La vendetta dei Leoni di Venezia, il nuovo romanzo di Matteo Strukul è un thriller ambientato nel 1600
Intrighi, arte, sangue: una trama tra veleni e profumi, nata anche dal lavoro e suggestioni di Marco Vidal
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La vendetta dei Leoni di Venezia, il nuovo romanzo di Matteo Strukul è un thriller ambientato nel 1600
di Francesca VisentinIntrighi, arte, sangue: una trama tra veleni e profumi, nata anche dal lavoro e suggestioni di Marco Vidal
«L’acqua pareva nera d’inchiostro. I fuochi cangianti delle torce crepitavano sinistri, I palazzi incombevano sul canale, simili a covi di spettri. La luna opalina scintillò sopra Venezia». È suggestione già dalle prime righe. Inizia così il nuovo romanzo dello scrittore best-seller padovano Matteo Strukul, La vendetta dei Leoni di Venezia (Newton Compton, 320 pagine, 12,90 euro). Intrighi, sangue e vendetta tra thriller e romanzo storico. Tornano in scena i personaggi principali di La congiura delle vipere. Nella Venezia del 1617 la Serenissima è impegnata a scoprire i cospiratori della congiura di Bedmar. In questo scenario, si muovono i destini del Caigo «lo Spettro di Venezia», della profumiera Rea, del capo degli sbirri Marco Valier, della pittrice Chiara Varotari e della spietata avventuriera L’Invelenada. Un racconto nella tradizione del feuilleton, omaggio al grande romanzo d’avventura da cui Strukul, da sempre, trae ispirazione, da Gautier, a Dumas, a Stendhal, Salgari, Conrad. Ancora una volta location e centro dell’azione è Venezia, grande ispiratrice di Strukul, che attorno alla «città che non perdona» ha scritto già sei romanzi. Ma centrale in questo lavoro è anche il tema dei profumi e veleni, già iniziato con La congiura delle vipere.
Strukul, Venezia continua a essere al centro delle sue trame letterarie.
«In realtà è come se stessi scrivendo “il grande romanzo di Venezia” attraverso libri diversi. E da Veneto ho proprio voglia di raccontare il mio territorio, da Venezia parte un po’ tutto, è un pozzo senza fondo di spunti letterari. Del resto anche Balzac con La Commedia umana aveva scritto otto volumi...». Profumi e veleni sono il filo conduttore di questo romanzo, in cui Marco Valier sembra quasi l’anagramma di Marco Vidal. Il Museo del profumo di Vidal a Venezia ha ispirato questa scelta narrativa? «Nei ringraziamenti del primo libro della trilogia, La congiura delle vipere, ho citato e ringraziato i Vidal e il loro grande lavoro. Certamente qui ci sono suggestioni partite da Marco Vidal, Il Museo del Profumo e la riscoperta dell’arte dei “muschieri” della Serenissima, gli alchimisti del profumo. Ma c’è anche la storia della famosa “teriaca”, un polifarmaco creato con la carne di vipere dei Colli Euganei, una sorta di panacea. Mi ha ispirato naturalmente molto anche Il profumo di Süskind».
I personaggi sembrano più articolati in questa storia, con molte sfumature. È così?
«Nel primo libro ero più affannato a costruire il mondo della trilogia, in questo invece mi sono sbizzarrito sui personaggi, ho dato loro sfumature diverse, in particolare a L’Invelenada e a Chiara Varotari».
La pittrice Chiara Varotari spicca anche oltre il suo talento artistico.
«Ho voluto portare alla luce un personaggio di cui si sa poco. Mi schiero al fianco di Dacia Maraini e Melania Mazzucco nell’impegno di dare visibilità a protagoniste femminili dimenticate dalla storia. Varotari nel libro oltre che pittrice è avventuriera, ho narrato anche di quadri che in realtà non ha mai dipinto. Mi sono preso la licenza narrativa di fare immaginare e sognare, romanzando la sua vita».
In un mondo diviso dai conflitti, tra angoscia e incertezza, la letteratura è consolatoria?
«Sono per la letteratura di evasione, che tra l’altro è la cosa più coraggiosa che si può fare. Il grande romanzo Ottocentesco era questo: evasione, intrigo, immergersi in altre vite. E molte persone mi scrivono che i miei romanzi hanno aiutato a affrontare giornate difficili. C’è bisogno di sognare e di avere speranza. L’arte, almeno l’arte dovrebbe cercare di promuovere la pace».
Lei è uno degli scrittori più prolifici, un libro dopo l’altro. Questo le causa qualche invidia?
«Le mie lettrici e lettori sono veloci a leggere, la richiesta di nuovi libri arriva da loro. Scrivere è il mio lavoro, vivo di scrittura, ho tutto il tempo che voglio da dedicarci. Le storie poi mi arrivano all’improvviso, anche camminando in un bosco... ».
Ha venduto un milione di copie, i suoi romanzi siano tradotti in 40 Paesi, ma è uno degli autori veneti che il Premio Campiello non ha mai preso in considerazione. Perché?
«Lo trovo bizzarro, ma mi sembra un problema più del Campiello che mio. Sono spesso l’unico scrittore italiano invitato ai festival all’estero, uno dei pochi a essere tradotto in così tanti Paesi, ho venduto moltissimo, se questo per il Campiello non conta niente... Mi sembra uno spregio a scrittrici e scrittori veneti che un Premio nato nel Veneto li ignori. Le scelte del Campiello spesso non riflettono il mercato, non può essere un punto d’onore sostenere libri che vendono poco».
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4 maggio 2026 ( modifica il 4 maggio 2026 | 19:12)
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