Il nuovo romanzo di Walter Veltroni: la fabbrica dei sogni dal bancone del bar
Corriere della Sera - Cultura

Il nuovo romanzo di Walter Veltroni: la fabbrica dei sogni dal bancone del bar

Domenica 3 maggio 2026
3 visualizzazioni

Attori e registi realmente vissuti, personaggi di finzione: il libro «Il bar di Cinecittà», in uscita martedì 5 maggio (HarperCollins Italia), è un affresco del Novecento italiano. Già venduti i diritti in Spagna e Germania. Qui una lettura del regista Giuseppe Tornatore

Garlasco, Sempio e il nickname «Andreas»: «L’unica volta in cui mi sono innamorato è capitato in un momento oscuro della mia vita. Tra i 18 e i 20 anni»

I tuoi preferiti

Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.

Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccedi

Hai salvato un nuovo articolo

Trovi tutti gli articoli salvati nella tua area personale nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.

Il nuovo romanzo di Walter Veltroni: la fabbrica dei sogni dal bancone del bar

di Giuseppe Tornatore

Attori e registi realmente vissuti, personaggi di finzione: il libro «Il bar di Cinecittà», in uscita martedì 5 maggio (HarperCollins Italia), è un affresco del Novecento italiano. Già venduti i diritti in Spagna e Germania. Qui una lettura del regista Giuseppe Tornatore

Ci sono romanzi che, non appena letta l’ultima pagina, tornano nel buio della dimenticanza, e altri dai quali non vorresti separarti, perché ti restano dentro, vorresti non finissero mai, e ti raccontassero, sia pure solo nella filigrana delle pagine di guardia, il seguito, il dopo, l’infuturarsi dei personaggi. Il nuovo romanzo di Walter Veltroni Il bar di Cinecittà, fa parte di questa seconda categoria.

Non soltanto per l’arco di storia che ripercorre, dal 1937, anno di inaugurazione di Cinecittà, la mecca dell’arma più forte, come Benito Mussolini definì la cinematografia, sino ai primi anni Ottanta, sul set di Ballando ballando, il film di Ettore Scola girato negli stessi teatri di via Tuscolana fortemente voluti dal Duce, ma per l’approccio con cui Veltroni ci fa rivivere, in una vera e propria esperienza sensoriale, mezzo secolo di vita italiana. E ciò che solo per un momento potrebbe sembrare il pretesto per un’appassionata rievocazione dei primordi aurei del nostro cinema, è fin da principio sconfessato dall’ombra della guerra incombente che conferisce al romanzo un’angosciosa e sconfortante ombra di attualità. Forse anche per questa ragione l’affinato procedimento narrativo ordito da Veltroni ti impone sin da subito l’istinto di ignorare in quale piega cronologica di quel tempo tu sia nato. Perché la prima cosa che avverti leggendo è che ci sei stato sempre e ci sei ancora. Come il giovane protagonista Diotallevi Giovanni, classe 1921, assunto sin dal primo giorno di apertura della capitale del cinematografo con la qualifica di barista.

Il romanzo

Il bar di Cinecittà di Walter Veltroni esce il 5 maggio per HarperCollins Italia (pp. 224, euro 19,50)

Ed è proprio il bar di Cinecittà, al pari della sala da ballo nella pellicola di Scola, il luogo su cui fa perno tutta la storia, come in altri film del grande sceneggiatore e regista, Una giornata particolare, La famiglia, La cena, tutti gravitanti intorno a un unico ambiente, e come in tante pellicole che hanno segnato la storia del cinema, da Ombre rosse di John Ford, a L’angelo sterminatore di Luis Buñuel, da Non si uccidono così anche i cavalli? di Sydney Pollack ad Arca russa di Aleksandr Sokurov o il recente Here di Robert Zemeckis.

