Femminicidi, la vita di chi resta: orfani e orfane si raccontano. «Mentivo dicendo che i miei genitori erano morti in un incidente stradale»
Corriere della Sera - Cultura

Femminicidi, la vita di chi resta: orfani e orfane si raccontano. «Mentivo dicendo che i miei genitori erano morti in un incidente stradale»

Venerdì 1 maggio 2026
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«Io esisto», la mostra della giornalista e fotografa Stefania Prandi che ferma in uno scatto il racconto degli orfani e delle orfane di femminicidio nel Cortile Antico del Palazzo del Bo a Padova

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Femminicidi, la vita di chi resta: orfani e orfane si raccontano. «Mentivo dicendo che i miei genitori erano morti in un incidente stradale»

di Francesca Visentin

«Io esisto», la mostra della giornalista e fotografa Stefania Prandi che ferma in uno scatto il racconto degli orfani e delle orfane di femminicidio nel Cortile Antico del Palazzo del Bo a Padova

Una delle immagini firmate Stefania Prandi in mostra. Giada ha scelto di ricordare così la madre, lei neonata e la mamma ragazza

«Io esisto», dice Andrea. «Io esisto», dice Marco. E così Giada, Rachele, Mia. La loro voce, i volti, gli oggetti, testimoniano il «dopo» i femminicidi, madri uccise, padri assassini. «La violenza è un sopruso che annichilisce e ti porta a vivere cercando di fare meno rumore possibile», racconta Rachele. «Cara mamma, mi dispiace di non essere riuscita a proteggerti quel giorno...», afferma Mia.

La mostra

S’intitola «Io esisto» la mostra che ferma in uno scatto il racconto degli orfani e delle orfane di femminicidio, da ieri nel Cortile Antico del Palazzo del Bo, Università di Padova (fino al 17 maggio, poi itinerante). Autrice è la giornalista e fotografa Stefania Prandi, nell’ambito del progetto nazionale «Orphan of Femicide Invisible Victim». Una narrazione senza clamori, che tralascia per scelta e volontà dei protagonisti il fatto di cronaca e mette in luce le ripercussioni del femminicidio su figli e figlie delle donne uccise, su famiglie affidatarie e parenti. Un presente di dolore vissuto e rielaborato, riempito di ricordi, oggetti, profumi. Sono veneti gli orfani e le orfane che hanno deciso di raccontarsi a Stefania Prandi, alcuni con parole e oggetti della memoria, altri con volti e nomi.

«Il senso di colpa era fortissimo»

Marco Sancandi vive a Mogliano, aveva 23 anni quando il padre ha ucciso sua mamma e poi si è suicidato. Ci è voluto un lungo lavoro di sostegno psicoterapeutico per riuscire a narrare ciò che ha vissuto mettendoci nome e volto. «Il senso di colpa di non averla salvata era fortissimo - rivela - e anche la paura del giudizio delle altre persone. Mentivo dicendo che i miei genitori erano morti in un incidente stradale... Adesso mi metto in gioco in prima persona per aiutare altri orfani e orfane». La violenza è entrata presto nella loro casa. «Da bambino ricordo disagio, clima pesante, papà è sempre stato violento, possessivo. Era molto doloroso per me assistere alla violenza, gli insulti, mia madre continuamente denigrata e sempre triste...Dopo che è stata uccisa, per anni ho pensato che non avevo fatto abbastanza per spingerla a divorziare», testimonia Marco Sancandi. Tra le cose più care conserva ancora la boccetta di profumo della madre, gliel’aveva regalata lui. E con quel profumo ha voluto farsi fotografare per la mostra.

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«Quella mattina ero dai nonni»

Andrea Nocco è di Mira, il padre ispettore capo della polizia ha ucciso la madre, infermiera all’Ospedale all’Angelo di Mestre, con la pistola di ordinanza, poi si è suicidato. «Io quella mattina ero dai nonni materni - ricorda - . Per molto tempo ho raccontato a me stesso e agli altri che i miei genitori erano morti in un doppio suicidio... per me era inconcepibile che mio padre poliziotto avesse potuto fare una cosa del genere. Purtroppo mio padre non era un pazzo e quello che ha fatto non è riconducibile a una minoranza di persone con disturbi mentali». Andrea ha scelto di farsi fotografare nel giardino della villetta dove è avvenuto il femminicidio. La madre, dopo essere stata ferita al collo dal primo colpo di pistola era uscita in giardino per cercare aiuto. «Per me è stato importante tornare qui a fissare i ricordi. Quello che è successo non può essere soltanto dolore, deve diventare qualcos’altro. Voglio raccontare il mio passato, ma non a tutti, solo a chi è in grado di capirmi». Andrea Nocco vuole sia chiaro cosa significa esattamente «femminicidio». Spiega: «Non deve restare un termine astratto, ha ripercussioni pesanti sulla società». E avverte: «Non voglio essere compatito, voglio che la gente veda che ho preso atto di quello che mi è successo e lo so trasformare». In questo, dice che l’ha aiutato la lettura, tra cui i libri di Primo Levi. «Ho percepito l’orrore che ha vissuto nei campi di concentramento, ma anche la sua grande forza. E la capacità di condividere con altri un passato così difficile». 

Giada e Rachele

Rachele ha deciso invece di non mostrare il volto nè rivelare il nome. «Per anni per me è stato difficile anche respirare... Se sono quella che sono, se sono riuscita a ritrovare la speranza, è grazie all’amore che ho ricevuto da mia mamma prima che fosse uccisa. Questa è l’eredità che mi ha lasciato». Giada aveva due anni quando la madre è stata uccisa dal padre, che chiama solo «lui». Assomiglia moltissimo alla madre, in alcune foto sembra lei e ci tiene a fare vedere le foto della mamma giovane con lei neonata, ma vuole proteggere l’identità. «La ricordo soprattutto attraverso i racconti di mia nonna, sua madre, che spesso mi chiama con il suo nome, Chiara...».

«Un racconto che non spettacolarizza» 

Mariangela Zanni, presidente del Centro Veneto Progetti Donna e responsabile comunicazione per la Cooperativa Rel.Azioni Positive, sottolinea: «La mostra è un racconto che non spettacolarizza, le immagini e le parole sono quelle che orfani e orfane hanno scelto. E apre immaginari alternativi alla narrazione mainstream della violenza di genere e del femminicidio. Come centri antiviolenza, da anni ci occupiamo di costruire immaginari che restituiscano la complessità di un fenomeno appiattito dalla narrazione di cronaca. Questo progetto restituisce giustizia e visibilità, in modo rispettoso, a ragazzi e ragazze». La mostra è organizzata da Cooperativa Iside, capofila del progetto Orphan, Centro Veneto Progetti Donna e Rel.Azioni Positive, Fondazione Con i Bambini, patrocinio dell’Università di Padova.

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