Le «Cronache bolzanine» di Rino Zullo: il racconto della città nascosta che ha colpito anche Hemingway e Walt Disney
L'oste del Fischbänke, in via Streiter, è uno dei personaggi più noti della città: «Non sono uno scrittore, semmai un artigiano. Nel libro mi sono sentito come un Forrest Gump che si siede sulla panchina a fianco del personaggio storico di turno»
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Le «Cronache bolzanine» di Rino Zullo: il racconto della città nascosta che ha colpito anche Hemingway e Walt Disney
di Silvia M. C. SenetteL'oste del Fischbänke, in via Streiter, è uno dei personaggi più noti della città: «Non sono uno scrittore, semmai un artigiano. Nel libro mi sono sentito come un Forrest Gump che si siede sulla panchina a fianco del personaggio storico di turno»
Rino Zullo, in arte Cobo, all'esterno del suo locale a Bolzano
C’è una Bolzano che non si vede nelle cartoline stereotipate per i turisti, ma che vibra nei riflessi dei calici di vino bianco e nelle chiacchiere che si perdono tra i banchi di pietra di via Dr. Streiter. Per trovarla basta cercare un paio di baffi a manubrio, una chioma argentea sotto un Panama d’ordinanza e quel sorriso contagioso che sembra dire: «Fermati un attimo, ho una storia da raccontarti». Lui è Rino Zullo, per tutti semplicemente Cobo: artista, illustratore, creatore di mondi e storico titolare del Fischbänke, il wine bar più iconico della città, nato dove un tempo il mercato del pesce dettava il ritmo del quartiere. Oggi, a 76 anni, si definisce «vispo e frizzante»: ha lasciato il timone dell'attività al figlio e ha deciso di trasformarsi in quello che chiama «un sarto della parola». Ha da poco affidato alle stampe il suo «Cronache bolzanine», un viaggio letterario che ripercorre le tracce lasciate da 40 personaggi illustri che, nei secoli, hanno calpestato il porfido della città. «Non sono uno scrittore di quelli a cui le parole escono dai polpastrelli come per magia - ammette con onesta ironia -. Mi sento più un artigiano. Butto giù il canovaccio della frase e poi lo amalgamo pezzo dopo pezzo, facendo taglia-e-cuci. Nel libro mi sono sentito come un Forrest Gump che si siede sulla panchina a fianco del personaggio storico di turno, dal Dalai Lama a Walt Disney».
Bolzano come New York
Cobo è arrivato nel capoluogo altoatesino quasi per caso, seguendo quella scia di libertà tipica degli anni Sessanta. «Bolzano era l’ultimo domicilio conosciuto. Arrivi, ti fermi, vai via, poi trovi una ragazza, fai di nuovo andata e ritorno... alla fine sono rimasto. Mi piaceva questa idea di una piccola città che diventa un destino. Potevo vivere a New York o a Roma, ma Bolzano è come un quartiere che percorri in ogni angolo senza stancarti mai. Anche se, in fondo, mi considero ancora un precario: la mia base è qui, ma la testa vuole sempre scoprire posti nuovi». E di posti Cobo ne ha creati molti, trasformando angoli dimenticati in icone. Il Fischbänke, 32 anni fa, era un retrobottega abbandonato, contornato da bidoni della spazzatura in una via, la Dr. Josef Streiter, che i bolzanini usavano solo come transito locale. «C'erano questi banchi del pesce fermi da dieci anni dopo l'esplosione di una bombola. Ho pensato: "Come sarebbe bello farci un locale in cui servire taglieri di formaggi e spumante!". Mi diedero il permesso per sei mesi, convinti che non sarebbe durata, invece è diventato un'icona per tedeschi, austriaci e svizzeri che qui cercavano il mix perfetto tra l'ordine teutonico e la Dolce Vita italiana».
Politici e artisti
Dal suo osservatorio privilegiato dietro gli ombrelloni colorati, Cobo ha visto passare il mondo. E non è solo una metafora: il Fischbänke è stato il salotto a cielo aperto di leader mondiali e star del cinema. «Mi ha sempre colpito il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier: veniva spesso, beveva un prosecco in modo semplicissimo, senza scorta. Il nostro era un rapporto amichevole, confidenziale. Poi è passata Catherine Deneuve, a cui ho offerto del bianco locale, e una giovanissima Paola Cortellesi. Gli artisti di Heimat venivano da Monaco apposta: prenotavano e restavano a bere e mangiare per sette ore di fila, una vera baldoria».
Personaggi
Nel suo libro Cobo scava a fondo, mescolando la cronaca dei suoi incontri con la ricerca storica. Scopriamo così che Agatha Christie è passata di qui, citando il lago di Carezza nel suo giallo «Il segno dei quattro», che Chuck Berry ha calpestato il suolo bolzanino per pochi metri tra l'auto e l'hotel e che persino Martin Lutero e Ernest Hemingway hanno lasciato un'impronta. «Hemingway è stato qui nel '48. Sono sicuro che, se fosse nato qualche anno dopo, un bicchierino al Fischbänke se lo sarebbe fatto volentieri». L'occhio di Cobo sulla città moderna è però critico, venato da una nostalgia costruttiva. «Non mi piace tutto di questo modernismo. Hanno distrutto negozi antichi bellissimi per creare questa sorta di Disneyland del Sudtirolo; hanno uniformato troppo l’architettura in uno stile neo-rustico che livella tutto. Se non fosse per il paesaggio, a volte non capiresti se sei in Pusteria o in città». Eppure, Bolzano resta il suo palcoscenico preferito. «Voglio dire ai bolzanini che vivono in un posto molto più interessante di quanto credano. Basta stare fermi e il mondo ti passa davanti. Io parlo di William Turner o di Goethe non per fare accademia, ma per dare uno stimolo: c’è gente che legge il mio libro e poi va a cercare quel particolare portone o quel museo nascosto sotto i Portici che non aveva mai notato».
Nuovi racconti
Nonostante la pensione («solo pro forma», chiarisce), l'officina delle idee non chiude mai. Mentre si gode il feedback delle «Cronache», Cobo sta già scrivendo un romanzo («un mix tra storia e gotico, sono a pagina 140») e sogna di pubblicare racconti brevi illustrati alla Luis Sepúlveda. «Non mi do arie da scrittore: mi definisco uno storyteller. Mi basta stimolare le persone a pensare, a cercare. Quest'estate andrò al Lido di Venezia per fare i sopralluoghi di un nuovo fumetto. Da pensionato posso passare il tempo a fare progetti». A Bolzano, intanto, i tavoli di pietra di via Dr. Streiter continuano a ospitare turisti e ospiti locali sotto quegli ombrelloni larghi alla romana che Cobo portò per primo «quando tutti usavano quelli degli sponsor». Resta lui, il sarto delle parole, a ricordare a tutti che la bellezza sta nei dettagli nascosti e che, a volte, per vedere il mondo intero basta sedersi a un vecchio banco del pesce e ordinare un calice di vino.
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