«Il mio libro sugli umili, la guerra e la ragion di Stato». Esce il primo romanzo di Michele Emiliano
Si intitola «L'alba di San Nicola»: è ambientato a Bari nel 1911, alla vigilia della campagna di Libia. Una donna trovata uccisa, un pescatore accusato del delitto. L'ex governatore: «Io come il mio amico Carofiglio? Due generi diversi. Gianrico presenterà il volume a Roma con me»
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«Il mio libro sugli umili, la guerra e la ragion di Stato». Esce il primo romanzo di Michele Emiliano
di Francesco StrippoliSi intitola «L'alba di San Nicola»: è ambientato a Bari nel 1911, alla vigilia della campagna di Libia. Una donna trovata uccisa, un pescatore accusato del delitto. L'ex governatore: «Io come il mio amico Carofiglio? Due generi diversi. Gianrico presenterà il volume a Roma con me»
Michele Emiliano alla scrivania
Sarà presentato martedì 5 maggio, alle 18.30, alla Feltrinelli di Bari, il primo romanzo di Michele Emiliano. L’ex presidente della Regione si iscrive così alla folta schiera di magistrati dediti alla letteratura. Il libro, pubblicato da Solferino, si intitola «L’alba di San Nicola» ed è la storia di una inchiesta giudiziaria legata all’assassinio di una giovane donna, scoperto all’indomani della sagra di maggio dedicata al patrono di Bari. La vicenda è ambientata nel 1911 mentre l’Italia si prepara alla guerra coloniale di Libia e in Europa maturano i prodromi della Prima guerra mondiale.
Il suo libro non è solo un legal thriller: è qualcosa di più. Che cosa esattamente?
«Ogni libro ha un proprio destino particolare che a volte prescinde dalle intenzioni dell’autore. A me era stato chiesto di scrivere un noir. È venuta fuori un’altra creatura: dove il racconto del caso giudiziario c’è - e ha una sua tenuta - ma il romanzo lo utilizza per parlare pure del momento storico».
Di quale periodo parliamo?
«Gli anni in cui l’Europa mira ad espandere il proprio dominio coloniale e con lo stesso spirito aggressivo apre la strada alla Prima guerra mondiale. Il libro descrive come è cominciato quel processo politico che porta l’Italia a lasciare tedeschi e austriaci con cui aveva stipulato la Triplice alleanza e finire nell’Intesa con inglesi, francesi e soprattutto i russi. I quali hanno un ruolo cospicuo nel romanzo, a causa della loro devozione a San Nicola».
La storia: un umile pescatore è accusato dell’assassinio di una donna. Che, quando viene ritrovata, stringe in mano un bottone militare.
«Nella vicenda ci sono tutti gli interrogativi che da secoli ci appassionano: se la giustizia è uguale per tutti, se il fatto di essere poveri o ricchi cambia l’azione della macchina giudiziaria, se e come il potere tenta di controllare gli elementi principali della democrazia. Che sono la giustizia e l’informazione».
Il maresciallo Piemontese, un militare, non un investigatore di professione, segue il caso. Per venirne a capo cerca un’avvocata di Napoli. Perché?
«Piemontese è un galantuomo, crede nel Paese e nelle regole. Ad un certo punto, si rende conto che di fronte al rischio di dover parlare male del Re o creare un’immagine negativa dell’esercito italiano, ha bisogno di un’alleanza che sparigli le carte. Ho pensato che l’alleanza con un’avvocata di Napoli, Maria, fosse la più sparigliante di tutte. Ho pensato fosse più facile per una donna cambiare le regole già scritte, quelle che permettono alla giustizia di adeguarsi alle richieste del potere».
Perché una napoletana?
«Maria è il simbolo della relazione antica che esiste tra Bari e Napoli e anche della questione meridionale. Napoli, grande capitale del Mezzogiorno, esprime personalità straordinarie, oggi come allora. Di quel periodo sono memorabili gli scontri tra Matilde Serao e Salvemini. Di quest’ultimo pure si parla nel romanzo».
La ragion di Stato vorrebbe fare del pescatore un capro espiatorio. A cosa mira l’autorità dell’epoca?
«A chiudere rapidamente un processo imbarazzante. Il rischio che qualcuno potesse indagare su un ufficiale dell’esercito italiano era considerato rischioso, disdicevole. E del resto, va pure detto, che gli indizi sul pescatore sono di una certa consistenza. Tutt’altro che trascurabili nelle tecniche investigative dell’epoca. L’esito dell’inchiesta non la riveliamo».
Nella scena c’è posto anche per un Mussolini recisamente contrario alla guerra che sta per cominciare.
«Mussolini fu contrario alla guerra in modo acceso. Fu anche arrestato a Ravenna per le sue proteste. Nel Partito socialista dell’epoca era il leader dei marxisti, i libri spesso oscurano questo aspetto: rappresentava l’area massimalista. Lui e Amadeo Bordiga erano i due capi che fecero espellere Bissolati e Bonomi dal partito perché avevano dato l’avallo all’invasione della Libia».
In tutto questo c’è un’allusione alle vicende contemporanee?
«Più che un’allusione, sottolineo la continuità. Allora il gioco delle grandi potenze conduce al loro stesso suicidio nella Prima guerra mondiale. Vennero meno gli Asburgo, gli Hohenzollern, si dissolse l’impero Ottomano, crollarono gli zar Romanov. Il capitalismo e la guerra vennero vissuti come una specie di gioco d’azzardo. Un po’ come oggi avviene forse tra le grandi multinazionali del mondo».
Il dominio dei potenti: la vede così?
«Probabilmente alle case regnanti si sono sostituiti i grandi capitalisti che puntano sulla guerra perché pensano sia un’occasione utile per il loro dominio. Non è cambiato nulla da questo punto di vista: abbiamo di fronte sempre guerre che sono assolutamente inutili per la gente comune. Ma pure difficili da capire per il supposto vantaggio che darebbero a questi uomini potenti. In realtà alla fine i danni che provocano sono enormi, per tutti».
È vero che non le dispiace descrivere il libro come il suo testamento civile?
«Ma no, direi che caso mai è un esperimento, non un testamento. Mi sono messo alla prova, come fanno gli sportivi. Io sono un uomo di sport, ci sono delle volte in cui devi provare a raggiungere un risultato. Ho provato nella mia vita a fare tante cose, non avevo provato a scrivere un romanzo. Vedremo se questa nuova attività andrà bene come le altre. E poi devo dire che il romanzo dentro di sé possiede elementi per il sequel. Ci sono molte cose che rimangono aperte e alle quali sto già lavorando».
A proposito di nuove cose da fare, sa già in quale ufficio lavorerà nei prossimi mesi?
«No, sinceramente è l’ultimo dei miei pensieri. Sono in attesa di sapere ciò che i potenti decideranno del mio destino. Ma aspetto con grande tranquillità e senza alcuna ansia».
Con il suo romanzo si iscrive alla schiera di magistrati-scrittori, come il suo compagno di studi Gianrico Carofiglio.
«Gianrico presenterà il mio libro a Roma il 25 maggio. È la prima persona alla quale ho chiesto di presentarlo perché lui è sempre capace di darmi dei buoni consigli. Il mio genere è diverso dal suo. Sono ansioso di conoscere il suo giudizio».
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5 maggio 2026
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