Un’unità di spazio, quella del bar di Cinecittà, solo casualmente spezzata da scenari che ne sono la naturale estensione. Come lo stadio di Monte dei Cocci dove i romanisti che non possono permettersi il lusso di acquistare il biglietto d’ingresso possono intravedere solo metà campo, da lontano, costretti a immaginare una parte del gioco, o il Ghetto dei rastrellamenti tedeschi del 16 ottobre 1943, o via Urbana, la strada dove vive la famiglia del protagonista. Entro il perimetro di questa geometria, la Storia con la S maiuscola aleggia costantemente e subordina la vita quotidiana dei mille personaggi che animano la trama del racconto. Un coro di figure reali, da Marcello Mastroianni a Primo Carnera, a Mario Camerini, Alberto Sordi, Alida Valli, Vittorio De Sica, Federico Fellini, Alessandro Blasetti, Amedeo Nazzari, interagisce e si confonde con altro di fantasia, composto da Giovanni, Cesare, Rosa, Mariuccia, Franco e il piccolo Umberto così chiamato perché concepito tra le scenografie di Umberto D., in una contaminazione che finisce per rendere frutto d’invenzione il primo corpo di voci e desunto dalla vita reale il secondo, in una democrazia narrativa che ti stordisce e ti conquista. Come nel celebre dipinto di Renato Guttuso, Caffè Greco, dove grandi figure storiche come de Chirico, Moravia, Pasolini, e persino Buffalo Bill, coabitano gomito a gomito con ignoti avventori del celebre locale di via Condotti, e non meno che in un’altra tela guttusiana, I funerali di Togliatti, in cui, tra la folla d’addio al segretario del Pci, convivono insieme Gramsci e Lenin, Di Vittorio e Berlinguer, Mao Zedong ed Elio Vittorini, anche nel bar di Cinecittà non sono solo i protagonisti del cinematografo ad affacciarsi in scena.

Tra i tavolini dove comparse e macchinisti prendono momenti di riposo dalle fatiche del set, la Storia della politica italiana s’intrica a quella del cinema a partire dalle sciagure del fascismo sino alla tragedia di Aldo Moro in un respiro che è del grande romanzo storico. Nell’opera di Walter Veltroni però la metatemporalità delle opere di Guttuso è soppiantata dalla linearità narrativa del cinema più semplice e popolare.Il bar di Cinecittà è una macchina del tempo che scorre per dritto, come la pellicola in un proiettore. Rullo uno, rullo due, rullo tre. La vita del giovane barista evolve, sotto la guida saggia sino alla sottomissione del padre Cesare, trasportatore ai Magazzini generali, della madre Rosa, casalinga e pilastro di famiglia, del signor Franco Romoli gestore del bar, antifascista silenzioso, che, lacerato dal dolore per la morte del figlio in guerra, lascerà in eredità al giovane Diotallevi la guida del locale dove tutti i grandi e gli umili del cinema e del potere politico sono passati a bere una cedrata intrecciando tra loro le proprie parabole esistenziali, anche quando la Storia non soffia nello stesso verso dei loro valori e delle loro aspirazioni. E così persino un grande sceneggiatore e militante comunista come Sergio Amidei può trovarsi a dover scrivere Harlem, un film di regime dalla vita travagliata in cui i neri e i giudei sono rappresentati come feccia umana e interpretati da veri prigionieri di guerra costretti al ruolo di comparse, e il cui cosceneggiatore, Giacomo Debenedetti, non ha diritto al caffè sul set. «È un ebreo — spiega una spia dell’Ovra infiltrata a Cinecittà— Lo teniamo d’occhio, non firmerà neanche la sceneggiatura. Che poi fa ridere, un ebreo che scrive un film razzista». Così come Vittorio Mussolini può acquistare una sceneggiatura, La fine del mondo, ignorando di essere stata scritta da un altro giudeo, Enrico Lombroso, il quale non può firmare le sue opere perché lavora come negro al servizio degli sceneggiatori. «Un ebreo, che fa il negro, gli manca solo di essere laziale».

Sembrano scene scritte da Age e Scarpelli o da Flaiano, e come in molti film della migliore commedia all’italiana, trasudano storia vera. Perché Il bar di Cinecittà riesce come non mai a creare una coesione perfetta tra cronaca, invenzione e analisi. Ancor più che in suoi libri precedenti come Noi e La condanna, qui il Veltroni uomo politico, lo storico, il cinefilo, il giornalista, il cineasta, il documentarista, il saggista si prendono per mano come nel finale di Otto e mezzo, e si fondono in un’unica lente di osservazione, per cui ogni elemento della narrazione, anche il più banale come il nome di una macchina da caffè a pressione, finisce per sprigionare nel lettore imprevedibili evocazioni visive in processi immaginativi paralleli al romanzo che travolgono il concetto tradizionale della menzione e lo annullano in un miracolo letterario in cui, a ogni passo, s’avvertono in trasparenza immagini, suoni, parole, climi emotivi nati dalla sedimentazione di tutto quanto vissuto, studiato e sognato dall’autore, qui distillato in una sincerità che non teme la spudoratezza dei sentimenti né quasi la nostalgia per un tempo non vissuto, e sei sopraffatto da una tridimensionalità espressiva in cui, senza accorgertene, ti trovi immerso. Basta che la signora Rosa scenda le scale e corra fuori casa, per scorgere in un lampo la Magnani nella celebre scena di Roma città aperta. Non sono rimandi studiati, ma quando Mussolini, circondato dalla sua corte in occasione dell’evento inaugurale, attraversa i viali di Cinecittà e, passando dinanzi al bar, volge lo sguardo al giovane protagonista che crede lo stia salutando, non puoi fare a meno di rivedere il testone del Duce di Amarcord che officia le immaginarie nozze del giovane avanguardista Ciccio Marconi. Oppure nella pantomima del saluto fascista a braccio teso tra Diotallevi e il gerarca Fulchignoni non puoi non ritrovarci una gag di Chaplin o Totò. E quando il procacciatore di giochi notturni per gerarchi del regime tira fuori dal letto il ministro degli esteri giapponese, lo incocaina e lo fa ritrovare all’alba seminudo con al petto un reggiseno, come fai a non pensare ad Amici miei?

