Pane. Condiviso, vivo: più di un cibo
Corriere della Sera - Cultura

Pane. Condiviso, vivo: più di un cibo

Sabato 2 maggio 2026
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Stefano Torrione ha esplorato il rapporto delle tre fedi monoteiste con un alimento il cui significato simbolico supera la dimensione materiale. Oltre sei anni di lavoro, 16 tappe, 77 scatti in mostra (titolo: «Sacred Bread. Le vie del pane») dal 7 maggio alla Fabbrica del Vapore di Milano

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Pane. Condiviso, vivo: più di un cibo

di Annachiara Sacchi

Stefano Torrione ha esplorato il rapporto delle tre fedi monoteiste con un alimento il cui significato simbolico supera la dimensione materiale. Oltre sei anni di lavoro, 16 tappe, 77 scatti in mostra (titolo: «Sacred Bread. Le vie del pane») dal 7 maggio alla Fabbrica del Vapore di Milano

Grecia, Karpathos, 2024, una bimba cristiana ortodossa prende il pane benedetto di Pasqua (© Stefano Torrione)

Questo articolo è tratto da «la Lettura» #752 del 26 aprile.

In Egitto i beduini musulmani impastano per i monaci cristiani le pagnotte da distribuire durante la festa di Santa Caterina. Ad Almeria, in Spagna, i roscos a forma di ciambella vengono gettati dai balconi al passaggio della statua di San Sebastián, come si faceva durante i periodi di pestilenza. A Gerusalemme gli ebrei ortodossi del quartiere di Mea Shearim preparano la matzah, la galletta azzima di Pasqua, con il massimo rigore. In Iraq, a Kerbala, ai fedeli sciiti diretti al sepolcro dell’imam Hussein vengono offerti iraqi khoubz e falafel. A Sarajevo c’è una panetteria che non chiude mai. Non lo ha fatto nemmeno tra il 1992 e il 1996, durante il lungo assedio della città. Strade, tende e case, processioni e rituali segreti, devozione e superstizione. Sedici tappe attorno al Mediterraneo: più di sei anni (dal 2018) è durato il viaggio fotografico di Stefano Torrione. Ha seguito il vagabondaggio del pane, quello delle tre religioni monoteiste, quello delle feste popolari, quello che definisce l’identità di un popolo. Il risultato si può vedere nelle 77 immagini in mostra dal 7 maggio (fino al 28 giugno) alla Fabbrica del Vapore di Milano. Titolo: Sacred Bread. Le vie del pane.
  
Il Corno d’Africa, l’Algeria e i monti del Marocco, la Spagna e la Francia, l’Italia con la Puglia, la Sicilia e la Sardegna, la Cisgiordania, poi ancora la Bosnia ed Erzegovina fino alla Grecia del monte Athos e di Karpathos, e ancora più in là, a Konya, in Turchia, dove è stato ritrovato il pane più antico del mondo. Mani che preparano, che donano, che compiono gesti ancestrali. Non aspettatevi, visitando la mostra, di incontrare un reportage di impronta enogastronomica, e nemmeno una narrazione in chiave folkloristica. Alla Fabbrica del Vapore il percorso espositivo accompagna i visitatori lungo un’esplorazione antropologica in bianco e nero. Scelta rivendicata dall’autore: «A colori il pane è food, in bianco e nero è simbolo», dice Torrione che ha intrapreso il suo viaggio ispirato dalla lettura del libro Pane Nostro (Garzanti, 2010) di Predrag Matvejevic (1932-2017), scrittore e studioso che ha saputo dare forma di romanzo alla geopolitica con il suo Breviario mediterraneo (Garzanti, 2004). Torrione (Aosta, 1962) sottolinea: «Sono andato in cerca dell’umanità». Di una spiritualità che accomuna religioni e gesti, riti e storie incise sulla crosta del Pane Sacro. Nel bacino del Mare Nostrum, dove millenni fa fu seminato il primo grano.

A Lalibela, in Etiopia, Torrione ha assisto alla distribuzione di pani spezzati (sembete kitta) tra i cristiani ortodossi; a Palazzolo Acreide (Siracusa), ha osservato i fedeli di San Paolo Apostolo trainare un carretto per la raccolta delle cuddure, pani votivi decorati con serpenti aggrovigliati o a forma di spada; a Ramallah, poco prima del 7 ottobre 2023 che ha cambiato tutto, è stato invitato per l’iftar, la cena che interrompe il digiuno quotidiano durante il mese sacro del Ramadan. Qui ha visto «tre generazioni a tavola a passarsi tra loro il simbolo eterno di convivialità. Risuonano i versi de Il pane di mia madre del poeta palestinese Mahmud Darwish».

