L'Europa rischia un declino silenzioso: è ora di andare oltre i dogmi del rigore
Quanto sta accadendo all'economia tedesca è un segnale di crisi per l'intera Unione: il feticcio della stabilità ha bloccato la crescita. Ed è ora di cambiare rotta
L'Europa rischia un declino silenzioso: è ora di andare oltre i dogmi del rigore
Stefania Craxi* | 1 maggio 2026Quanto sta accadendo all'economia tedesca è un segnale di crisi per l'intera Unione: il feticcio della stabilità ha bloccato la crescita. Ed è ora di cambiare rotta
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Caro direttore,
le riflessioni sul cosiddetto «decennio perduto» dell’economia tedesca, emerse nell’intervista a Clemens Fuest pubblicata dal Corriere della Sera, offrono uno spunto prezioso non solo per interrogarsi sul futuro della Germania, ma per ragionare sull’intero assetto economico europeo.
La «questione tedesca» rappresenta l’ennesimo segnale d’allarme di natura sistemica. Quando anche l’economia che per anni ha garantito stabilità, disciplina e affidabilità continua a mostrare evidenti segni di affaticamento, diventa chiaro che i problemi non sono né congiunturali né circoscritti ai singoli Paesi. Al contrario, essi investono l’impianto complessivo del modello europeo di crescita.
Nell’ultimo decennio, la crescita media annua del PIL reale si è mantenuta negli Stati Uniti su ritmi superiori al 2 per cento; la Cina, pur rallentando, continua a crescere oltre il 5 per cento; l’India corre a velocità ancora maggiori, superando il 6. L’Europa, invece, ristagna attorno all’1 per cento. E un confronto impietoso che non può essere attribuito a un ciclo sfavorevole o al solo effetto di crisi e conflitti, bensì a un problema strutturale.
Il nodo centrale, non da oggi, è quindi la crescita. Su questo fronte le istituzioni comunitarie continuano a non rispondere con l’urgenza e la radicalità necessarie, spesso scambiando la disciplina contabile per salute economica, senza guardare con fare risolutore a economie asfittiche, fragili, insufficiente a sostenere redditi, welfare e futuro. Questo approccio è il risultato di dogmi profondamente interiorizzati nell’Unione, dai quali non è esente da responsabilità la stessa Germania. L’ossessione per il rigore, l’idea che la stabilità venga prima dello sviluppo, la convinzione che il mercato, lasciato a sé stesso, trovi sempre un equilibrio virtuoso. Così, però, non è stato.
E gli stessi dati sugli investimenti sono paradigmatici. L’Unione europea investe stabilmente meno degli Stati Uniti e molto meno della Cina in rapporto al PIL. Mentre Washington ha rilanciato una strategia esplicitamente pro-crescita, puntando su industria, tecnologia e transizione attraverso massicci programmi pubblici e privati e Pechino continua a sostenere livelli di investimento prossimi al 40 per cento del PIL, l’Europa resta indietro, accumulando un gap che si traduce in minore produttività, innovazione più lenta e salari stagnanti.
Senza una svolta decisa su crescita, sviluppo e innovazione, l’Europa rischia un declino silenzioso. Conti formalmente in ordine, ma società più povere; regole magari rispettate, ma prospettive sempre più ridotte.
La conclusione è semplice. Serve cambiare rotta. Abbiamo bisogno di scelte politiche coraggiose, funzionali a favorire la crescita e sostenere gli investimenti, di una vera politica industriale, perché senza crescita non esiste sostenibilità, né economica né sociale. È quindi il momento di agire, perché il tempo a disposizione è già stato in larga parte consumato.
* Stefania Craxi è presidente dei senatori di Forza Italia
1 maggio 2026
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