Mario Turetta: «Nei musei torinesi aprii le porte che dividevano la cultura. Ma per le residenze sabaude il progetto non funzionò»
Corriere della Sera - Cultura

Mario Turetta: «Nei musei torinesi aprii le porte che dividevano la cultura. Ma per le residenze sabaude il progetto non funzionò»

Lunedì 4 maggio 2026
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L'attuale presidente del Conservatorio vanta una lunga carriera che toccò l'apice col ruolo di segretario generale del Ministero della Cultura. «L'Egizio? Firmai io i documenti che permisero il passaggio a Fondazione»

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Mario Turetta: «Nei musei torinesi aprii le porte che dividevano la cultura. Ma per le residenze sabaude il progetto non funzionò»

di Antonella Frontani

L'attuale presidente del Conservatorio vanta una lunga carriera che toccò l'apice col ruolo di segretario generale del Ministero della Cultura. «L'Egizio? Firmai io i documenti che permisero il passaggio a Fondazione»

La lunga carriera di Mario Turetta è nata a Roma e lì ha raggiunto l’apice, in qualità di Segretario Generale del Ministero della Cultura ma il suo cuore è sempre stato legato al Piemonte e a Torino. Anche qui, Mario Turetta, classe 1958, ha ricoperto molti ruoli: direttore dell’Agenzia Piemonte Lavoro, Direttore Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte, direttore del Consorzio di Valorizzazione Culturale La Venaria Reale e poi direttore del Consorzio Residenze Reali Sabaude. Soprattutto a lui si deve la nascita del Polo Reale, successivamente trasformato nei Musei Reali. 

Da settembre 2025 è Presidente del Conservatorio «Giuseppe Verdi» di Torino.

Una lunga carriera. Soddisfatto?
«Appagato, direi. Ho compiuto un percorso che mi ha permesso di svolgere tanti ruoli in ambiti diversi e, guardando indietro, mi sento soddisfatto del lavoro svolto».

Dal primo novembre in pensione dopo quarantacinque anni di attività lavorativa ma non smette di essere impegnato.

«L’incarico al Conservatorio sarà un’avventura interessante all’interno di un’istituzione così prestigiosa che nel 2026 compie novant’anni di attività».
Da presidente del Conservatorio le chiedo un parere sul «caso Venezi».
«Non ho alcun elemento per poter entrare nel merito di un’istituzione così autorevole come la Fenice. Rispetto la decisione del Sovrintendete».

Dica la verità, sta lavorando ad un grande progetto anche per il Conservatorio…
«Farlo rientrare nel Polo delle Arti che nascerà all’interno della Cavallerizza. Un’iniziativa che, oltre al Conservatorio, riunisce le principali istituzioni pubbliche e private del territorio tra cui Regione Piemonte, Città di Torino, Fondazione Compagnia di San Paolo, Università di Torino, Accademia Albertina di Belle Arti e Fondazione Collegio Universitario».

Se si tratta di realizzare un polo lei c’è sempre.
«In effetti, lavorai con molto entusiasmo alla nascita del Polo Reale Torino, oggi Musei Reali…».

Come andò allora?
«Arrivai a Torino, nell’agosto 2004, in qualità di direttore Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte. I palazzi erano afferenti a tre diverse Soprintendenze: ai beni archeologici, ai beni storico/artistici e ai beni architettonici. Un’organizzazione decisamente farraginosa».

Cosa comportava?
«Tre contesti con diverse visioni a cui facevano capo organici e biglietterie diverse. A volte, i palazzi erano divisi anche solo da una porta. Grazie alla direzione regionale, che aveva competenza sul territorio, ebbi la possibilità di coordinare quel sistema. Nacque l’Ufficio Unico per il Polo Reale».

Un lavoro di riorganizzazione attraverso il recupero della memoria dei luoghi ma anche attraverso l’ apertura di tante porte…
«Certo. Per esempio: aprimmo la porta tra Palazzo Reale e l’Armeria Reale; lo scalone che dall’Armeria Reale portava alla Biblioteca Reale; la porta tra Palazzo Reale e la Galleria Sabauda, che nel 2004 si trovava nel Palazzo dei Nobili, in via Accademia delle Scienza. Il Polo ha dato vita ai Musei Reali che oggi rappresentano un’unica realtà da ogni punto di vista».

Lei contribuì al progetto ambizioso delle Olimpiadi della cultura. Come?
«Allestimmo al Museo Archeologico la mostra “Eroi ed atleti”, curata da Benedetto Camerana. Un progetto innovativo, un vero dialogo tra archeologia e arte contemporanea. Ho un ricordo entusiasmante di quel periodo in cui tutte le istituzioni lavoravano sull’unisono».

Quale protagonista della cultura rimpiange di quegli anni?
«Molti, soprattutto, Fiorenzo Alfieri, Giampiero Leo, Alberto Vanelli, Lino Malarae Rosaria Cigliano».

Quello era il periodo in cui nasceva la Fondazione del Museo Egizio.
«Sì, firmai io i documenti che permisero il passaggio. La fondazione nacque nel 2004 e durante le Olimpiadi rappresentò uno dei luoghi più attrattivi da visitare».

Lei fu l’artefice anche del Consorzio delle Residenze Sabaude…
«Sì, l’obiettivo era quello di racchiudere le residenze in un progetto unico».

Ha funzionato?
«Purtroppo, non si crearono le condizioni favorevoli. Contestualmente, il Ministero mi richiamò a Roma per assumere l’incarico di Direttore Generale del Cinema e dell’audiovisivo ».

Oggi il Consorzio funziona?
«Oggi il processo è in corso e procede molto bene».

Perché i castelli di Racconigi e di Agliè non entrarono a far parte del Consorzio?
«La questione scatenò un lungo dibattimento dall’esito negativo».

La cosa più bella che ha fatto alla Reggia? Quella che non è riuscito a realizzare?
«Sono molto orgoglioso del lavoro svolto in collaborazione con tutte le istituzioni del consorzio e del numero di biglietti venduti nel 2017: più di un milione. Mi è dispiaciuto non riuscire a far decollare il sistema delle residenze. Sono contento, però, che oggi questo risultato si stia raggiungendo»

Qual è la funzione della Direzione Regionale Musei?
«Si tratta di una realtà che dovrebbe potenziare, da ogni punto di vista, i musei autonomi».

In qualità di sociologo, uomo di cultura, votato all’organizzazione, qual è il suo punto di forza?
«Forse, la capacità di motivare una squadra verso il raggiungimento di un obiettivo».

Il suo punto debole?
«Sono un uomo dirompente che ama il confronto; questo mi espone anche agli scontri».

Un sogno da realizzare?
«Tanti…»

Di cosa ha paura?
«Di non aver fatto abbastanza nel perseguire un obiettivo».

Confessi: lei tende al perfezionismo…
«Sì, è vero».

Cos’è che la disturba negli altri?

«La falsità».

Cosa chiede ai suoi collaboratori?
«Competenza, impegno e senso dell’etica».

Dicono che lei sia un capo che delega…
«Delego, ma controllo».

Nella vita pensa di aver maturato più rimpianti o più rimorsi?
«Nella vita privata credo di aver maturato qualche rimorso».

Tre aggettivi per definirsi come padre.
«Penso di essere un padre presente, generoso affettivamente, forse severo, nei limiti accettabili, affinché non venga sprecato il talento».

Quali sono le sue passioni?
«Amo i viaggi, il buon cibo e la buona compagnia».

Una persona importane nella sua vita?
«Dal punto di vista professionale, Giuliano Urbani. Dal punto di vista umano, Giovanni Cordero, mio amico dal 1980».

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