Qui sulla Terra nostro marito è Dio
Pubblichiamo in anteprima l'incipit del nuovo libro della scrittrice indiana Banu Mushtaq, «Interno indiano» (traduzione di Tiziana Lo Porto, Frassinelli), in libreria dal 5 maggio
SABATO 2 MAGGIO
Qui sulla Terra nostro marito è Dio
Pubblichiamo in anteprima l'incipit del nuovo libro della scrittrice indiana Banu Mushtaq, «Interno indiano» (traduzione di Tiziana Lo Porto, Frassinelli), in libreria dal 5 maggio
di Banu MushtaqUna giungla di cemento, vistosi palazzi accatastati come scatole di fiammiferi rivolte al cielo, veicoli che sputavano fumo e strombazzavano giorno e notte, come se muoversi fosse l’unico scopo della vita, poi gente, gente, gente – gente senza amore reciproco, senza fiducia gli uni negli altri, senza armonia, che non si scambia nemmeno un cenno di riconoscimento – volevo disperatamente essere libera da una vita così soffocante.Così, quando Mujahid era arrivato con la notizia del suo trasferimento, ero davvero felice.
Arey, dimenticavo. Dovrei raccontarvi tutto di Mujahid, giusto? Mujahid è la mia persona di casa. Sì. Sembra strano. Di solito è la moglie quella che sta a casa, e questo la rende la persona di casa. Forse allora Mujahid è la mia persona dell’ufficio. Ehi! Ho sbagliato di nuovo. L’ufficio comunque non è mio. Come potrei chiamarlo allora? Se usassi il termine yajamana, padrone, allora io dovrei essere una creatura al suo servizio, come un animale o un cane. Sono un po’ istruita. Ho una laurea. Non mi piace stabilire questi ruoli di padrone e serva. Dovrei usare «ganda» per marito? Anche questa è una parola un po’ pesante, come se da un momento all’altro mi aspettasse un gandantara, un grande disastro. Ma perché mettersi nei guai? Potreste suggerirmi di usare la bella parola «pati» per marito, anche se nessuna va a trovare qualcuno e presenta il marito dicendo: «Questo è il mio pati», no? Non è una parola che usiamo spesso nel linguaggio colloquiale. Si trova più nei libri. E se si usa pati, signore, si ha subito l’urgenza di aggiungere devaru, Dio, come si fa spesso equiparando il proprio marito a Dio.E io non sono disposta a dare a Mujahid uno status così elevato.
A pensarci bene, per noi, ovvero per noi musulmani, si dice che, oltre ad Allah lassù, sulla terra il nostro pati è Dio. Supponiamo che il corpo del marito si riempia di piaghe da cui fuoriescano pus e sangue, anche se la moglie usasse la lingua per pulirgliele, si dice che non sarebbe comunque in grado di ripagare il debito che ha con lui. Se lui fosse un ubriacone, o un donnaiolo, o se la tormentasse tutti i giorni per avere la dote – anche se tutti questi «se» fossero veri, resterebbe pur sempre il marito. Indipendentemente dalla religione a cui si appartiene, è comunemente accettato che la moglie sia la serva più obbediente del marito, la sua schiava.Ormai dovreste avere capito qual è il mio rapporto con Mujahid. E dovreste anche avere capito cosa ne penso di tutto questo. Non è colpa mia. Quando Mujahid, ovvero il mio compagno di vita, è stato trasferito, siamo andati a vivere negli splendidi alloggi all’interno del progetto della diga di Krishnaraja Sagara. A quel punto mi ha lasciata con gli alberi di jackfruit e di limone, le dalie, i gelsomini, i crisantemi e le rose nel giardino davanti a casa, e le foglie di curry, le piante di fagioli e le piante rampicanti di zucca amara che crescevano sul retro. Lui, invece, era impegnato ventotto ore su ventiquattro, tra il lavoro in ufficio e il progetto di ricerca presso la Stazione di Ricerca Ingegneristica del Karnataka.
(Pubblicato per Frassinelli da Mondadori Libri S.p.A.; © 2026 Mondadori Libri S.p.A., Milano; Heart Lamp)
Nell'immagine: Banu Mushtaq nel 2025 durante la premiazione dell’International Booker Prize per la raccolta di racconti «Heart Lamp».
Su «la Lettura» #753 oggi in anteprima nell'App e domani in edicola, l'intervista di Marco Bruna all'autrice indiana.
1 mag 2026 | 18:09
© RIPRODUZIONE RISERVATA