Il paradosso del primo maggio
La festa dei lavoratori non viene celebrata in questa data proprio dove è nata. Negli Stati Uniti infatti il Labor Day cade il primo lunedì di settembre. In Italia divenne una festività civile ufficiale con una legge approvata nel 1949, nel 1955 la Chiesa la festa di San Giuseppe lavoratore
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Il paradosso del primo maggio
di ANTONIO CARIOTILa festa dei lavoratori non viene celebrata in questa data proprio dove è nata. Negli Stati Uniti infatti il Labor Day cade il primo lunedì di settembre. In Italia divenne una festività civile ufficiale con una legge approvata nel 1949, nel 1955 la Chiesa la festa di San Giuseppe lavoratore
Il Primo Maggio, festa internazionale del lavoro, vive un piccolo paradosso.Non viene celebrato proprio nella terra da cui trasse origine nell’Ottocento, gli Stati Uniti d’America. Nella Repubblica stellata infatti la ricorrenza dedicata ai lavoratori (il Labor Day) cade il primo lunedì di settembre, così come del resto avviene in Canada. Il fatto è che gli Usa vissero nel XX secolo un’industrializzazione accelerata, generatrice di conflitti aspri, ma poi non videro lo sviluppo di un movimento socialista paragonabile a quelli europei, cioè del soggetto che s’intestò a suo tempo il Primo Maggio. Ma andiamo con ordine.
La prima legge sulle otto ore lavorative, conquista agognata dagli operai dell’Ottocento, entrò in vigore nel 1867 in Illinois, Stato del Midwest americano. E ovviamente in seguito a quel successo la rivendicazione si diffuse nel resto degli Stati Uniti. Il 1° maggio 1886 cominciò una forte agitazione operaia a livello nazionale,che proprio a Chicago, capitale del suddetto Illinois, diede luogo a sanguinosi incidenti: la polizia uccise tre manifestanti.
Il peggio però doveva ancora venire. Durante una dimostrazione di protesta organizzata dagli anarchici, il 4 maggio successivo, sempre a Chicago, venne lanciata contro gli agenti dell’ordine una bombache ne uccise sei e ne ferì una cinquantina. La polizia allora aprì il fuoco e fece un alto numero di vittime, rimasto imprecisato. Il processo che vide imputati i presunti attentatori si concluse nell’agosto 1887 con sette condanne a morte, due sole delle quali furono commutate nel carcere a vita.
Le esecuzioni provocarono un grande scalpore a livello internazionale e i cinque impiccati, militanti anarchici, divennero i “martiri di Chicago”.Due anni dopo il Congresso di fondazione della Seconda Internazionale socialista, d’indirizzo maggioritario marxista, proclamò il Primo Maggio come festa del lavoro. Una ricorrenza che fu adottata ben presto in tutto il mondo, anche se – come si è detto – in Nord America si giunse a una soluzione diversa.
In Italia il Primo Maggio diventò una data sacra alla memoria del movimento operaio, ma non venne ufficializzata sotto lo Stato liberale prefascista. Si stipularono soltanto accordi tra i lavoratori e gli imprenditori per farne comunque una giornata di riposo. Quando poi al potere arrivò Benito Mussolini, che pure da leader socialista e direttore dell’«Avanti!» aveva sempre esaltato la ricorrenza, il dittatore decise di sottrarre la celebrazione ai suoi ex compagni e fissò la festa del lavoro ufficiale il 21 aprile,data considerata convenzionalmente quella della fondazione di Roma.
Dopo la Seconda guerra mondiale e la caduta del regime, si tornò a celebrare il Primo Maggio, che divenne una festività civile ufficiale con una legge approvata nel 1949. In seguito anche Papa Pio XII, per dare alla ricorrenza una copertura dottrinale dal punto di vista del cattolicesimo, proclamò il Primo Maggio festa di San Giuseppe lavoratore nel 1955.Si tratta di una data che oggi nessuno mette più in discussione, neppure a destra; anche se bisogna dire che la condizione di parecchi lavoratori, in Italia, fa pensare che non ci sia poi molto da festeggiare. Il tasso di inattività resta molto alto, nel nostro Paese, e in diversi settori – agricoltura, edilizia, cura degli anziani – le persone, specie gli immigrati, prestano la loro opera per retribuzioni basse con garanzie assai limitate, in alcuni casi nulle. La cronaca purtroppo fornisce spesso esempi del genere.
Nell'immagine: Angelo Morbelli, «Per ottanta centesimi», 1895, Museo Borgogna, Vercelli.
Su «la Lettura» #572, disponibile in edicola e in questa App, l'articolo di Giuseppe Sarcina sul libro di Helen Hester e Will Stronge, «La società del post-lavoro. Ridurre, valorizzare e redistribuire» edito da DeriveApprodi.
30 aprile 2026 ( modifica il 1 maggio 2026 | 16:03)
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