Serena Bortone: racconto tre donne in cerca di libertà
La giornalista e conduttrice televisiva a Napoli per la presentazione de «Le dirimpettaie», un libro tra retaggi ed emancipazione
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Serena Bortone: racconto tre donne in cerca di libertà
di Ida PalisiLa giornalista e conduttrice televisiva a Napoli per la presentazione de «Le dirimpettaie», un libro tra retaggi ed emancipazione
Tre donne nell'Italia di oltre cinquant’anni fa compongono un sodalizio indistruttibile e cercano la libertà al di fuori delle convenzioni sociali. Sono Le dirimpettaie (Rizzoli editore) protagoniste del nuovo romanzo di Serena Bortone, che lo presenta oggi pomeriggio alle 18 alla Feltrinelli di piazza dei Martiri a Napoli, con Mirella Armiero e Maurizio de Giovanni.
Serena, chi sono le «valchirie» del libro?
«Valchirie senza armi, però mi piace poterle rappresentare così, con un aneddoto che si lega alla mia infanzia, perché mia madre mi faceva mangiare la pappa con “La cavalcata delle valchirie”: sentivo questa musica così importante e impegnativa e aprivo la bocca! Poi c’erano le amiche di mia madre, tre donne dell’Italia tra gli anni ‘60 e ’70 che si ritrovano a vivere un’epoca di sconvolgimenti sociali, politici, economici, dalla libertà sessuale fino alla riforma del diritto di famiglia».
Il divorzio, la libertà, il sesso prima del matrimonio. Le dirimpettaie parlano di tanti temi cari alle donne di oggi.
«Una della tre si innamora dell’ex fidanzato della figlia e decide di vivere questa passione fino in fondo, una cosa che ancora oggi sarebbe rivoluzionaria. Sono temi che ho respirato sin da bambina, a casa di mia madre. Lei fondeva la vezzosità dello shopping a un impianto valoriale molto forte. Per dirla con Don Milani: “L’obbedienza non è più una virtù ma la più subdola delle tentazioni”. Intuivo nei racconti delle amiche di mia madre questo spirito di libertà, la voglia di entrare a far parte di un mondo che però non le comprendeva perché erano destinate al matrimonio e figli. Poi nella Rai 3 di Guglielmi nella quale sono cresciuta ho incontrato tante femministe che hanno combattuto quelle battaglie e le due cose, l’ambiente in cui sono cresciuta e il modo di affrontare il lavoro, si sono fuse. Il libro è dedicato alle madri che mi hanno tenuto per mano, le donne che mi hanno insegnato i valori del femminismo e della sorellanza».
Questo «welfare di prossimità» è ancora possibile oggi?
«Penso che in un momento come quello attuale, in cui spariscono i corpi intermedi e quindi ci si sente sempre più soli perché si è sempre più individualisti, recuperare le connessioni fisiche anche di un condominio è un primo passo per ritrovare quell’umanità che sembra svaporare in una contemporaneità sempre più frammentata».
C’è qualche passaggio nel libro nel nostro Sud e in Costiera. Sono luoghi che sente suoi?
«Mio padre Edmondo era cilentano di Cuccaro Vetere, primo laureato del paese e più giovane sindaco d’Italia, della sinistra democristiana. Sono luoghi a me cari, c’è molto Sud nel libro. Una delle protagoniste, Tina, arriva dalla provincia di Salerno. Si è sposata molto presto e, quando si innamora dell’ex fidanzato della figlia, sarà una zia “zitella”, Giuditta, a dirle: nipote mia, prenditi tutto. Perché lei non l’ha potuto vivere».
A ottant’anni dal voto alle donne qual è la libertà più grande che abbiamo conquistato?
«La possibilità di realizzare la nostra natura e autenticità, di lavorare e di poter dividere la cura nelle famiglie con i mariti e con i padri. Gli uomini di quella generazione non avevano le coordinate per poter capire come occuparsi dei figli, perché ci pensavano le madri e si perdevano tanto. I padri contemporanei sono molto più attenti perché hanno capito che occuparsi dei figli è un dono anche per loro. Però purtroppo il 75% del lavoro di cura è ancora svolto dalle donne e questo impedisce loro di realizzare se stesse e le proprie ambizioni».
Che cos’è che dobbiamo ancora conquistare noi donne?
«Le mogli erano dei trofei, ed è ancora difficile rompere quelle catene se portano prestigio, come scrive Simone de Beauvoir. La cosa più importante che dobbiamo conquistare è la libertà di essere noi stesse».
«Ecco cosa succede nel dare libertà alle figlie femmine. È un mondo pieno di pericoli» dice a un certo punto. Un modo ancora oggi per dare la colpa alle donne, anche dei femminicidi?
«È a proposito dell’omicidio Montesi, un caso che fece molto scalpore. La reazione era quella, c’era l’idea che le donne dovessero vivere sotto una campana di vetro e non potessero guardare il mondo con occhi liberi e indipendenti. Anche se si sono fatti passi avanti, pure nel giornalismo e nel modo di raccontare i femminicidi, quest’idea che “te la sei cercata” resta ed è intollerabile che venga posta come la soluzione alla violenza di genere».
E per lei qual è stato il momento in cui ha sentito di più vacillare la sua libertà?
«Non l’ho mai permesso, ma anche quando non andavo in video, perché a tutto puoi rinunciare ma non a te stessa».
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