Se l'arte diventa terreno di scontro
Corriere della Sera - Cultura

Se l'arte diventa terreno di scontro

Domenica 3 maggio 2026
3 visualizzazioni

Chi si oppone alla partecipazione russa alla Biennale si macchia di censura? Oppure lo spazio culturale non è neutrale se vi è un legame simbiotico tra la forma espressiva dell’artista e l’indirizzo politico dello Stato rappresentato?

Guerra in Iran, le ultime notizie in diretta 

Se l'arte diventa terreno di scontro

Corrado Caruso | 3 maggio 2026

Chi si oppone alla partecipazione russa alla Biennale si macchia di censura? Oppure lo spazio culturale non è neutrale se vi è un legame simbiotico tra la forma espressiva dell’artista e l’indirizzo politico dello Stato rappresentato?

I tuoi preferiti

Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.

Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccedi

Hai salvato un nuovo articolo

Trovi tutti gli articoli salvati nella tua area personale nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.

Ha fatto discutere la scelta della Biennale di concedere uno spazio espositivo alla Russia. La decisione di inviare gli ispettori da parte del ministero dei Beni culturali, e quella dell’Unione europea di tagliare il finanziamento alla Fondazione se quest’ultima non tornerà sui propri passi, ha fatto scattare accuse di censura di Stato, di presunto tradimento della missione culturale della Fondazione che, per legge, è chiamata a promuovere la «libertà di idee e di forme espressive», «lo studio, la ricerca e la documentazione nel campo delle arti contemporanee» (così recita il decreto legislativo istitutivo della Biennale). Un appello della sedicente «intellettualità libera» (sottoscritto, tra gli altri, da Di Battista, Mattei, Giannulli, D’Orsi) si è scagliato contro «l’ignobile ricatto della UE che recita: o cacciate i russi o non vi diamo il contributo», auspicando che «le nostre popolazioni prendano in mano i propri destini», evitando «parole e gesti ostili (dal primo cittadino della Repubblica fino all’ultimo) verso la Russia».

Ma davvero si tratta di censura? Siamo di fronte a un’inammissibile ingerenza del potere pubblico nelle scelte di una delle istituzioni culturali più importanti del Paese?
Verrebbe da dire di no. E non solo perché, in quanto organismo di diritto pubblico, la Fondazione è sottoposta alla vigilanza del Ministero dei Beni Culturali. Non deve dimenticarsi che, nelle esposizioni della Biennale, vi è un legame simbiotico tra la forma espressiva dell’artista e l’indirizzo politico dello Stato rappresentato. Non è possibile scindere il significato artistico tra l’opera esposta e la nazione di provenienza, a maggior ragione quando quest’ultima sia una dittatura che non riconosce la pluralità dei punti di vista e la libera espressione individuale. Le manifestazioni artistiche, nelle dittature, rientrano sempre in un’estetica di regime, definita sulla base di codici simbolici innalzati dal regime e strumentali alla sua perpetuazione. Nel concedere uno spazio espositivo alla Federazione, la Biennale non dà voce alla libera creatività degli artisti, ma funge da cassa di risonanza alla propaganda di un’autocrazia belligerante che non solo minaccia i confini dell’Europa, ma si è anche macchiata di crimini contro l’umanità.

Vi è poi un argomento più generale, che riguarda il rapporto tra autorità e libertà in un contesto, come l’attuale, in cui l’Europa delle democrazie si trova a fronteggiare una guerra ibrida scatenata dalla Russia e dalla lega internazionale delle autocrazie. Neologismo contemporaneo, il concetto di guerra ibrida si riferisce a forme di conflitto che combinano i tradizionali metodi militari con attacchi non convenzionali, che non possono essere definiti bellici in senso stretto. Si tratta di azioni cibernetiche, campagne di disinformazione, pressioni e ricatti economici (ad esempio, sulle risorse energetiche), persino pressioni migratorie, tutte attività che hanno una strategia ben definita: destabilizzare l'avversario, sfruttando le vulnerabilità interne per polarizzare la società e minare la fiducia nelle istituzioni.

