Antonio Lampis, 29 anni da dirigente pubblico. Le serate da dj e la collezione da 2.500 vinili: «Ho gestito i tesori italiani. Col ministro Franceschini ho quadruplicato gli incassi dei musei»
Corriere della Sera - Cultura

Antonio Lampis, 29 anni da dirigente pubblico. Le serate da dj e la collezione da 2.500 vinili: «Ho gestito i tesori italiani. Col ministro Franceschini ho quadruplicato gli incassi dei musei»

Domenica 3 maggio 2026
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Bolzano, dal primo maggio Lampis è in pensione. Il primo concorso vinto a 18 anni, poi la direzione generale dei Musei italiani a Roma: «Ho cercato di portare la bellezza ovunque, non solo nei soliti circoli d’élite»

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Antonio Lampis, 29 anni da dirigente pubblico. Le serate da dj e la collezione da 2.500 vinili: «Ho gestito i tesori italiani. Col ministro Franceschini ho quadruplicato gli incassi dei musei»

di Silvia M. C. Senette

Bolzano, dal primo maggio Lampis è in pensione. Il primo concorso vinto a 18 anni, poi la direzione generale dei Musei italiani a Roma: «Ho cercato di portare la bellezza ovunque, non solo nei soliti circoli d’élite»

Antonio Lampis in un evento in libreria e, nel riquadro, alla consolle da dj

«Meglio fingersi acrobati che sentirsi dei nani. Bisogna avere il coraggio di buttarsi nelle responsabilità». Antonio Lampis chiude così, con la sciabola di chi ha navigato le stanze del potere per 44 anni e il fioretto di chi non ha mai smesso di studiare filosofia, una carriera che lo ha portato dai concorsi vinti a 18 anni fino alla direzione generale dei Musei italiani a Roma. Venerdì 1 maggio è scattata «l’ora X» della pensione e il presidente della Provincia, Arno Kompatscher, lo ha ricevuto per un commiato che sa di passaggio d’epoca: Lampis è stato il baricentro della cultura italiana in Alto Adige servendo quattro diversi assessori — Cigolla, Tommasini, Vettorato e Galateo — e sedendo ai tavoli capitolini delle Commissioni dei Sei e dei Dodici per l’attuazione dello Statuto. Mentre inscatola trent’anni di vita amministrativa, tra computer da resettare e vinili pronti per il trasloco, il suo monito è chiaro: «La cultura richiede un’attenzione enorme: i boschi si incendiano con un cerino».

Direttore, come ci si sente a lasciare Palazzo Widmann dopo 29 anni da dirigente di prima fascia?
«Felice, veramente felice. Vado via in un momento in cui tutto mi piace ancora: i colleghi, l’impegno per la cittadinanza, il lavoro per l’economia. È un lusso andarsene quando non sei ancora stanco morto o amareggiato. Ho passato una vita di corsa, guardando l’orologio, dicendo troppi “non posso” agli amici. Adesso cerco il lusso della noia, quella da cui nasce la creatività».

Torniamo al 1982: lei è un diciottenne «secchione» che vince il concorso al Commissariato del Governo. Che ragazzo era?
«Ero determinato, figlio di un carabiniere, con un senso del dovere d’altri tempi. Vinsi quel concorso contro cento laureati, unico diplomato, arrivando primo. Mio padre non voleva prendermi l’auto; pensavo di restare sei mesi e poi tornarmene all’Università a studiare filosofia. Invece scoppiavano le bombe in Alto Adige, c’era la chiusura del Pacchetto, la tragedia di Stava. Sono rimasto 14 anni in prefettura al fianco di Mario Urzì, uno dei prefetti più preparati d’Italia. Mi sono laureato in giurisprudenza studiando di notte e la domenica, tra lo scetticismo di mia madre, donna religiosissima, che diceva: “Meglio un asino in paradiso che uno studiato all’inferno”».

