La scrittura della madre
Corriere della Sera - Cultura

La scrittura della madre

Sabato 2 maggio 2026
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Anche il romanzo autobiografico ha un certo grado di fiction, una forma di distanza protettiva da una realtà troppo intima, soprattutto quando gli autori provano a raccontare la propria famiglia, e in particolare la madre. Qui alcuni esempi di titoli con al centro la figura materna 

DOMENICA 3 MAGGIO

La scrittura della madre

Anche il romanzo autobiografico ha un certo grado di fiction, una forma di distanza protettiva da una realtà troppo intima, soprattutto quando gli autori provano a raccontare la propria famiglia, e in particolare la madre. Qui alcuni esempi di titoli con al centro la figura materna 

di Ida Bozzi

Il romanzo, anche il più autobiografico, ha sempre un certo grado di fiction, di «finzione letteraria» e di messa in scena, una forma di distanza protettiva da una realtà troppo intima, troppo vicina o troppo dolorosa.Questa «parete» si assottiglia fino a sfiorare la carne viva, quando l'autrice o l'autore prova a raccontare la propria famiglia, e in particolare la madre: esistono esempi davvero toccanti di questa «scrittura della madre», che riescono a riprodurre sulla pagina le emozioni, le voci, le ferite, le asprezze, ma anche l'allegria, il gesto struggente, l'affetto di una mamma, spesso dopo la perdita, e sanno quasi riportarla in vita.

Emozionante, il breve romanzo con cui Ferdinando Camon ha vinto il Premio Strega 1978, Un altare per la madre (Garzanti, 1978): un omaggio vibrante alla figura della madre, in cui torna a vivere il mondo agricolo, sommesso e timido, cui la donna apparteneva. L'idea di costruire per la tomba della madre un piccolo omaggio funebre, realizzato dal padre dello scrittore con i metalli delle pentole offerte da amici e vicini, è vera; ma è vera soprattutto la donna che emerge dal romanzo,personalità di carattere schivo fino al nascondimento, sempre ritratta in piccolo nelle foto di famiglia, lavoratrice indefessa e umile, che però giganteggia dalla prima all'ultima pagina, esempio di quella civiltà antica e silenziosa che è la cultura contadina: dal libro, peraltro, è stato tratto il film del 1986 diretto da Edith Bruck.

Di tutt'altra pasta, ma in fondo con lo stesso carisma, è la madre ritratta da Antonio Franchini nel recente Il fuoco che ti porti dentro (Marsilio, 2024): Angela non è la nobile figura compunta e quasi angelica che rappresenta il mondo contadino, ma è una donna eccessiva, rumorosa, rancorosa, in cui l'autore ritrova «il qualunquismo, il razzismo, il classismo, l’egoismo,l’opportunismo, il trasformismo, la mezza cultura peggiore dell’ignoranza»: una donna sguaiata che incarna tutto ciò che lo scrittore detesta, e che gli fornisce una «educazione al contrario», cercando di trasmettergli i disvalori e i pregiudizi in cui è cresciuta. Ma proprio seguendo fino alle radici quei disvalori, lo scetticismo per tutto ciò che è solidarietà o amicizia, l'autodeterminazione rinforzata con l'egoismo e l'interesse greve, lo scrittore ricostruisce una vita aspra e difficile, raggranellata a unghiate durante e dopo la guerra, e mantenuta a morsi più che a carezze, in un'Italia trascurata e impoverita nei valori e nella fiducia, facendone un ritratto comunque monumentale.

Ambivalente e contraddittorio, per motivi opposti, anche il rapporto con la madre descritto nel libro più autobiografico della scrittrice indiana Arundhati Roy, Il mio rifugio e la mia tempesta (Guanda, 2025): in questo caso, la distanza dalla figura materna nasce proprio dal fatto che la donna è un monumento di carisma, un'attivista che ha lottato per la propria indipendenza ed è diventata una guida per le donne di tutta l'India, un punto di riferimento per la comunità. Un esempio, però irraggiungibile: ripercorrendo l'infanzia, Roy ricorda l'asprezza, perfino la violenza della donna, il suo carattere severissimo e litigioso,l'indifferenza apparente con cui allontanava i figli, ma ricostruisce anche la fatica solitaria della madre per trovare una casa e un lavoro, la malattia che spesso la costringeva a letto con l'asma, la forza selvaggia con cui riesce ad aprire una scuola e a diventare l'educatrice di tutti quei nuovi figli, distaccandosi ancora di più dai propri. Eppure, proprio quella distanza è un richiamo d'amore: una sfida a vivere la propria vita e a trovare la propria strada, come percepisce alla fine la scrittrice.

Ma l'esempio più nitido di «romanzo della madre», reale fino allo spasimo, fino a toccare il cuore, è un libro implacabile come quello della Premio Nobel Annie Ernaux, Una donna (L'Orma, 2018). Una scrittura eccezionale, gelida o almeno neutra, di pagina in pagina distaccata in modo quasi insostenibile: Ernaux mette il lettore di fronte alla morte della madre e al suo funerale, raccontando senza nessun nascondimento ogni particolare del rito, il clima, le chiacchiere imbarazzate dei parenti lontani, perfino i retropensieri più banali (il dubbio se lasciare o no la mancia ai becchini, per esempio). Via via, il presente lascia lo spazio al ricordo, e la vita ormai finita della madre viene raccontata dall'inizio,il lavoro di operaia, il piccolo successo sociale con il commercio, portato avanti da sola e con fatica, e poi la distanza ovvia e naturale che si instaura tra la donna con valori d'altri tempi e la nuova donna, la figlia, più emancipata e libera; e infine la convivenza forzata, gli anni della vecchiaia, la demenza, la separazione finale con il ricovero in clinica. Una storia comune, un'esistenza minima, quasi fioca, che però grazie all'estremo coraggio della parola di Ernaux, non solo riprende vita, ma torna presenza: irripetibile e unica.  

Nell'immagine: Pablo Picasso, «Madre con bambino» (1951-57), conservato al Fogg Art Museum, Cambridge, Massachusetts.

Su «la Lettura» 753, in edicola e in questa App, lo scrittore francese Emmanuel Carrère racconta la genesi del suo ultimo libro, Kolchoz (dal 5 maggio per Adelphi), in cui la figura della madre è al centro, in un’intervista a Stefano Montefiori. Nell’inserto anche l’anticipazione dell’incipit del volume e una lettura di Marco Missiroli.

2 maggio 2026 ( modifica il 3 maggio 2026 | 19:30)

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