È del tutto fuori fuoco, perciò, la denuncia di un preteso atteggiamento censorio del Ministero. Posizioni simili dimenticano la capacità «mimetica» delle autocrazie nelle guerre ibride e, più in generale, dei movimenti illiberali che costellano lo spazio globale. Questi soggetti sfruttano gli spazi di libertà offerti dalle nostre democrazie, aperte e pluraliste, per destabilizzare, persuadere, manipolare l’opinione pubblica, disorientare l’elettorato e contribuire al caos politico. Giuliano da Empoli, nel suo L’ora dei predatori, recuperando Machiavelli, ha sottolineato una simile tendenza: l’attuale contesto globale è caratterizzato da un momento borgiano, che consiste nella creazione strategica di disordine politico: «In una situazione di incertezza, quando la legittimità del potere è precaria e può essere messa in discussione in qualsiasi momento, chi non agisce può star certo che cambiamenti avverranno a suo sfavore».

Nel contesto attuale, le democrazie europee sono chiamate a ripensare il rapporto tra autorità e libertà. Non si tratta di restringere gli spazi individuali con misure draconiane, ma di capire come difendere il sistema democratico da nuove forme di potere che si presentano, spesso, proprio in nome della libertà. Non sempre è facile distinguere, e anzi vi è il rischio di una china scivolosa, ad esempio quando il bersaglio diventa, in modo generico, la letteratura o la cultura russa. Ma non vi è dubbio che alcune personalità culturali siano in realtà ambasciatori, sotto mentite spoglie, del regime.
I conflitti cui ormai assistiamo quotidianamente non sono più quelli tradizionali tra Stato e individuo. Oggi lo scontro è più complesso: da una parte c’è il potere democratico, che cerca di sopravvivere e preservare le proprie regole; dall’altra ci sono le autocrazie e i loro alleati, tra cui anche grandi attori privati come le piattaforme digitali.
Questi soggetti non si presentano come nemici della libertà. Al contrario, ne usano il linguaggio e si avvalgono della protezione che la democrazia offre loro. Ma dietro questa retorica e a questo uso alternativo dei meccanismi giuridici di ispirazione liberale, possono nascondersi dinamiche di concentrazione del potere e di erosione delle istituzioni democratiche.

In questo scenario, anche l’arte diventa un terreno di scontro. Il caso del padiglione Russia lo dimostra: lo spazio culturale non è neutrale, ma può trasformarsi in un luogo di confronto simbolico e politico.
Per questo, oggi, difendere la democrazia non significa limitare la libertà, ma proteggerla da chi la usa per indebolirla. E questa difesa passa non solo dalle istituzioni, ma anche dalla capacità di comprendere, soprattutto da parte dei cittadini, l’importanza della posta in gioco.

3 maggio 2026

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Editoriali e commenti di oggi di Corrado Caruso

Se l'arte diventa terreno di scontro

Domenica 3 maggio 2026 di Carlo Verdelli

Alex Zanardi, l'eroe che resta dentro di noi: «L'importante è desiderare»

Sabato 2 maggio 2026 di Lucrezia Reichlin

Il dilemma delle banche centrali

Sabato 2 maggio 2026 di Federico Cella

Se i lavoratori addestrano l'AI che li licenzierà

Sabato 2 maggio 2026 di Beppe Severgnini

Indignarsi può fare invecchiare meglio

Sabato 2 maggio 2026 di Stefania Craxi*

L'Europa rischia un declino silenzioso: è ora di andare oltre i dogmi del rigore

Venerdì 1 maggio 2026 LEGGI TUTTI

Gli approfondimenti e gli editoriali sui principali temi di attualità, politica, economia e costume curati dalle firme più prestigiose del Corriere della Sera. Scopri opinioni e commenti sui fatti del giorno.

Le Newsletter del Corriere, ogni giorno un nuovo appuntamento con l'informazione

Riceverai direttamente via mail la selezione delle notizie più importanti scelte dalle nostre redazioni.

Iscriviti

Condividi questo articolo