«Io e mio padre Tullio Pinelli. Ricordo Fellini che disegnava per me quando ero malato. E mia madre che scambiò Pasolini per l'idraulico»
Corriere della Sera - Cultura

«Io e mio padre Tullio Pinelli. Ricordo Fellini che disegnava per me quando ero malato. E mia madre che scambiò Pasolini per l'idraulico»

Domenica 3 maggio 2026
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Carlo Alberto Pinelli racconta il papà Tullio, sceneggiatore di film come «I vitelloni», «La strada», «La dolce vita» e «8½». E un David di Donatello vinto nel 1986 per «Speriamo che sia femmina» di Monicelli

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«Io e mio padre Tullio Pinelli. Ricordo Fellini che disegnava per me quando ero malato. E mia madre che scambiò Pasolini per l'idraulico»

di Teresa Cioffi

Carlo Alberto Pinelli racconta il papà Tullio, sceneggiatore di film come «I vitelloni», «La strada», «La dolce vita» e «8½». E un David di Donatello vinto nel 1986 per «Speriamo che sia femmina» di Monicelli

Carlo Alberto e Tullio Pinelli

A letto, con la febbre. Capita a chiunque. Ma a fare visita a Carlo Alberto Pinelli, quando era bambino, non era né un dottore né una tata. «Era Federico Fellini. Spesso veniva a casa nostra, a Roma, per discutere con mio padre Tullio del lavoro da farsi. A me piaceva disegnare e, quando ero malato, Fellini si sedeva vicino al mio letto e mi faceva questi disegni bellissimi, delle caricature in acquerello». Era l’immaginario di Fellini che, ancora prima del cinema, ha sempre preso vita su carta. Un sogno che ha definito l’età dell’oro del cinema italiano e al quale ha contribuito la penna di Tullio Pinelli. Ha curato la sceneggiatura di film come I vitelloni, La strada, La dolce vita, 8½. Poi i premi, gli Oscar, un David di Donatello vinto nell’86, questa volta per Speriamo che sia femmina di Monicelli. «E tutto è iniziato a Torino — racconta il figlio Carlo Alberto, documentarista —. Mio padre ai tempi era un avvocato torinese con la passione per il teatro».

La vocazione artistica vinse sulla laurea in legge. Ma come inizia questa storia?
«Mio padre iniziò con il teatro delle marionette e continuò con la commedia, rigorosamente in dialetto piemontese. Il suo esordio fu negli anni Trenta, con Il sofà d’la marchesa d’Mombaron. Per il ruolo di protagonista si presentò un giovane attore alle prime armi. Si chiamava Macario».

Poi la guerra, la Resistenza, infine Roma. Come incontrò Fellini?
«Prima della guerra, le rappresentazioni di mio padre erano già state portate a Roma da Silvio d’Amico. Dopo la guerra, tornare fu la scelta più naturale per fare cinema. Mio padre e Fellini si conoscevano di vista, frequentavano gli stessi ambienti. Ma c’è un momento preciso che viene ricordato come l’inizio del sodalizio».

Quale?
«Un incontro in edicola, in via Veneto. Ai tempi i giornali venivano appesi all’esterno. Su uno di questi mio padre si mise a leggere da un lato, e Fellini dall’altro. Da lì nacque una grande amicizia».

Come lavoravano insieme?
«C’era una sintonia, anche se ognuno aveva visioni e ruoli diversi. Mio padre era un costruttore di storie, tendeva proprio all’architettura del plot, era molto bravo a architettare lo svolgimento di un arco narrativo. Certamente Fellini tendeva a un autobiografismo fantastico, è chiaro che La dolce vita o 8½ siano più legati all’esperienza di Fellini. Quindi capitava che sul set, poi, improvvisasse. La sera si pensava a una scena e poi il mattino dopo la sceneggiatura cambiava. Pietro Germi, invece, era l’opposto: riceveva la sceneggiatura e la voleva perfetta, di ferro, non cambiava mai nulla».

