Marina Abramovic alle Gallerie dell'Accademia di Venezia: la pioniera della performance art tra cristalli, energia e sensorialità
Corriere della Sera - Cultura

Marina Abramovic alle Gallerie dell'Accademia di Venezia: la pioniera della performance art tra cristalli, energia e sensorialità

Martedì 5 maggio 2026
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Nella mostra «Transforming Energy» lavori dal 1977 a oggi per celebrare gli ottant'anni dell'artista. Dal 6 maggio al 19 ottobre

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Marina Abramovic alle Gallerie dell'Accademia di Venezia: la pioniera della performance art tra cristalli, energia e sensorialità

di Veronica Tuzii

Nella mostra «Transforming Energy» lavori dal 1977 a oggi per celebrare gli ottant'anni dell'artista. Dal 6 maggio al 19 ottobre

Marina Abramovic alle Gallerie dell’Accademia (foto Sabadin/ Vision)

«L’arte deve sempre lanciare un messaggio di pace e unità». Marina Abramovic non entra nello specifico delle polemiche politiche legate alla Biennale in questi giorni. Eppure, la mostra-evento «Transforming Energy», a cura di Shai Baitel, da domani, 6 maggio, e fino al 19 ottobre alle Gallerie dell’Accademia, si apre con la memoria più dura, quella che non si lascia alleggerire. Balkan Baroque (1997) resta un nodo impossibile da sciogliere: le ossa, il gesto ostinato del lavare, il tempo che si accumula senza redenzione. È la storia balcanica e anche qualcosa di più vicino e scomodo: l’idea che certe tracce non si cancellano, che il corpo – anche quando agisce – non riesce a riparare. Durante la presentazione della rassegna l’artista serba ha però ricordato il suo Crystal Wall of Crying (2021) a Kiev: 40 metri di carbone compresso nero proveniente dalle miniere ucraine, su cui sono fissati 93 cristalli di quarzo grezzi «che rappresentano la purezza, la memoria e l’energia vitale», chiosa Abramovic, che in mostra appare anche come un avatar. «Il museo - rimarca il direttore Giulio Manieri Elia - rinnova il suo dialogo tra arte antica e moderna. Dopo Merz, Guston, Baselitz, Kapoor e De Kooning siamo felici che sia ora la volta di Abramovic, prima donna con una grande mostra alle Gallerie».

In una città fatta di pietra, acqua e storia come Venezia, Abramovic riporta quella stessa energia dei cristalli, presenza e tempo, ma in chiave più intima, come sottolinea il curatore: «Non è una mostra ma una grande esperienza partecipativa». Pioniera della performance art, Abramovic con quest’esposizione celebra i suoi 80 anni, spostando ancora una volta il baricentro: non più (o non solo) ciò che si guarda, ma ciò che si percorre.
È un percorso che tiene insieme 23 lavori dal 1977 al 2026 e li ricompone senza linearità. Dopo l’opera che le valse il Leone d’Oro alla Biennale firmata Germano Celant, il visitatore viene munito di cuffie che isolano da ogni rumore, per vivere totalmente le sensazioni che provocano i Transitory Objects: «Bisogna prendersi del tempo - sottolinea Abramovic -. Più tempo spenderete, più energia riceverete. La mostra deve diventare per ciascun visitatore un viaggio personale e interiore».

Le Shoes for Departure (1991/2024), scolpite in massicci cristalli di quarzo, pesano decine di chili. Togliti le scarpe, entra a piedi nudi, chiudi gli occhi, resta immobile. Partire senza muovere un passo: un rituale di distacco, un invito al viaggio interiore. Chair for Human Use with Chair for Spirit Use» (2012), i «Beds for Human Use» (2026) in legno e cristallo, o installazioni come Bathtubs Installation (2024) parlano la stessa lingua essenziale: niente spettacolo, nessuna azione se non quella, minima, di stare. È qui che la ricerca di Abramovic si sposta: dall’estremo fisico degli anni Settanta a una pratica più silenziosa, quasi meditativa. Perché stare, davvero, è tutt’altro che facile. Le opere recenti insistono su questa dimensione. Portal A (2024), alta quasi tre metri, in alluminio, acciaio e 190 cristalli di selenite illuminati da Led, si attraversa, si sosta e la luce faccia il resto. Non succede molto, apparentemente. Eppure è lì che qualcosa si incrina: il tempo rallenta, la percezione cambia, il corpo diventa misura. Non c’è bisogno di credere all’energia per sentirne l’effetto come possibilità.

La mostra, allestita negli spazi temporanei del museo e al primo piano tra i capolavori rinascimentali, ha un momento di forte intensità. Di fronte, la Pietà (1575-76), ultima tela di Tiziano (completata da Palma il Giovane), e Pietà (with Ulay) (1983) di Abramovic. Da una parte il buio, la fine, l’ultimo gesto del maestro; dall’altra il dolore si fa contemporaneo, scultoreo, vivo. È un corpo che regge un altro corpo. Non è la Madonna, ma è pur sempre madre, sorella, testimone. Due modi diversi di trattenere ciò che si perde, due modi di stare davanti alla fine. C’è poi un’opera creata site-specific: Double Edge (2026), un’altissima scala in acciaio, dove i gradini sono pericolosi coltelli. Parte dalla base della scala palladiana e svetta. Verso l’ignoto o l’infinito?

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