Mosca e il padiglione chiuso alla Biennale di Venezia, il critico Paparoni: «La performance esiste lo stesso. Israele mi fa più orrore della Russia ma dico no alle censure»
Il curatore del libro «Come la politica condiziona l'arte»: «L'artista afferma sempre una presenza anche se non visto, come Marina Abramovic»
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Mosca e il padiglione chiuso alla Biennale di Venezia, il critico Paparoni: «La performance esiste lo stesso. Israele mi fa più orrore della Russia ma dico no alle censure»
di Sara D'AscenzoIl curatore del libro «Come la politica condiziona l'arte»: «L'artista afferma sempre una presenza anche se non visto, come Marina Abramovic»
Il critico e curatore Demetrio Paparoni ha insegnato a Vienna e a Catania
Il suo biglietto da visita per parlare di ciò che si vedrà e soprattutto ciò che non si vedrà al Padiglione della Russia dal 9 maggio in poi per il critico e curatore Demetrio Paparoni risiede nel suo libro Come la politica condiziona l’arte (Ponte alle Grazie).
Paparoni, il Padiglione della Russia tanto contestato consisterà in performance registrate che si potranno intravedere dalle finestre del Padiglione. Che senso ha per l’artista dare la sua arte se poi sarà così difficile vederla?
«Si tratta di performance. E una delle caratteristiche della performance è che rimane una documentazione fotografica. Qualunque performance fotografata o registrata ha una sua ragion d’essere. E ha ragion d’essere anche nel caso in cui la performance sia un’esperienza personale dell’artista che serve esclusivamente per dare una risposta a una propria spinta interiore. Ovviamente anche in assenza di pubblico. Siamo portati a pensare che l’artista faccia qualcosa per gli altri, ma l’artista è qualcuno che l’arte la fa per sé stesso, perché si appaga attraverso un’azione che ha nelle implicazioni estetiche la propria necessità».
Considerata la natura particolare della presenza russa questa performance può anche voler dire: “Eccoci, siamo qua”? O l’artista non ci pensa?
«L’artista non fa mai nulla per caso, afferma sempre una presenza; l’arte ha un valore universale che travalica sempre la valenza personale. Questa idea che l’arte rappresenti uno Stato o un Governo è assolutamente assurda. Un’opera d’arte si porta dietro una condizione culturale che è la condizione culturale con cui si è formato l’artista. Questo non vuol dire affatto che l’arte rappresenti un Governo: la cultura travalica quella che è una condizione politica. Se noi presentiamo artisti russi o israeliani non dobbiamo pensare che rappresentino la Russia o Israele, in realtà rappresentano una propria esigenza interiore, danno forza a un concetto, e incarnano dei significati che assumono anche valori simbolici che spesso trascendono il pensiero dell’artista».
Facciamo un passo indietro. Al di là della necessità dettata dalle sanzioni, dal punto di vista curatoriale, che scelta è far vedere delle performance registrate dalle finestre del Padiglione?
«Immagini il Louvre di notte a luci spente: questo non vuol dire che l’opera d’arte non venga guardata o non esista più, esiste lo stesso, gli stessi artisti che hanno fatto le performance sono testimoni, si portano dietro la loro memoria. Quante perfomance di Marina Abramovic e Ulay ha visto dal vivo? Penso neppure una, la performance per sua natura è arte effimera, quello che rimane è la documentazione fotografica o filmica. L’artista può anche decidere di fare una performance di cui non resta che la memoria, il racconto. E il racconto può creare il mito».
Russia sì o Russia no per lei?
«Penso che se si nomina un presidente della Biennale, poi bisogna accettare le sue scelte qualunque essere siano, solo nei regimi la cultura è soggetta ai diktat della politica. Il Padiglione è comunque della Russia, come le ambasciate: se si vuole arrestare una persona dentro non si può fare. La Biennale è un luogo di dialogo, non un luogo di guerra, andare a negare il dialogo in un luogo come la Biennale è una contraddizione in essere. Gli artisti non sono persone armate di armi, ma di buona volontà. L’arte per sua natura dialoga, non ha mai ucciso nessuno».
Come la mettiamo col fatto che però le scelte le faccia un commissario sia governativo?
«Perché negli altri Padiglione chi sceglie? In tutti i Padiglioni della Biennale i commissari sono scelti dallo Stato».
Ma sono Stati di diritto.
«Tutti? Tra Russia e Israele in questo momento a me fa più orrore Israele, ma non mi sognerei di dire di non far esibire l’artista israeliano: sono contrario a qualunque forma di censura».
Nel suo libro si è occupato anche di Cina.
«Gli artisti cinesi possono usare qualunque linguaggio, ma hanno dei grandi limiti nei contenuti, contrariamente a quanto succedeva nel periodo del nazismo o nella Russia di Stalin, in cui l’arte doveva parlare al popolo. Questo accadeva anche in Cina, oggi non più, ma hanno i limiti del contenuto. Ma allora perché la Cina può essere alla Biennale e la Russia no?».
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