Ma la Cinecittà di Veltroni non è soltanto un satellite di creatività e aspirazioni artistiche, è soprattutto uno scenario tragico. I tedeschi che fuggono depredando ogni attrezzatura cinematografica e lasciando in ginocchio il comparto centrale della nostra cinematografia, i teatri trasformati in dormitori e baracche per gli sfollati alla fine della guerra, le crisi ricorrenti dell’industria dei sogni che s’alternano una dopo l’altra in contrappunto o all’unisono con gli eventi felici o luttuosi della famiglia Diotallevi, sino alle burocrazie democristiane degli anni Settanta e Ottanta che detroneranno il protagonista al ruolo di portiere per poi costringerlo a un prepensionamento che ha il sapore amaro di un’ingrata punizione e del compimento esistenziale. Ed è proprio nel finale che il romanzo approda al suo momento più alto e rivelatore. L’ormai non più giovane Giovanni, senza più uno scopo sociale, visita la balera di Ballando ballando in un triste addio e, rivivendo un momento reale della vita di Scola stesso avvenuto in quel set, è trascinato dentro una di quelle svolte del destino che non si lasciano annunciare, in un’inaspettata e struggente agnizione che sembra volerci svelare quanto il regista di C’eravamo tanto amati sia l’ispiratore e il protagonista occulto dell’intero romanzo.

Era dai tempi di Luigi Pirandello, a nostra memoria, che non leggevamo un romanzo interamente ambientato negli studi di uno stabilimento cinematografico. Ma mentre i Quaderni di Serafino Gubbio operatore era pervaso da un cauto agnosticismo nei confronti del nuovo linguaggio del cinema, in un primo tempo giudicato dal drammaturgo siciliano come un sinistro succedersi di fotogrammi di morte, in quello di Walter Veltroni che potremmo chiamare Quaderni di Giovanni Diotallevi barista, si respira tutta la fiducia in un codice, quello del cinematografo, del quale la nostra vita, a dispetto di qualunque rivoluzione tecnologica, non potrà mai più fare a meno.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Presentazioni e traduzioni. Al via il tour

Un luogo iconico della nostra cultura visto da una prospettiva particolare: è Il bar di Cinecittà di Walter Veltroni, racconto che ci porta nel cuore dei mitici studi cinematografici romani che nel 2027 compiranno novant’anni. Del romanzo, in uscita il 5 maggio per HarperCollins Italia, hanno già acquisito i diritti anche HarperCollins Spagna e HarperCollins Germania, che lo tradurranno nei rispettivi Paesi. Walter Veltroni presenterà il libro a Roma mercoledì 6 maggio alla Casa museo Alberto Sordi in dialogo con Paola Cortellesi e Carlo Verdone, modera Stefania Ulivi; a Milano il 13 maggio all’Anteo Spazio Cinema con Ferruccio de Bortoli e Cristiana Capotondi; al Salone del Libro di Torino il 16 maggio con Fabrizio Gifuni (ore 19.30) e a Bologna il 20 maggio al Cinema Modernissimo con Massimo Giannini.

3 maggio 2026

© RIPRODUZIONE RISERVATA

La Russia di Putin: perché rileggere oggi Anna Politkovskaja. Incontro con Antonio Polito

La nuova iniziativa per i 150 anni del Corriere della Sera parte con «La Russia di Putin» di Anna Politkovskaja, prefazione di Antonio Polito che interviene in diretta

Condividi questo articolo