Leone Jacovacci, il pugile che fece paura al fascismo
Corriere della Sera - Cultura

Leone Jacovacci, il pugile che fece paura al fascismo

Martedì 5 maggio 2026
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Nel 1928 allo Stadio Nazionale di Roma, Jacovacci battè il milanese Mario Bosisio, diventando campione italiano ed europeo dei pesi medi. Il regime fece manomettere, e tagliare, il filmato del match. Qui la storia del pugile che finì la sua vita come portiere di un condominio, dimenticato da tutti

MERCOLEDì 6 MAGGIO

Leone Jacovacci, il pugile che fece paura al fascismo

Nel 1928 allo Stadio Nazionale di Roma, Jacovacci battè il milanese Mario Bosisio, diventando campione italiano ed europeo dei pesi medi. Il regime fece manomettere, e tagliare, il filmato del match. Qui la storia del pugile che finì la sua vita come portiere di un condominio, dimenticato da tutti

di Simone Golia

Milano, via Ghibellina. In portineria lavora un uomo dalla pelle scura. I condomini del palazzo ignorano che si tratti di Leone Jacovacci (nella foto), il «pugile nero di Roma» che mise paura al fascismo e che sarebbe morto dimenticato da tutti il 16 novembre del 1983, a 81 anni, dopo aver resistito a sette infarti e aver sbarcato il lunario pulendo le scale e consegnando le raccomandate. Lui che il 24 giugno del 1928 allo Stadio Nazionale di Roma, l'attuale Flaminio, davanti a quarantamila persone aveva battuto il milanese Bosisio, diventando campione italiano ed europeo dei pesi medi. Da una parte un pugile potente, nero, romano, del popolo; dall’altra un atleta bianco, tecnico, milanese e biondo, per cui stravedevano i più importanti uomini del fascismo, da Balbo a Bottai.

Una rivincita attesa dopo che Bosisio si era aggiudicato il primo incontro a Milano, con giudici milanesi. Il verdetto da molti era stato ritenuto incoerente con l’andamento del match. Ma fu proprio quella rivincita, imbarazzante per il regime(il filmato del match venne manomesso e tagliato dall’Istituto Luce) a segnare l’inizio del declino per Leone. Qualche mese dopo un colpo proibito gli avrebbe provocato il distacco della retina. Sempre più isolato e con le leggi razziali alle porte, il clima intorno a lui si sarebbe fatto insostenibile. Da lì la decisione di tornare in Francia, dove per veder nascere la figlia da una compagna ebrea avrebbe celato la sua vera identità quando i nazisti entrarono a Parigi.

L’ha cambiato più volte, il suo nome. Passo indietro: Jacovacci nasce il 19 aprile del 1902 a Sanza Pombo - oggi Angola ma allora Regno del Congo, nonché «giardino» di proprietà del belga Leopoldo II – dalla relazione fra papà Umberto, agronomo romano, e una principessa babuendi, Zibu Mabeta. I due decidono di farlo crescere in Italia e così tre anni più tardi Jacovacci sbarca a Roma dai nonni paterni,felici di accogliere il primo nipote ma anche preoccupati dalle difficoltà che comportava crescere un bambino meticcio. Quindi la decisione di trasferirsi in una località più appartata in provincia di Viterbo. La vita procede regolare fino alla morte della nonna. Da lì Leone viene spedito in un collegio a Frascati, dove però mostra segnali di sofferenza.

Dopo varie fughe, a 16 anni si imbarca a Napoli su un mercantile inglese, spacciandosi all’equipaggio come un indiano di Calcutta e venendo arruolato nell’esercito durante la Prima guerra mondiale. A Londra decide di chiamarsi John Douglas Walker. Al momento del congedo, un organizzatore di incontri di boxe ne nota la muscolatura prorompente e lo introduce al pugilato, che diventa la sua vita. Combatte e vince, però per gli atleti neri non ci sono chance di titolo.

Metà anni Venti, dunque. Leone cambia ancora e va in Francia. Lì funziona diversamente, il pugile nero è il più osannato e pagato. Stavolta assume l’identità fittizia di Jack Walker, nome afroamericano (venivano retribuiti meglio) e omaggio a Jack Dempsey (campione mondiale dei pesi massimi dal 1919 al 1926). Il successo è immediato ma sul più bello a fermarlo è l’impossibilità di produrre un documento che attesti identità e nazionalità. Quindi l’ammissione di essere italiano, l’imbarazzo del governo, i match con Bosisio, di nuovo la divisa inglese negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale, l’esperienza da lottatore fino alla soglia dei sessant’anni. Il caso vuole che negli stessi giorni in cui Leone era ricoverato in ospedale, sui ring italiani vincessero due futuri campioni italiani dalla pelle scura: Nino La Rocca e Sumbu Kalambay. Un passaggio del testimone.

Su «la Lettura» #753, in edicola e in questa App, la graphic novel di Nicholas Ciuferri e Michele Petrucci sul campione di pugilato Leone Jacovacci (1902-1983).

5 maggio 2026 ( modifica il 5 maggio 2026 | 19:50)

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