Le idee come nascevano?
«Posso fare l’esempio de La Strada. Un giorno mio padre stava tornando a Torino da Roma in macchina. Ai tempi non c’era l’autostrada e, all’altezza di La Spezia, il suo sguardo si fermò. Vide due girovaghi, un uomo che trainava una carretta e una donnina minuta che spingeva da dietro questo carrozzino rivestito di un telo tutto colorato. Tornato a Roma propose l’idea a Fellini».

In una di quelle riunioni a casa vostra?

«Questo non lo ricordo. Devo dire che non partecipavo direttamente alle riunioni, ma casa nostra era frequentata, oltre che da Fellini, anche dagli altri. Giulietta Masina, Ennio Flaiano, Pier Paolo Pasolini. Su Pasolini c’è un aneddoto divertente che, però, riguarda mia madre».

Ovvero?
«Erano gli anni de Le notti di Cabiria. La prima volta che Pasolini si presentò a casa venne scambiato per l’idraulico da mia madre. Lei aveva avuto un problema con lo scaldabagno, quindi quando Pasolini entrò in casa lei lo portò immediatamente in bagno. Pasolini le disse: “Signora, devo parlare con suo marito”. Mia madre disse che poteva parlare benissimo anche con lei, anche dal punto di vista economico non ci sarebbero stati problemi. A quel punto si sentì dire: “Signora, sono Pasolini”».

Suo padre è stato sceneggiatore, lavorava più con il sogno. Lei invece è stato un alpinista, sulle vette dell’Himalaya e oltre. È stato un documentarista, ha lavorato in tutto il mondo e ha raccontato ciò che vedeva, la realtà. La prospettiva non è opposta rispetto a quella di suo padre?
«In realtà non vedo una contrapposizione. Nel senso che i documentari sono sempre opere autoriali. I mattoni di realtà devono essere comunque utilizzati dal regista per costruire l’edificio che ha in mente. A me non è mai piaciuto correre dietro agli avvenimenti senza in qualche modo dominarli, gestirli e anche ricrearli».

Suo padre non l’ha mai invitata a intraprendere la sua strada?
«Quando avevo 17 o 18 anni, per darmi qualche soldo in più, ogni tanto mi faceva scrivere qualche scena. Mi spiegava quale era il contesto, l’arco narrativo, e io mi mettevo a scrivere due o tre pagine e gliele consegnavo. Poi andavo a spiare la sceneggiatura e vedevo tutte le righe cancellate, meno qualche frase. È un ricordo a cui sono affezionato. Comunque non mi ha mai imposto nulla, io volevo fare l’archeologo. Per questo motivo ho detto di no anche a Fellini, il giorno che mi chiese di aiutarlo».

Che padre è stato Tullio Pinelli?
«Severo sì, ma ha saputo dimostrare il bene che voleva. Da bambini ci leggeva I Tre Moschettieri, che recitava come se fosse il teatro delle marionette. Poi abbiamo sempre passato momenti piacevoli ad Alpignano, in una villa che abbiamo molto amato. Si organizzavano i picnic, le biciclettate. Si passava il tempo insieme».

Erano i luoghi delle origini. Che, oltretutto, nei prossimi mesi si preparano a rivivere i lavori di suo padre tramite la rassegna del Circuito Audiovisivo Piemonte. Non ha mai dimenticato la sua terra?
«Non è mai stato un uomo mondano a Roma, come invece poteva essere Flaiano. Amava la città ma qui aveva i ricordi della sua giovinezza, i suoi amici. Ricordo ad esempio Pavese, che mio padre frequentava dai tempi del D’Azeglio. Quando abitavamo a Torino, in corso Trento, spesso era nostro ospite a cena. Dopo cena, commentava la Divina Commedia insieme a mio padre e mia madre. A me non stava simpaticissimo perché, a dire il vero, non ci sapeva fare tanto con i bambini. Quando è morto, è stato un grande dolore per mio padre».

Prima a Torino e poi Alpignano. La sua casa era qui...
«Alpignano era il nostro nido. Era il luogo in cui trascorrere i momenti in famiglia, tornare a casa. Nonostante il successo, la vita a Roma, il cinema, non penso abbia mai smesso di essere piemontese».

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