cultura va al di là della politica. Negli anni la Biennale ha mostrato interesse per culture che potevano avere problemi dal punto di vista politico, mi sembra che essere aperti a tutte le culture sia un discorso che funziona sempre, essere chiusi invece è un sintomo di regressione».

Quindi per lei bene ha fatto la Biennale di Buttafuoco a riaprire alla presenza della Russia?

«Sì. Venire e raccogliere tante culture diverse è un’ottima cosa. Noi possiamo venire, visitare i Padiglioni, farci un’idea propria ovviamente, ma non deve entrarci un discorso ideologico a priori, perché l’ideologia non può comunque comprendere la ricchezza della cultura che esce sempre fuori dai bordi o dai confini di ogni politica».

Essere qui è coerente col suo percorso artistico?
«Tutta la mia vita è centrata sull’amore per l’arte in sé, al di là di chi l’ha fatta. Anche Dostoevskij quando scriveva delle cose come pubblicista era antisionista, era nazionalista, non era un tipo con cui saresti andato a cena e ti saresti divertito, però quando leggi un suo romanzo t’inchini perché dici: “È un grande”. Ecco, la mia posizione è un po’ questa».

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