Carandini, promossi e bocciati: il nuovo libro del grande archeologo denuncia i mali del presente
Corriere della Sera - Cultura

Carandini, promossi e bocciati: il nuovo libro del grande archeologo denuncia i mali del presente

Venerdì 1 maggio 2026
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Esce il 2 maggio il diario-taccuino «Alla mia età» (Laterza), in cui lo studioso fa i conti con quello che oggi lo preoccupa

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Carandini, promossi e bocciati: il nuovo libro del grande archeologo denuncia i mali del presente

di Paolo Conti

Esce il 2 maggio il diario-taccuino «Alla mia età» (Laterza), in cui lo studioso fa i conti con quello che oggi lo preoccupa

Andrea Carandini all’inaugurazione dei nuovi ambulacri meridionali nell’area archeologica del Colosseo (foto di Claudio Guaitoli)

Non è un saggio. Non è un’autobiografia. Forse un taccuino di appunti, uno zibaldone che affronta tanti e diversissimi argomenti procedendo per rapidi capitoli (ovviamente l’archeologia ma anche la politica, l’università e la sua crisi, le prospettive per i giovani, il peso del cristianesimo nella nostra storia culturale, l’Unione Europea, la storia di Roma, la dittatura degli smartphone, il turismo di massa) tenuti insieme da un filo. Ovvero l’analisi di un presente «privo di ogni faticosa formazione, un accumulo di attimi isolati e sfuggenti, come brandelli di un tessuto non più ricomponibile». Il grande archeologo Andrea Carandini, che alla fine del 2026 compirà 89 anni, propone un pamphlet esplicitamente dedicato, fin dal titolo, a un bilancio esistenziale (Alla mia età, Laterza, in libreria sabato 2 maggio). Anche la foto di copertina (un primissimo piano sorridente firmato da Alberto Ramella che si inoltra tra le rughe del viso come una lente d’ingrandimento) sottolinea la esplicita e consapevole arbitrarietà degli argomenti e delle riflessioni. L’autore si ritrova in una condizione anagrafica in cui sente «di avere la libertà di dire tutto, o quasi». Strada percorsa, impossibile non pensarci, da Cesare Zavattini nel 1982 quando, a ottant’anni, firmò la sua prima, unica e anarchica regìa, La veritaaaà.

Si è perso, argomenta Carandini, quel background («artigianale, contadino, militare, aristocratico, sacerdotale, commerciale, professionale, industrial-borghese e intellettuale») che permetteva agli individui e al tessuto complessivo «di risuonare di echi di una polifonia di livelli sociali, epoche e luoghi, entro un tessuto umano carnale e sapienziale significativo». Tutto questo, sostiene l’autore (che indica come sintomo del fenomeno i torrenti di turisti che non vedono nulla ma specchiano sé stessi nel cellulare) ha lasciato il posto «a una uguaglianza più consumistica che democratica». La rete degli affetti e la capacità di apprendere sono stati danneggiati «da una genitorialità e una scuola decadute, dai cellulari senza freno e da un’intelligenza artificiale in espansione furiosa che incoraggiano scientismo, tecnicismo e un enciclopedismo indegno di una così mirabile parola perché a vanvera».

Il volume

Alla mia età (Laterza, pp. 92, euro 15) è il nuovo libro di Andrea Carandini. Esce sabato 2 maggio. L'autore presenterà il volume lunedì 4 maggio a Milano, alle 18.30, nelle stanze di Villa Necchi Campiglio in dialogo con Giovanni Agosti e Stefano Boeri. Il 19 maggio a Roma (ore 18) l’appuntamento è alla Curia Iulia - Parco archeologico del Colosseo, dove Carandini dialogherà con Dacia Maraini. Coordina Paolo Conti

Prevedibilmente qualcuno parlerà di catastrofismo, leggendo che saremmo di fronte a un nuovo Alto Medioevo, che stavolta la barbarie non ha bisogno di attraversare le Alpi perché alberga in noi, che di fatto avremmo gettato (le accuse allo strapotere dei cellulari sono costanti) tre millenni di civiltà perché grazie ai polpastrelli e allo schermo si può tranquillamente fare a meno di «testi complessi e vecchi esperti» visto che «lo smartphone infligge ai giovani danni cerebrali divinizzando il superficiale». E naturalmente ci sarà chi sosterrà che «alla sua età», per dirla col titolo, è scontato detestare il presente e rimpiangere un passato fatalmente visto come migliore.

