Wendy e il suicidio per troppo dolore
Il 24 aprile una ex assistente sociale inglese di 56 anni si è tolta la vita in una clinica svizzera che garantisce il suicidio assistito anche a chi non soffre di una patologia degenerativa o terminale. Questa storia non può non lasciarci un senso di smarrimento, e forse anche di sconfitta...
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Wendy e il suicidio per troppo dolore
Elvira Serra | 3 maggio 2026Il 24 aprile una ex assistente sociale inglese di 56 anni si è tolta la vita in una clinica svizzera che garantisce il suicidio assistito anche a chi non soffre di una patologia degenerativa o terminale. Questa storia non può non lasciarci un senso di smarrimento, e forse anche di sconfitta...
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Il 24 aprile Wendy Duffy, ex assistente sociale inglese di 56 anni, si è tolta la vita in una clinica svizzera che garantisce il suicidio assistito anche a chi non soffre di una patologia degenerativa o terminale. La notizia ha fatto il giro del mondo, corredata di dati privati e toccanti: le 6 lettere scritte dalla donna ai fratelli e alle sorelle prima di morire, la finestra aperta nella stanza con vista giardino dove ha dormito per l’ultima volta così da far volar via la sua anima, la maglietta indossata nell’ultimo viaggio, quella del figlio 23enne scomparso quattro anni prima, e la canzone ascoltata mentre se ne andava: Die with a smile, Morire con un sorriso, di Lady Gaga e Bruno Mars.
I dettagli hanno «scaldato» una notizia che in realtà avrebbe dovuto raggelarci. Wendy Duffy non si era più ripresa dopo la morte dell’unico figlio, strozzato davanti ai suoi occhi dal boccone di un panino al termine di una serata al pub. Quanto sia insondabile il dolore di un genitore che perde un figlio lo dimostra l’assenza di un sostantivo per descrivere il lutto. Restiamo orfani, prima o poi. Oppure vedovi. Ma non saremo mai «quella-parola-che-ci-toglie-un-figlio». Forse perché un figlio ti resta attaccato al cuore, non conta da quanto se n’è dovuto andare. Se non riusciamo a nominare una relazione amputata, ancor meno possiamo suggerire come reagire.
Però la storia di Wendy Duffy non può non lasciarci un senso di smarrimento, e forse anche di sconfitta. Non la sua, la nostra, di una società sempre più sola, anche quando è sovrappopolata. Per esempio, stordisce leggere che le perizie psichiatriche con le quali è stata appurata la lucida determinazione a morire di questa madre inglese siano state fatte con videochiamate e su WhatsApp. Avrebbe cambiato qualcosa farle di persona? Posare una mano su quella di Wendy, stringerla, guardare dentro il liquido dei suoi occhi azzurri le avrebbe trasmesso la scintilla del dubbio? Il suicidio è un mistero drammatico, attraverso il quale è terribilmente difficile se non impossibile guardare, perché ci rimanda a quello che non abbiamo visto, o che non potevamo vedere. Ma il suicidio «assistito» di chi avrebbe potuto continuare con dignità a vivere, ci restituisce una responsabilità che non è più solo soggettiva: diventa collettiva. Dove eravamo, noi, mentre Wendy si lasciava annegare?
3 maggio 2026
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