Alex, eroe che resta dentro di noi
Corriere della Sera - Cultura

Alex, eroe che resta dentro di noi

Sabato 2 maggio 2026
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L’uomo che ha vissuto due vite e in entrambe ci ha insegnato a desiderare sempre

Alex Zanardi è morto, addio al campione dell'impossibile. Aveva 59 anni

Alex, eroe che resta dentro di noi

Carlo Verdelli | 2 maggio 2026

L’uomo che ha vissuto due vite e in entrambe ci ha insegnato a desiderare sempre

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Non è vero che Alex Zanardi è morto. Se ne è andata la scatola che lo conteneva, il corpo sfinito da troppe battaglie. Si sono spenti quegli occhi blu che erano una delle meraviglie della casa, insieme alle fossette e al sorriso bolognese sempre pronto a illuminare chiunque lo incontrasse. Ecco sì, quello ce lo siamo perso e giustamente lo piangiamo. Non soltanto noi italiani, un po’ dappertutto. Perché Sandrino era diventato qualcuno ovunque nel mondo.
E la ragione per cui lo era diventato è quella che ti fa venire le lacrime anche se erano quasi sei anni che non lo vedevi più, che sapevi niente di lui, giusto che si batteva ancora una volta, indomabile com’era, per rimettersi in pista, e ti aspettavi che un giorno o l’altro sarebbe comparso da qualche porta, abbracciato alla sua Daniela e al suo Niccolò, la compagna e il figlio della vita, a dire che anche questa montagna è superata e adesso si riparte. Sapete come la metteva davanti a certe domande difficili? «La passione, già, come faccio a spiegartela. È sudare lungo una salita semplicemente perché è lì». Così, semplicemente, lì.

No, Zanardi non è morto, e continuerà a non morire, perché la vera impresa che ha compiuto non è stata risorgere dopo l’incidente che a 35 anni l’aveva tagliato in due su un circuito tedesco (sette arresti cardiaci, estrema unzione, amputazione bilaterale, sedici interventi chirurgici); non è stata neanche la seconda carriera da campionissimo su una handbike, la bici che spingi con mani e braccia invece che con gambe e piedi, cominciata neanche una decina di anni dopo e resa epica da una cascata di ori olimpici e titoli mondiali; forse non è stato neanche il modo in cui quella corsa si è conclusa. Certo, il destino si è accanito parecchio su di lui, con una crudeltà rara. Era in tour con amici a portare un po’ di speranza al tempo del Covid, giugno 2020 e mentre filava allegro in discesa (un attimo prima aveva confidato: «Sono così felice, sto pedalando in paradiso»), appena dietro una curva lo aspettava lo spigolo di un camion, la testa fracassata, i medici che chiedono se lasciarlo andare via o provare l’impossibile per salvarlo, Daniela che dice «salvatelo», la prima foto con la mano di Niccolò posata su quella bianca e sedata del padre, «è una tigre, ce la farà».

Stavolta non ce l’ha fatta, ci ha provato, forse si è anche illuso, poi si è arreso, e la notte che si è scelto per dire basta è quella del Primo Maggio, lo stesso giorno che 32 anni fa si portò via il suo mito, Ayrton Senna.
Ma non è volato via, Alex. È qui, ci è entrato dentro, è la parte impossibile di ciascuno di noi, la forza disperata che vorremmo avere di non piegarci davanti a niente e a nessuno mai, l’eroe che abbiamo accarezzato e sognato di diventare quando eravamo bambini. Zanardi è stato un enorme campione. E i campioni si ricordano e si onorano. Ma è stato anche qualcosa di infinitamente più grande e inimitabile: Alex da Bologna, nato pilota da una sarta e da un idraulico, è un esempio, un essere che ha regalato speranza agli altri, senza prediche, senza discorsi alati, dimostrando con tutto sé stesso che «volere» è il verbo che fa la differenza: non tra vincere e perdere, ma tra ricominciare e arrendersi, lottare o lascarsi andare, rassegnarsi al destino o ribaltarlo. Come lui pochissimi, nessuno.
E l’emozione che adesso ci stringe il cuore ha soltanto una via per trovare consolazione, ed è lo stesso Alex che la indica. Gli chiedono che cosa è cambiato tra la prima e la seconda vita. E lui: «A parte in 14 chili di gambe in meno?’». Beh sì, a parte. «Detto che con le protesi sono anche più alto, in effetti una differenza c’è: quando correvo fino ai 400 all’ora sulle piste di tutto il mondo, ero io da solo. Adesso, su quell’handbike, c’è mezza Italia che spinge con me. Sento che la gente mi vuole bene. Ma, in fondo, non ho fatto niente di speciale. Ho preso la bicicletta. E ho pedalato».

Zanardi si nasce? Sì, ma fino a un certo punto. La verità, sconvolgente e consolante insieme, è che Zanardi si diventa. E che la vita può davvero ricominciare a quarant’anni (o a cinquanta, ventisette, sessantuno). E come si fa? «Io non sono Superman e nemmeno Padre Pio. Ho patito l’inferno nei centri di riabilitazione, ho visto molti altri patirlo. Persone che si arrendono sfinite dal dolore, dalla disperazione. Ma le cose possono essere fatte. L’importante è desiderare. E io ho desiderato tanto».
Chiudi gli occhi, campione. Hai tutto il diritto di riposare. Adesso goditi la luce che ti aspetta, come nel film Ghost. Tanto resti qui con noi, in questo tempo così brutto, tu che sei così bello.

2 maggio 2026

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