Ma il gioco culturale del libro è tutto qui, «ci sono aspetti di quest’ultima modernità che proprio non sopporto», Carandini lo sottoscrive chiaro e tondo. Però è difficile non concordare con lui quando afferma (il pensiero corre subito a certi celeberrimi e fondamentali scritti di Luigi Einaudi) che se gli ascensori sociali sono fermi «per assenza di buona scuola e di borse per i non agiati» la futura classe dirigente sarà chiusa e sempre più mediocre. O che il passaggio gioventù-età adulta è rinviato ai quarant’anni, e spesso oltre, nel nome di un giovanilismo che allontana la capacità di assumersi la responsabilità verso la propria vita. O che «il nostro progresso “formato spezzatino” è il contrario dell’umanistico insieme che sapeva contemperare affettività e praticità, laicità e sacralità».

Ovviamente l’archeologo e storico di Roma appassionato divulgatore (per Laterza Carandini ha firmato Io, Agrippina nel 2018 e Io, Nerone nel 2023) fa comparire, nelle pagine, Nerva, Marco Aurelio, Augusto, Domiziano come rinvii all’oggi. Ma ci sono anche Buddha, De Gasperi e Berlinguer, Thomas Mann. Alcune pagine dense di interrogativi sono dedicate a Gesù come figura imprescindibile per comprendere l’Occidente, seguendo le suggestioni nate con la lettura di Gesù e Cristo di Vito Mancuso (Garzanti, 2025).

Carandini racconta di essersi ritagliato una strategia di sopravvivenza, ricordando per primo a sé stesso, e quindi a tutti, che sarebbe doveroso «riconoscere la nostra immane ignoranza e angustia mentale per imparare continuamente dagli altri e dai monumenti, alla ricerca di un minimo di sapere». E poi il contatto con le nuove generazioni: è tornato da vecchio a fare l’assistente volontario, primissimo gradino della carriera accademica, dei suoi successori in cattedra a La Sapienza, ovvero Paolo Carafa e Teresa D’Alessio, così il dialogo con i giovani prosegue anche nella tarda età via Teams. Nella divulgazione tv che ci circonda Carandini vede un pericolo, il comunicare solo per il comunicare, legato alla pubblicità, al successo, al denaro. Elogia invece Paolo Mieli e la sua trasmissione tv Passato e presente (Rai 3 e Rai Storia) perché ci trova «l’educazione al posto della seduzione».

Il libro chiude con un appello all’Europa perché sappia dialogare realisticamente per esempio con un gigante come la Cina ma «preservando la propria identità civile e culturale che sta politicamente nel primato dell’autodeterminazione e del diritto, in un potere esecutivo efficace ma limitato da altri poteri autonomi, nel contemperare in modo bilanciato giustizia e libertà». Ovviamente qui Carandini parla di Unione Europea però pensa forse soprattutto a noi, all’Italia, che di quella realtà facciamo parte. In quanto alla cultura del futuro, conclude, ci vorrebbe «un umanesimo con un pizzico di scientificità e una scienza-tecnica con un pizzico di umanità che equilibratamente si compenetrino come nel simbolo dello yin e yang».

Il libro è dedicato alla moglie Mara Fazio, a sua volta docente universitaria (ha insegnato Storia del teatro e dello spettacolo moderno) e saggista, con ascendenze familiari ebraico-tedesche. Nell’incipit si legge: «A Mara, donna europea». Definizione pienamente contemporanea, firmata da un marito di quasi 89 anni.
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Una famiglia speciale, il legame con il «Corriere», una vita a indagare il passato, a scavare. Andrea Carandini davvero può raccontare l’Italia raccontando sé stesso. Suo padre, Nicolò Carandini, è stato il primo ambasciatore a Londra della neonata Repubblica italiana. Sua madre, Elena Albertini, era la figlia del senatore Luigi Albertini, il grande direttore del «Corriere della Sera» fatto rimuovere da Benito Mussolini per il suo antifascismo. Andrea Carandini ha raccontato i suoi ricordi, le esperienze, i suoi antenati nel volume L’ultimo della classe (Rizzoli, 2021), ritratto di una società quasi estinta, di una borghesia critica e illuminata, rigorosa e competente.

1 maggio 2026 ( modifica il 1 maggio 2026 | 11:34)

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