Smartphone spenti e la «vecchia» Lettera 32 Olivetti sul banco: al comprensivo Principe Amedeo di Gaeta è la ricetta per accendere la concentrazione
Il laboratorio di dattilografia creativa guidato da Enrico Sbandi e Manuela Garau rivolto a 15 tra studenti e studentesse. Il neurologo e psicoterapeuta Pierluigi Brustenghi: «Il click-clack dei tasti dà ritmo ai pensieri».
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Smartphone spenti e la «vecchia» Lettera 32 Olivetti sul banco: al comprensivo Principe Amedeo di Gaeta è la ricetta per accendere la concentrazione
di Francesca MennaIl laboratorio di dattilografia creativa guidato da Enrico Sbandi e Manuela Garau rivolto a 15 tra studenti e studentesse. Il neurologo e psicoterapeuta Pierluigi Brustenghi: «Il click-clack dei tasti dà ritmo ai pensieri».
Lo scrittore Emmanuel Carrère non usava più di un dito per scrivere i suoi libri. Batteva sulla macchina da scrivere i suoi testi una lettera alla volta, una parola alla volta. Quando gli fecero notare che avrebbe potuto coinvolgere tutte e dieci le dita delle mani, lui capì che i suoi libri sarebbero stati diversi.
Trasformare il pensiero in parole non può essere così semplice, a meno che semplici non siano i pensieri stessi. È un atto mentale, ma anche fisico; e richiede tempo, attenzione, persino una certa fatica.
Lo sa bene Enrico Sbandi, giornalista e scrittore, ideatore del progetto “Metti la Olivetti sul banco”, all’istituto comprensivo Principe Amedeo di Gaeta. Per il secondo anno consecutivo, quindici ragazzi e ragazze partecipano a un laboratorio extracurricolare di dattilografia creativa con altrettante macchine da scrivere Lettera 32, per tre ore alla settimana. La sorpresa è che i cellulari restano sul banco, ma quasi nessuno li tocca.
Quando lo raggiungiamo, Sbandi sta riparando la sua, di Olivetti: «È una passione che ho fin da bambino. A tre anni mio padre me ne mostrò una in ufficio e io ne rimasi incantato», racconta. «La macchina da scrivere è la prima vera codifica del pensiero. Con la scrittura a mano ciascuno ha la propria grafia; qui invece il linguaggio si uniforma, diventa universale».
Per Sbandi la macchina da scrivere è un “tapis roulant per la mente”, che allena e non annoia. Così, per qualche ora è «un oggetto obsoleto come l’Olivetti» al centro dell’attenzione dei ragazzi e non uno smartphone. «Con il telefono sei incuriosito dal resto del mondo: dagli altri, dai social, dalle notizie. Con la macchina da scrivere sei incuriosito da te stesso, da quello che restituisci al foglio bianco».
Per questo a fine lezione le pagine compilate dai ragazzi sono fitte di inchiostro. Ma cosa scrivono? «All’inizio nome e cognome – spiega Sbandi-. Poi dico loro di scrivere qualsiasi cosa passi per la testa, anche semplicemente: “non so cosa scrivere”. Alla fine scrivono tutti storie. Diventano gelosi dei loro racconti e della loro macchina, le danno anche un nome». Come sia possibile nell’epoca del multitasking e dell’attenzione frammentata ottenere risultati del genere lo spiega Pierluigi Brustenghi, neurologo e psicoterapeuta con cui Sbandi si confronta da tempo. Rispetto alla digitazione su computer e, ancora di più, a quella su tablet e smartphone, dove si è arrivati allo schermo piatto e “touch”, la tastiera meccanica richiede una resistenza fisica maggiore. «La pressione dei tasti – spiega Brustenghi – implica un più intenso coinvolgimento di mani e polpastrelli, con una maggiore attivazione dei meccanorecettori». Questo rafforza il legame tra pensiero e azione, rendendo il processo di scrittura più incarnato e meno automatico.
Allo stesso tempo, sottolinea lo studioso, c’è una riduzione del carico cognitivo. La macchina da scrivere elimina anche una serie di interferenze tipiche della scrittura digitale: notifiche, messaggi, finestre multiple. Favorisce invece uno stato di attenzione sostenuta e di “flow” permettendo una concentrazione più profonda. «Un altro elemento facilitante il feedback acustico ritmico, il classico click-clack dei tasti. Funziona quasi come un metronomo, scandendo il ritmo del pensiero».
Anche la memoria risulta potenziata. L’assenza di correzione immediata obbliga infatti a una maggiore pianificazione e accuratezza nella formulazione di una frase. Sbagliare ha un costo materiale: bisogna correggere, usare il bianchetto, oppure ricominciare da capo.
Ed è proprio il rapporto con l’errore uno degli aspetti più interessanti del progetto, osserva l’insegnante e pedagogista Manuela Garau, che coordina e supervisiona il laboratorio insieme a Sbandi: «Inizialmente gli studenti più disattenti e impulsivi erano parecchio tesi» spiega Garau ricordando il primo impatto con la lentezza imposta dalla macchina da scrivere per alcuni di loro. «Col tempo sviluppano una tolleranza diversa all’errore e un rapporto più sereno e spontaneo con la scrittura, lasciando fluire pensieri e parole. In una società che ci chiede sempre la performance migliore è importante imparare a “lasciare andare” di tanto in tanto».
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4 maggio 2026 ( modifica il 4 maggio 2026 | 23:47)
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