L’Italia non impara la lezione di Proust
Corriere della Sera - Cultura

L’Italia non impara la lezione di Proust

Martedì 5 maggio 2026
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A rileggere le parole di una vecchia lettera diello scrittore al poeta dandy Robert de Montesquiou, Indro Montanelli scrisse d’aver provato stizza. «Ma non contro Proust che, se tornasse oggi in Italia, avrebbe tutte le ragioni di rincarare la dose»...

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L’Italia non impara la lezione di Proust

Gian Antonio Stella | 5 maggio 2026

A rileggere le parole di una vecchia lettera diello scrittore al poeta dandy Robert de Montesquiou, Indro Montanelli scrisse d’aver provato stizza. «Ma non contro Proust che, se tornasse oggi in Italia, avrebbe tutte le ragioni di rincarare la dose»...

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L’Italia, «coperta di capolavori, non sa amarli e nemmeno conservarli, lascia muffire i suoi Tintoretto sotto la pioggia, e distrugge i suoi più bei palazzi rivendendoli a bocconi per cupidigia o per mera ignoranza del loro valore». A rileggere le parole di una vecchia lettera di Marcel Proust al poeta dandy Robert de Montesquiou, Indro Montanelli scrisse d’aver provato stizza. «Ma non contro Proust che, se tornasse oggi in Italia, avrebbe tutte le ragioni di a rincarare la dose». E partì in una sfuriata contro chi «si riempie la bocca con la vuota retorica della “civiltà millenaria”» ignorando la difesa «dell’unica vera, insostituibile e inimitabile ricchezza italiana» affidata a «pochi eroi sopraffatti dal lavoro e senza mezzi per svolgerlo», i soprintendenti. «Al soprintendente si richiede una cultura da professore universitario in Storia dell’arte, o in Archeologia o in Architettura. Gli s’impone un difficile concorso. Lo si seleziona con una lunga e lenta carriera. E si pretende compensarlo con uno stipendio di 170mila lire al mese». 

Era il ’66. E quella paga a chi doveva proteggere il più grande patrimonio d’arte e paesaggio del mondo era pari a 2.133 euro oggi. Senza un’auto per visitare i siti a rischio sparsi per il Paese. Senza rimborsi decorosi. Senza uno Stato all’altezza. C’è un filo rosso di vergogne dietro il condominio costruito sopra il Mitreo a Santa Maria Capua Vetere, il Teatro Comunale di Firenze appena trasformato nel cubo nero del Teatro Luxury Apartments, il raddoppio in cemento e acciaio del gentile albergo Santa Chiara sul Canal Grande, le villette abusive in mezzo alla Via Domiziana percorsa da Goethe, le gigantesche pale eoliche progettate a Tuscania, il formicaio di case illegali nell’area archeologica di Selinunte, i capannoni piazzati nei parchi delle ville venete, le concessionarie d’auto sull’Appia Antica, il grandioso museo Torlonia svuotato e ristrutturato per fare miniappartamenti col risultato che la collezione è ancora negli scatenati... Troppe tutele? Non basterebbero decine di pagine a ricordare gli scempi che nei decenni hanno devastato l’Italia. E il problema della competitività sarebbero le soprintendenze «da radere al suolo» come invoca, bacchettato da Marco Magnifico del Fai, Matteo Salvini? E noi, dopo aver visto tante «manine» seppellire apposta le pratiche burocratiche per settimane, mesi, anni, dovremmo fidarci del «silenzio assenso»?

5 maggio 2026

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