Le guerre moderne non si vincono
Corriere della Sera - Cultura

Le guerre moderne non si vincono

Giovedì 30 aprile 2026
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I conflitti sono utilizzati come strumento di politica internazionale eppure è dimostrato che tendono ad eternizzarsi

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Le guerre moderne non si vincono

Andrea Riccardi | 30 aprile 2026

I conflitti sono utilizzati come strumento di politica internazionale eppure è dimostrato che tendono ad eternizzarsi

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Siamo in una stagione in cui la guerra, da «flagello» come recitava lo Statuto delle Nazioni Unite, è divenuta «strumento» principe di politica internazionale. Si va facilmente al conflitto ma poi non si riesce ad uscirne né in modo negoziale né con la vittoria. Lo si vede con i negoziati a Islamabad, tra Stati Uniti e Iran mediati dal Pakistan, che si trascinano senza punto d’incontro. Il regime iraniano, decapitato della guida suprema dall’uccisione di Khamenei, alla testa dal 1989, fatica ad essere un interlocutore unitario e articolato degli Stati Uniti, i quali intenderebbero tirarsi fuori dignitosamente dalla vicenda.
Dal 1° marzo scorso la situazione si è complicata con la crisi dello stretto di Hormuz, da dove passa circa il 20 per cento della produzione mondiale di petrolio e gas, che non era mai stato chiuso. Il conflitto era iniziato con bombardamenti israeliani e americani su obiettivi iraniani sia militari che industriali o politici. Il regime di Teheran sembrava indebolito per la crisi economica e la contestazione con le manifestazioni dall’autunno 2025 al grido «Donna, Vita, Libertà», e quelle più recenti di inizio gennaio, tutte impietosamente represse. Tuttavia, il Paese sta resistendo alle pressioni militari nonostante le distruzioni e le sanzioni. Non si tratta tanto dell’espressione di una coesione interna (anche se i bombardamenti l’hanno favorita nonostante la persistente impopolarità del regime), quanto di una condizione caratteristica delle guerre del XXI secolo. La disparità militare tra Stati Uniti e Israele da una parte e Iran dall’altra, è evidente, ma — allo stato attuale degli armamenti e della deterrenza — la forza non basta a piegare Teheran. È una condizione che si ripete in tante situazioni per le capacità militari raggiunte, al di là del possesso dell’arma atomica.

Del resto, sono più di quattro anni, dal 24 febbraio 2022, che russi e ucraini si combattono con un pesante bilancio di caduti e con un prezzo alto di distruzioni, pagato quasi tutto dall’Ucraina, a seguito dell’invasione russa. L’aggressione aveva lo scopo di un Blitzkrieg, una guerra lampo, per far cadere il governo di Zelensky e stabilirne uno favorevole a Mosca, contando anche sulla fragile coesione di uno Stato recente, in parte russofono e con minoranze russe. La resistenza ucraina è stata un’amara sorpresa per Putin, sicuro di una rapida vittoria. Il supporto occidentale, iniziato prima dell’invasione, è stato vitale, ma decisiva si è pure rivelata la reazione concorde provocata dall’aggressione, che ha compattato gli ucraini. Così, con qualche variante, il conflitto si è trasformato quasi in una guerra di posizione, mentre continuano i bombardamenti. È un chiaro esempio di come la guerra contemporanea finisca per eternizzarsi, causando gravi danni e perdite umane. Trump aveva promesso una rapida soluzione del conflitto russo-ucraino, ma ora la situazione è bloccata.

Era stato lui stesso, durante il primo mandato, a promuovere l’accordo di Doha con i talebani nel 2020 che mise fine a vent’anni di presenza in Afghanistan delle truppe USA e alleate, con il ritiro nell’anno successivo. Con tale decisone interruppe una guerra che non riusciva a concludersi. Il tragico bilancio delle vittime fu di 241.000 morti, di cui più di 65.000 afgani alleati della coalizione, e più di 85.000 tra talebani e contigui. Nella coalizione occidentale i caduti furono più di 3.500, di cui 57 italiani. Senza dimenticare il numero di afgani che avevano creduto alla democrazia e all’emancipazione delle donne, e che sono dovuti fuggire o si trovano in pericolo. Davvero sono stati rispettati gli impegni degli occidentali di favorire la fuoriuscita di quanti avevano collaborato con loro? La lunghissima operazione, boots on the ground, anche per il terreno tanto impervio dell’Afghanistan, mostra oggi la difficoltà/impossibilità di vincere guerre di questo tipo, nonostante la potenza militare e tecnologica dispiegata. L’esperienza sovietica nel Paese lo preannunciava. Ma la lezione della storia viene oscurata dall’esaltazione della forza e dello strumento militare.
Il discorso sulla guerra e la pace che Leone XIV continua coerentemente a fare, si fonda sulla tragica lezione dei conflitti del XX e del XXI secolo: non è frutto di una sorta di «buonismo» tradizionale, ma di un’ispirazione evangelica di fondo unita a una osservazione globale della realtà. Papa Francesco scrisse: «Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato». Aggiunse: «Non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce. Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”. Mai più la guerra!», concluse. La guerra rimane un’«inutile strage». È una convinzione ragionevole rispetto alle scorciatoie bellicistiche che diventano un tunnel da cui non si riesce a uscire, pagando un grande prezzo di vite umane, e mettendo in sofferenza l’economia di tanti Paesi.

30 aprile 2026

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