I podcast di Stefano Nazzi: non cerco mostri, rimetto ordine nei casi
Intervista al giornalista e scrittore, autore del seguitissimo "Indagini": «I tre di Ponticelli? Se dipendesse da me riaprirei il caso»
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I podcast di Stefano Nazzi: non cerco mostri, rimetto ordine nei casi
di Francesca MennaIntervista al giornalista e scrittore, autore del seguitissimo "Indagini": «I tre di Ponticelli? Se dipendesse da me riaprirei il caso»
La cronaca nera che si fa racconto non è una novità. Ma è il giornalista Stefano Nazzi ad aver trovato oggi il format — e il metodo — più adeguato e contemporaneo per restituirla al pubblico. Asciutto, rigoroso, libero da sensazionalismi e capace di catturare l’attenzione degli appassionati senza tradire la delicatezza del materiale trattato. E senza abbandonare la profondità narrativa.
Questo è «Indagini», il suo podcast, che fin dalle prime puntate si è imposto ai vertici delle classifiche nazionali. Un marchio di fabbrica diventato negli anni il codice condiviso da una nuova comunità di ascoltatrici e ascoltatori.
Quel codice oggi esce dalle cuffie e arriva a teatro. L'altra sera il Bellini di Napoli era pieno di appassionati, arrivati per ascoltare Nazzi dal vivo. Prima che andasse in scena lo abbiamo incontrato nella redazione del Corriere del Mezzogiorno.
Nazzi, dalla carta stampata al podcast: come è avvenuto questo passaggio?
«Per me è stato molto naturale. Il podcast è uno strumento perfetto per raccontare storie, fare informazione e divulgazione. Naturalmente mantengo il linguaggio giornalistico: cambia il mezzo, ma non cambia il modo in cui raccogli e racconti le informazioni. Ci sono solo variabili tecniche. Il podcast ti aiuta moltissimo con l’intonazione, con la musica, con la possibilità di sottolineare alcune frasi o parole: cose che nella scrittura sono più difficili, a volte impossibili. Però io non improvviso niente, scrivo il testo come fosse una sceneggiatura».
Con il podcast ha raggiunto un pubblico enorme, soprattutto giovane. Un pubblico che spesso non legge più i giornali.
«E che soprattutto non guarda più la tv generalista. Oggi i ragazzi usano le piattaforme e scelgono quando e cosa vedere. Il podcast offre questa libertà. Ci trovi autori, temi e prodotti che spesso non hanno spazio nei media tradizionali, permettendo a nuovi talenti di emergere».
E poi c’è una circolarità: dal podcast al teatro.
«Sì, è stata un’evoluzione ulteriore. Portare Indagini a teatro significa spostarlo in un’altra dimensione. Il linguaggio resta il mio, ma cambia la relazione con il pubblico: si crea una condivisione diversa. Protagonista resta sempre la storia, io sono solo il mezzo attraverso cui arriva alle persone».
Alla base però c’è sempre un lavoro di inchiesta e documentazione. Va anche nei luoghi di cui parla?
«A volte sì, ma non è fondamentale. Per me contano soprattutto gli atti processuali, gli atti d’indagine, le sentenze definitive e le motivazioni. Cerco di ricostruire i fatti sulla base di dati oggettivi».
Come sceglie i casi?
«Spesso scelgo quelli di cui si è parlato tantissimo e che secondo me meritano di essere rimessi in ordine. Prendiamo Garlasco: a un certo punto casi così si sovraccaricano di elementi inutili, illazioni, ipotesi, fantacriminologia. A me interessa ripulire, togliere tutto ciò che si è rivelato inconsistente e tornare all’essenza. Altrimenti storie più recenti che hanno segnato un passaggio culturale, come i femminicidi di Giulia Cecchettin e di Giulia Tramontano».
Il suo stile è lontano dal sensazionalismo, cosa non scontata nella cronaca nera.
«Per anni noi giornalisti della carta stampata abbiamo inseguito il linguaggio televisivo. Oggi la televisione rincorre i social. Le storie così diventano racconti a puntate che devono produrre ogni giorno qualcosa, e spesso quel qualcosa non è verificato. I protagonisti smettono di essere persone coinvolte in una vicenda giudiziaria e diventano personaggi televisivi. Si crea quella che viene chiamata “giustizia attesa”, cioè il pubblico pensa di sapere già come sono andate le cose perché lo ha sentito in tv. E se poi un giudice arriva a conclusioni diverse, sembra quasi lui a sbagliare».
Napoli è un serbatoio di storie, quale l’ha colpita particolarmente?
«Come molte realtà del Sud, Napoli è segnata da vicende in cui la criminalità organizzata ha avuto un ruolo centrale. Ma ci sono anche casi più complessi, come quello dei tre ragazzi di Ponticelli, che ho raccontato in "Indagini". È una storia impressionante: da un fatto terribile, l’uccisione di due bambine, probabilmente nel tentativo di trovare subito dei colpevoli si è finito per compromettere la ricerca della verità. Per questo credo sia un processo che meriterebbe di essere rivisto, anche alla luce delle violenze subite dagli imputati, certificate dalla Commissione parlamentare d’inchiesta».
Nel raccontare casi così violenti, come decide cosa mostrare e cosa no?
«Seguo un principio che mi ha insegnato Carlo Lucarelli. Quando racconti storie così traumatiche devi chiederti: questo dettaglio serve davvero alla comprensione della vicenda? Se serve a capire i fatti, allora va raccontato. Se invece è lì solo per scioccare, allora no».
Dopo tanti anni, che idea si è fatto di chi commette i crimini? Sono mostri che irrompono nella nostra quotidianità?
«Cerco di farmela sui dati. Dagli anni ‘90 a oggi gli omicidi in Italia sono diminuiti dell’80%. Ma oggi circa la metà avviene in ambito familiare. E dentro questa categoria l’83% delle vittime sono donne. La nostra tentazione è sempre quella di pensare che certe persone siano “altre” da noi. Ma non è così, sono cresciute nelle nostre comunità. Come ha detto Roberto Benigni, anche il mostro di Firenze avrà detto buongiorno a qualcuno!».
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