A 33 anni diventa direttore di Ripartizione in Provincia. Un bambino in mezzo ai «grandi padri» dell’autonomia.
«Ero giovanissimo, parlavo con Magnago, Benedikter, Riz. Mi dissero: “O nuoti o affoghi”. Ho scelto di nuotare. Sarei potuto diventare ricco facendo l’avvocato amministrativista, eravamo in pochi, ma ho scelto la “cosa pubblica”. Dopo due anni dal mio arrivo i consumi culturali della provincia di Bolzano erano i più alti d’Europa. Lì ho capito che se lavori bene, la società ti restituisce tutto».

Poi la chiamata di Franceschini: direttore generale dei Musei italiani. Dalla “piccola” Bolzano al controllo di 500 musei e 8.000 dipendenti.
«Un incarico da 20 ore al giorno. Ho gestito i tesori della nazione, quadruplicando gli incassi in tre anni. Rappresentano l’1,6% del Pil, credo di essermi meritato lo stipendio. Mi sono messo in gioco nelle selezioni per gli Uffizi e la Galleria Borghese, risultando idoneo. È stata una soddisfazione enorme portare la competenza maturata qui al servizio del Paese».

C’è una ferita aperta? Qualcosa che non è riuscito a realizzare a Bolzano?
«Un piccolo rammarico c’è: un progetto di arte pubblica nel quartiere Casanova che non si è concretizzato. Mancò il coraggio. La mia idea è sempre stata portare la bellezza ovunque, non solo nei soliti circoli d’élite; ho sempre cercato di non spendere i soldi dei poveri solo per i ricchi, ma di raggiungere le periferie sociali e urbane. Questa è la mia eredità culturale».

Lei guarda con amore al Teatro Stabile, alla Haydn, al Museion. Vede rischi all’orizzonte per queste istituzioni?
«Sono come figli per me. Il rischio è sempre il collateralismo: la politica deve astenersi dal colonizzarle con “amici degli amici” o persone di basso cabotaggio, la competenza deve restare l’unico criterio. E poi c’è un dato triste: in Alto Adige siamo il fanalino di coda per il sostegno dei privati alla cultura. In una provincia così ricca, c’è pochissima sponsorizzazione da parte delle imprese».

E la polemica infinita su Ötzi e la sua sede?
«Più che la sede, conta la capacità di parlare al pubblico. Certamente la mummia merita un luogo più adeguato, ma non bisogna esagerare con l’importanza delle mura. Se un museo è capace, fa il suo mestiere ovunque. I nostri musei provinciali, però, devono svegliarsi: sono fermi a stili gestionali degli anni ‘90. Devono ricominciare a comprare, a far crescere le collezioni, non solo a conservare oggetti».

Bilinguismo: ricchezza o limite che crea cittadini di serie A e B?
«È una ricchezza immensa, anche se viviamo in mondi paralleli. Ma guardiamo al futuro: tra un anno, con due auricolari e l’intelligenza artificiale, le barriere linguistiche crolleranno. Il bilinguismo formale va ripensato tecnologicamente per evitare che le persone restino senza cure o servizi. Lo scandalo dei patentini falsi? Ne penso tutto il male possibile: chi falsifica documenti pubblici mina la base della convivenza».

Fuori dagli uffici lei è un collezionista di vinili, oltre 2.500, e un dj ammirato. Cosa mette quando vuole stupire?
«Porto sempre con me un’edizione originale di “I Feel Love” di Donna Summer, prodotta dal nostro Moroder: è il mio portafortuna. E chiudo sempre i dj-set con Naturträne di Nina Hagen; lei lo ha saputo e mi ha mandato una dedica sulla sua biografia. La musica elettronica mi entra nello stomaco, non solo nelle orecchie».

Cosa c’è nel cassetto del pensionato Lampis? Ibiza o nuovi incarichi?
«Niente incarichi: ho sempre guardato con fastidio i pensionati che cercano poltrone. Non voglio più gestire denaro pubblico o personale. Continuerò a insegnare alla Sapienza e al Politecnico, perché è il modo migliore per imparare. Ma soprattutto voglio viaggiare senza l’ansia del rientro: non volo mai per più di cinque ore perché detesto stare “prigioniero”, ma per l’Australia farò un’eccezione. Ora posso permettermi di non guardare l’orologio».

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3 maggio 2026 ( modifica il 3 maggio 2026 | 11:08)

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