Sono fotografie da guardare e da leggere, quelle di Stefano Torrione. Le tappe sono accompagnate dal testo di Gabriel Bauret, critico e fotografo, che scrive: «Il pane sempre condiviso, che passa di mano in mano e che non bisogna mancare di toccare. Il pane associato a un tempo sospeso — quello della preghiera, del raccoglimento durante una messa, o di un semplice pasto in famiglia. Il pane frugale o abbondante, dalle forme più diverse, semplicemente geometrico o minuziosamente ornato. Il pane che nutre o che trascende. Sono tutti questi momenti che Stefano Torrione ha cercato di cogliere. Una testimonianza della prossimità che ha saputo costruire con i suoi soggetti — riuniti in piccoli gruppi o in una folla in movimento, agitata, persino estatica».

In Salento, a San Marzano di San Giuseppe (Taranto), comune albanofono di lingua arbëreshë, per la festa di San Giuseppe, il 19 marzo, le pagnotte portano incise le iniziali del santo, SG. A Naro (Agrigento) i pani di San Calò raffigurano mani, braccia, gambe, teste, proprio come gli ex voto. Sotto il Gennargentu, a Fonni (Nuoro), «nel giorno del solstizio d’estate» si cuoce un pane ricercatissimo, «forse il più bello che ho visto nella mia lunga esplorazione», dice Torrione: un casco con centinaia di uccellini di pasta, «un’opera incredibile, forse nata per scongiurare l’invasione delle cavallette». Il sincretismo è evidente. Perché se il titolo del progetto di Torrione ha una forte connotazione religiosa, «il discorso è ben più ampio e complesso e fa nascere la consapevolezza della dimensione storica di un elemento del nostro quotidiano e della sua portata simbolica», fa notare ancora Bauret.

Culti secolari, stratificazioni culturali, racconti di devozione emergono dalle fotografie di Torrione. Creano connessioni. A Rimou, in Bretagna (unica tappa europea extramediterranea del Pane Sacro) da tre secoli si celebra la Fête des cônes, la Festa dei Coni (cône vuol dire corno ma soprattutto croce) per rendere grazie al raccolto, anche se una vecchia leggenda vuole che quelle strane pagnotte siano in grado di proteggere dai fulmini. La mattina del 15 agosto, per l’Assunta, 1.500 cônes di pane vengono disposti sotto l’altare della chiesa di Rimou. Dopo la benedizione, i cônes vengono offerti ai fedeli. «Ovunque — dice Torrione a “la Lettura” — che si tratti di un rito religioso, di una tradizione popolare, o semplicemente di un’azione quotidiana, la presenza del pane genera una forte tensione emotiva. Palpabile, anche se espressa in modi molto diversi». E allora c’è l’esplosione dello spettacolo in Sicilia, terra di grano, cuore del culto di Demetra: a Ribera (Agrigento) un carretto a forma di torre, la straula, è allestito con oltre quattrocento pagnotte circolari, i purciddati. Al suo passaggio i devoti pregano o mandano baci. Ma c’è anche la riservatezza degli ebrei di Gerusalemme che si preparano alla Pasqua. O, ancora, il raccoglimento dei monaci sul monte Athos, nella Grecia settentrionale, dove Torrione nel monastero di Pantokratoros ha testimoniato la benedizione del lievito madre, necessario per fare il pane di tutto l’anno: il padre officiante si inchina tre volte con la croce sulla ciotola che lo contiene.

Millenni di storia in 77 fotografie. Il giro del Mediterraneo lungo la rotta del pane. Comunità antichissime — i berberi del Marocco, i tuareg in Algeria, gli eredi degli ottomani a Sarajevo, gli albanesi di Puglia — che si trasmettono codici e ricette, lavorazioni artigianali in cui il pane supera la sua funzione «alimentare» per diventare crocevia di civiltà, elemento di comunione e condivisione, ponte spirituale tra l’uomo e il divino. Continua Torrione: «Il rito per me è un importante terreno di ricerca. Mi interessano gli esseri umani che credono. Ho partecipato a veglie e processioni, ho assaggiato tutti i tipi di pane, ho visto l’unicità di certe preparazioni, l’emozione nel consacrarlo e nell’offrirlo». E conclude: «In un mondo lacerato dai conflitti, il pane diventa anche un invito a riflettere sulle guerre del nostro tempo, a ricordare ciò che accomuna le cultura più di quanto le divida».
La mostra fotografica di Stefano Torrione è prodotta da Fabbrica del Vapore - Comune di Milano e da Massimo Pozzi Chiesa con Sinergia Venture. La accompagna un libro edito da Mi - Hub Srl. L’ingresso è gratuito.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

2 maggio 2026 ( modifica il 2 maggio 2026 | 14:37)

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