La Pompei «romana» e le (importanti) influenze greche
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La Pompei «romana» e le (importanti) influenze greche
di Gabriel ZuchtriegelPerché fare teatro greco a Pompei, se tutti sappiamo che è una città romana? Non siamo mica a Siracusa e nemmeno nella più vicina Paestum, colonia ellenica fondata intorno al 600 a.C., nello stesso periodo in cui nasce Pompei. Tre templi dorici sono rimasti in piedi da 2500 anni quale testimonianza della grecità di Paestum. Eppure, Paestum, per molti versi, è molto più «romana» di Pompei. Pompei è una città «romana» dall’ 80 a.C. fino alla distruzione del 79 d.C., per poco più di un secolo e mezzo. Prima in città si parlava l’osco, una lingua italica. Paestum accoglie una colonia latina già nel 273 a.C. e rimane «romana» per almeno otto secoli. Che dire poi dell’arte di Pompei, delle pitture e delle sculture che ornavano case, giardini, santuari e piazze? Ovunque si guarda, ci sono il mito greco e l’arte greca. Allora, non sorprende se anche nel Teatro «romano» di Pompei, a fine maggio, la stagione teatrale avrà inizio con due tragedie greche, nell’ambito del progetto «Sogno di Volare».
L’iniziativa coinvolge un centinaio di adolescenti del territorio vesuviano. Ma già nell’antichità si mettevano in scena spettacoli «in lingua», vale a dire in greco. Pompei, tuttavia, è in fondo una città romana. Solo che «romano» ha un significato più ampio. È grazie a Roma che conosciamo la Grecia: l’impero romano ha gettato le basi per la diffusione, la conservazione e la tradizione dei testi classici greci, tra cui quelli di Omero, Sofocle e Platone. E i capolavori dei grandi scultori greci, come Fidia e Policleto, sono noti a noi quasi esclusivamente attraverso le copie romane; gli originali in bronzo non sono conservati. Per non dimenticare gli autori romani come Plinio il Vecchio, che morì nell’eruzione del 79 a.C. a Stabia, e che ha scritto di questi capolavori, consentendoci di identificarne più di uno tra le copie romane, come il famoso «Doriforo» (meglio «Canone») di Policleto. La migliore copia viene dal ginnasio di Pompei (un’altra da Stabia, purtroppo esportata illegalmente negli anni Settanta e oggi negli Stati Uniti, a Minneapolis).
Chi, dunque, erano questi «romani» che abitavano Pompei e Stabia duemila anni fa? Copisti e imitatori della cultura greca per mancanza di una propria? Pseudo-greci senza una chiara identità? Tutt’altro. I Romani sono, in virtù della loro capacità di integrare la cultura greca e altre culture, alla base dell’idea europea, di cui oggi abbiamo molto bisogno. E siccome tutti noi europei siamo eredi di Roma, non ultimo per via della Chiesa, dentro portiamo anche la grecità, che è come il lievito nel pane sulla mensa europea.
Il periodo «classico» della grecità abbraccia due secoli, il V e il IV secolo avanti Cristo. Se aggiungiamo il VI, dirimente e rivoluzionario per molti aspetti (i più antichi templi di Paestum si fanno risalire a quel periodo), sono appena tre secoli, in una storia di tremila anni, che hanno fatto la differenza. Ovviamente, ci sono anche le ombre, tante. Ci sono, perché c’è luce, e noi siamo umani e anche gli antichi Greci lo erano. Ma non sottovalutiamo quella luce: può essere una stella che ci illumina in tempi caotici. Purtroppo, le premesse non sono rosee. I licei classici, in Italia, registrano un calo di iscrizioni. Se guardiamo oltre i confini nazionali, la situazione è ancora più cupa. Greco e latino sembra che non servano più. Invece servono, eccome.
Sono il migliore insegnamento che noi europei possiamo augurarci, molto più efficace di lezioni sui «vantaggi» utilitaristici dell’Unione europea che sfociano così facilmente nell’indottrinamento e nella controversia. Il vero vantaggio, invece, è che siamo tutti greci e romani, al di là dell’unione doganale e della valuta comune. Alla fine dell’Ottocento, l’imperatore tedesco Guglielmo II disse che non bisognava esagerare con il greco e il latino nei licei, perché i ragazzi tedeschi non dovevano diventare «piccoli Greci e Romani». In altre parole, dovevano diventare più tedeschi, e, come tali, andarono a morire nella Grande Guerra pochi anni dopo, così come italiani, francesi e inglesi. Forse sarebbe stato meglio essere più greci e romani. Sicuramente oggi è necessario, visto lo stato del mondo. Allora viva Pompei, viva la nostra Grecia interiore. E anche quella reale, ovviamente.
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