Giulio Zambon, il prof che parla di poesia sui social: «Il mio video su Leopardi visto 6 milioni di volte. In classe faccio usare l'Ai. Per tre anni ho lasciato internet, mi consumava»
Corriere della Sera - Cultura

Giulio Zambon, il prof che parla di poesia sui social: «Il mio video su Leopardi visto 6 milioni di volte. In classe faccio usare l'Ai. Per tre anni ho lasciato internet, mi consumava»

Lunedì 4 maggio 2026
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Vicentino, 27 anni, insegna a Ferrara. «Gli autori sono come noi: Dante disperato, Marino trapper barocco. Nei ragazzi c'è voglia di cultura e di confronto. A lezione proviamo a smascherare i trucchi dell'Ai»

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Giulio Zambon, il prof che parla di poesia sui social: «Il mio video su Leopardi visto 6 milioni di volte. In classe faccio usare l'Ai. Per tre anni ho lasciato internet, mi consumava»

di Pierfrancesco Carcassi

Vicentino, 27 anni, insegna a Ferrara. «Gli autori sono come noi: Dante disperato, Marino trapper barocco. Nei ragazzi c'è voglia di cultura e di confronto. A lezione proviamo a smascherare i trucchi dell'Ai»

Parlare di letteratura sui social e farsi seguire da centinaia di migliaia di persone? Giulio Zambon, professore vicentino in servizio a Ferrara, ci riesce. In sei milioni, tra Instagram e TikTok, hanno visto il video in cui racconta di Leopardi e dell'Ermo Colle. Un milione e mezzo quello su Ungaretti e il Fascismo; diverse centinaia di migliaia lo hanno ascoltato rievocare Dante, Machiavelli, Pascoli. Difficile capire se il segreto siano gli sbarazzini capelli lunghi e biondi, i suoi 27 anni o il tono gentile che rende «umani» i grandi autori che tradizionalmente popolano gli incubi sugli esami di Maturità (e su cui da poco ha scritto un libro, «Le parole affilate»).

Professor Zambon, quando ha iniziato a usare i social così?
«
Nel 2016, pubblicavo delle immagini accompagnate dai miei scritti, usavo i social come specchio di me. Poi li ho abbandonati per tre anni perché mi facevano male: dal 2020 al 2023 sono tornato a telefoni senza internet. Se ci si lascia divorare è un pozzo senza fondo di scrolling. I social nascono per creare forme di dipendenza, per non far uscire gli utenti».

Lei come ne è uscito?
«Come la bulimia in rapporto al cibo, il problema non è la fetta di torta che mangio ma il rapporto che io instauro con quella fetta di torta. Il segreto è trovare qualcosa che sia più attraente nella propria vita, più vero: la partita di calcio con gli amici, un libro. I limitatori a tempo non funzionano, li ho provati. Funziona ricordare quanto sto bene lontano dal telefono, quando leggo o scrivo. Dopo lo scrolling ci rendiamo conto che non fa bene; dopo una partita di calcio invece non vediamo l’ora di farne un'altra».

Sui social alla fine è diventato una celebrità.
«
Mi riconoscono per strada e non so come sia possibile: 1,2,3 milioni di visualizzazioni è un numero scritto, non una massa come quella che riempie una piazza. Il video che è andato di più era quello in cui io parlai di Leopardi e del suo rapporto con la siepe dell’Infinito. Neanche un minuto di lunghezza, provocò 3,5 milioni di visualizzazioni su Instagram, 2,5 su TikTok. Leopardi dentro di sé avrebbe sperato questa visibilità, tutti speriamo di essere letti. Amava il gelato, e per festeggiare ne avremmo mangiato un po' insieme».

Quanto c'è di calcolato? Guadagnerà qualcosa dai social...
«Formule e parole chiave aiutano a creare attenzione ma mi rifiuto di utilizzarle. Per me il fine è creare un luogo di cultura e accoglienza. La visibilità è precaria, un luogo per parlare di poesia invece resta. E poi dai social non guadagno nulla».

Conosce l'età del suo pubblico?
«
Va dalle scuole medie fino agli anziani di settant'anni e oltre. Ricevo messaggi in cui mi raccontano della loro vita; mi fanno leggere le loro poesie, mi chiedono consigli su autori o autrici che studiamo a scuola, dicono che avrebbero voluto un insegnante come me, cercano confronto. C'è un’idea svalutante delle giovani generazioni, come persi lontano dalla cultura. Ma c’è una fortissima tensione alla scoperta di sé».

Colleghi professori e allievi cosa dicono della sua celebrità?
«
Sono in un istituto professionale da quest’anno, fino all’anno scorso facevo supplenze. Quando arrivo in una scuola tutti lo sanno, perché i video girano. Qualche studente mi dice: «Ma prof, è famoso». All’inizio c’è stupore, poi si normalizza. Quando in una storia Instagram racconto di me, qualcuno in classe il giorno dopo mi chiede come sto. Nessuno mi ha mai osteggiato».

La letteratura può essere noiosa. Lei come fa a interessare i ragazzi? 
«Non chiedo mai interesse, la prima regola dell’amore è la libertà. Non posso pretendere che abbiano la mia stessa passione. Spesso masticare autori come Tasso è come masticare uno spaghetto crudo. Hanno una lingua diversa. Il mio obiettivo è cuocere la pasta e renderla commestibile, la sostanza resta la stessa. A scuola spesso non c’è la possibilità di dare del "tu" agli autori che per noi restano solo dei cognomi altisonanti e imbalsamati. Ma erano ragazzi e ragazze come noi».

Ad esempio?
«Una volta ho fatto lezione su Giambattista Marino, il re della letteratura barocca italiana. L'ho presentato come un trapper: era un teppista, dentro e fuori di prigione per atti che faceva da solo o per difendere amici. Girava le corti cercando di fare soldi con la letteratura. Sono aspetti lo rendono vicino a personaggi della musica di oggi».

E Dante?
«
In classe ho definito Dante un poveraccio perché ha avuto una vita straziata. Vive malissimo la morte di Beatrice a 25 anni, quando lui ne ha 26. E in esilio lontano da Firenze, toccato il fondo, scrive la Commedia e le altre grandi opere che leggiamo. Quasi tutti i poeti vivono queste situazioni al limite, a Pascoli morirono tutti, da suo padre in avanti, e si trovò solo. In classe punto molto sul dolore degli autori che spesso è anche il nostro, la letteratura nasce quando pensiamo di essere arrivati alla fine di tutto».

Si discute molto dell'uso di smartphone e intelligenza artificiale a scuola. Lei che ne pensa?
«La nostra creatività non può sparire. In storia e letteratura propongo di chiedere a Chatgpt informazioni sulle fonti per provare a scovare gli errori. Per avviare la costruzione di un testo narrativo, l'Intelligenza artificiale inizia la storia, poi continuiamo noi, poi prosegue l'Ai. Oppure abbiamo letto Calvino chiedendo a Chatgpt di riassumerlo per studiare come lo faceva, cercando di farlo meglio. Così si dialoga con l’Ai. Se qualcuno la usa per copiare mi dispiaccio e sono severo. In classe ho proposto anche di semplificare in un vocale Whatsapp un’esperienza di smarrimento in cui non sapevamo cosa fare: ho introdotto così l'Inferno di Dante».

Il suo canale social si chiama «A bassa voce». Alza mai la voce in classe?
«Di rado (ride,ndr), in caso di emergenza, fa parte degli strumenti educativi. Ma non sbraito. Richiamerebbe l’attenzione solo sull’insegnante».

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