Salario giusto, meglio parlare di «Lavoro giusto» e inclusivo
Il salario giusto evocato dal decreto lavoro non coincide con il salario minimo universale già presente in molti Paesi occidentali: una soglia sotto la quale nessun lavoro possa essere pagato
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Salario giusto, meglio parlare di «Lavoro giusto» e inclusivo
di Barbara PoggioIl salario giusto evocato dal decreto lavoro non coincide con il salario minimo universale già presente in molti Paesi occidentali: una soglia sotto la quale nessun lavoro possa essere pagato
Nel decreto lavoro entrato in vigore il Primo maggio il governo italiano ha scelto di parlare di «salario giusto». Efficace sul piano comunicativo, l’espressione è però tutt’altro che scontata. Che cosa intendiamo per «giusto»? E soprattutto: giusto per chi? Il salario giusto evocato dal decreto non coincide con il salario minimo universale già presente in molti Paesi occidentali: una soglia sotto la quale nessun lavoro possa essere pagato. Il riferimento resta ai minimi dei contratti collettivi nazionali più rappresentativi, anche per l’accesso delle imprese ad alcuni incentivi.
Può contrastare pirateria e dumping contrattuale, ma non introduce una tutela universale. La distinzione è importante. Una soglia minima avrebbe un valore non solo economico, ma simbolico: direbbe che sotto un certo limite il lavoro smette di essere dignitoso e diventa sfruttamento. L’articolo 36 della Costituzione lo afferma dal 1948: chi lavora ha diritto a una retribuzione che assicuri a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Quel principio attende ancora piena attuazione. Il lavoro non è solo una prestazione da pagare. È una parte concreta della vita: tempo, corpo, relazioni, salute, riconoscimento, autonomia. Negli ultimi decenni, invece, è stato spesso trattato come fattore produttivo da rendere flessibile, meno costoso, più adattabile al mercato. La retribuzione conta, certo. In un Paese in cui, (Istat) quasi un lavoratore o lavoratrice su dieci è povero/a pur lavorando, garantire compensi dignitosi è indispensabile. Ma la giustizia del lavoro non si misura solo dal salario. Un salario può rispettare un contratto e non consentire di pagare un affitto; può far arrivare a fine mese, ma non bastare per un progetto di vita; può accompagnarsi a orari imprevedibili, part-time involontari, carichi di cura non riconosciuti.
Il problema non è solo quanto si guadagna, ma, come nota Amartya Sen, quale vita quel lavoro rende possibile. Per questo sarebbe meglio parlare di «lavoro giusto» più ancora che di «salario giusto». Un lavoro che non scarichi il rischio sulle persone più fragili, non costringa ad accettare qualsiasi condizione pur di restare nel mercato, non consideri la precarietà una fase naturale della giovinezza, né la cura un problema individuale. E che non renda invisibili sfruttamento migrante, appalti opachi, sicurezza negata, incidenti chiamati fatalità. La retorica dell’occupazione, da sola, non basta. Può convivere con bassi salari, discontinuità, povertà, nuove disuguaglianze tra uomini e donne, Nord e Sud, generazioni. Creare lavoro non basta, se quel lavoro resta povero, fragile, ricattabile. La domanda più seria non è quanti posti di lavoro creiamo, ma quale vita quei lavori consentono. Una buona domanda da cui partire per il prossimo decreto.
*Prorettrice alle politiche di equità e diversità Università di Trento
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5 maggio 2026
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