Democrazia e censura, al cinema “Yellow Letters” racconta la vita di una coppia di intellettuali nella Turchia di oggi
Il film di İlker Çatak racconta con occhi disincantati crisi e rinascite
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Democrazia e censura, al cinema “Yellow Letters” racconta la vita di una coppia di intellettuali nella Turchia di oggi
di Sara D'AscenzoIl film di İlker Çatak racconta con occhi disincantati crisi e rinascite
Özgü Namal e Tansu Biçer in una scena del film
«Yellow Letters» di Ilker Çatak
Deyra e Aziz (gli attori Özgü Namal e Tansu Biçer) sono una coppia di intellettuali nella Turchia di oggi. Lei è un'attrice di serie che spesso porta in scena i drammi politici che lui, docente universitario e drammaturgo, scrive. Insieme sono il simbolo della resistenza della cultura e del teatro alla degenerazione della democrazia in atto (anche) in Turchia. Presto, prestissimo, la situazione per loro precipita: lui viene denunciato per propaganda e costretto a lasciare l'Università, e sono proprio le «yellow letters», le lettere gialle a comunicare loro l'inizio delle ostilità da parte del governo e della giustizia. Senza lavoro, si trasferiscono a Istanbul dalla mamma di lui che per un po' si offre di ospitarli insieme alla figlia adolescente, molto adolescente. Lì la vita deve prendere una nuova forma. Lui fa il tassista di notte, lei cerca di trovare un ingaggio ma le vengono rinfacciati dei vecchi post sui social, la figlia si ribella e frequenta un ragazzo più grande di lei. Ilker Çatakm già regista del bellissimo «La sala professori», qui va nel profondo della vita di una coppia impegnata che entra in crisi di fronte all'insorgere urgente e prepotente della necessità: non è il caso, dunque, ma proprio la necessità a farli implodere. Le incomprensioni aprono a mani nude ferite tra loro agendo da detonatore della coppia, alla quale Ilker Çatak si avvicina con lo stesso sguardo entomologico del Bergman di «Scene da un matrimonio». Le domande sono sempre le stesse: perché l'equilibrio misterioso che tiene insieme due persone frana più o meno improvvisamente e talvolta rovinosamente? In questo caso è la politica, la differenza d'atteggiamento alla vita che cambia rapidamente, a guidare verso la catastrofe: lei sembra disposta ad adattarsi, lui, che pure accetta un lavoro diverso dal suo e meno intellettuale, alla fine si sembra appellarsi all'integrità contro la censura più per opporsi a lei che cerca faticosamente la sua libertà nella coppia. Ci sono delle sbavature, alcune lungaggini soprattutto nella prima parte, ma la seconda è asciutta e cruda, non cede a nessun compiacimento, nessuna tenerezza, è tagliente, come possono esserlo certi momenti in cui tutto finisce e ci si dice ogni cosa. Possibilmente brutta.
Voto: 7,5. Ilker Çatak si conferma un autore da tenere d'occhio di questi tempi: uno che può parlare di coppia parlando di politica. E trova due protagonisti credibili dall'inizio alla fine.
«Nel tepore del ballo» di Pupi Avati
Si può credere a una storia che comincia come una cartolina venuta male dagli anni '70? Una balera, uno stabilimento balneare, un bagnino prestante (Raul Bova) che non se ne lascia scappare una, una ragazza che muore dando alla luce un bimbo e lui che entra in sala operatoria al grido di: «Volevo solo farle sapere che ci sono», salvo poi dare da dire alla prima infermiera di turno? Difficile, se non impossibile. Ma il vero problema è credere a quanto arriva dopo. Quando il bimbo in questione cresce, cresce, cresce e sullo schermo ha le fattezze del Massimo Ghini di oggi ma con una mano di lucido da scarpe in testa. E lì i guai sono già abbastanza grossi. Ma quando Pupi Avati si mette a rifare le scene viste di recente in «Portobello» di Marco Bellocchio il tracollo è ormai assodato: «Nel tepore del ballo» è un filmino che un tempo si sarebbe definito televisivo ma che ora, con quella grandissima scuola che è la serialità televisiva, sarebbe incongruo definire tale. Tutto è brutto, tutto funziona male in questo film: i personaggi, la scrittura, quella volgarità da bar con cui si esprime la cricca di Riccio, il conduttore televisivo rovinato da un camorrista (vi ricorda Tortora? Non scherziamo) che tenta il rilancio televisivo dopo il carcere attraverso un ultimo tentativo: portare la scossa al salotto televisivo della «Morta», la conduttrice-macchietta interpretata da Giuliana De Sio. Che certa televisione sia l'avamposto della degenerazione dell'estetica, il tempio del nulla è acclarato non da oggi. Ma pensare di nobilitarla con un film che invece attinge proprio a quell'estetica e su quella si appiattisce diventando dello spessore di una soletta per scarpe, è quantomeno ingenuo.
Voto: 4. Brutto come possono esserlo solo le cose mal riuscite. Da dimenticare in fretta e non pensarci più. Soprattutto per Jesolo, teatro della storia, che sperava nella cartolina blaneare e si ritrova in un film dell'orrore.
«Nino» di Pauline Loquès
In un ospedale con i corridoi che sono un cantiere aperto, Nino (l'intenso e bravissimo Théodore Pellerin) scopre in maniera poco mediata di avere un tumore alla gola, conseguenza di un virus preso per vie sessuali. L'incoscienza con la quale arriva davanti a una dottoressa giovane e sbrigativa sembra riflettere quel perenne senso di precarietà che avvolge quella generazione che non arriva ai trent'anni. Eppure i suoi occhi larghi, lo sguardo che parla da solo, i suoi sorrisi che gli illuminano il viso improvvisamente come un raggio di sole, fanno subito pendere l'ago della storia dalla sua parte. Lui così indifeso, così indeciso, così precario da non trovare più non solo le chiavi di casa, perse chissà dove, ma il portiere che gliene possa consegnare un duplicato. La malattia e la comunicazione della malattia non sono la scusa per un film ospedaliero, genere abusatissimo: qui non si vede una flebo, un capello che cade (anzi glielo dicono subito: non perderai i capelli), l'ago solo si intuisce alla fine, una provetta alla quale consegnare la speranza, un domani di essere padre. Quel che importa alla regista esordiente è usare la malattia come una cornice all'interno della quale chiarire per Nino i confini del suo mondo e dei suoi affetti: l'amico che si dimostra così vicino, la mamma che in qualche modo ricostruisce la sua vita, l'ex compagna di scuola in una scena delicatissima che sarebbe sciocco anticipare. «Nino» cresce nell'ora e mezza di film e la sua storia con lui.
Voto: 8. La malattia per raccontare la vita. La giovinezza precaria per raccontare tutti noi di fronte a qualcosa che ci fa rende ancora più precari.
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1 maggio 2026 ( modifica il 1 maggio 2026 | 20:41)
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