Ricordare oggi il sacrificio di Marcinelle
Era la mattina dell’8 agosto 1956 quando nel bacino carbonifero di Charleroi, in Belgio, a 975 metri sottoterra si scatenò un incendio che non lasciò scampo a 262 minatori, 136 dei quali erano giovani italiani
Ricordare oggi il sacrificio di Marcinelle
Paolo Di Stefano | 30 aprile 2026Era la mattina dell’8 agosto 1956 quando nel bacino carbonifero di Charleroi, in Belgio, a 975 metri sottoterra si scatenò un incendio che non lasciò scampo a 262 minatori, 136 dei quali erano giovani italiani
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E proprio quest’anno, 2026, la Festa dei Lavoratori avrebbe un motivo di riflessione in più, visto che tra pochi mesi cadranno i settant’anni dalla tragedia del lavoro più catastrofico che gli emigranti italiani abbiano mai conosciuto. Era la mattina dell’8 agosto 1956 quando a Marcinelle, bacino carbonifero di Charleroi, in Belgio, a 975 metri sottoterra si scatenò un incendio che non lasciò scampo a 262 minatori, 136 dei quali erano giovani italiani provenienti da molte regioni, non solo meridionali come di solito si pensa. Non rimane più quasi nessuno a fare da testimone diretto di quella catastrofe, né i compagni sopravvissuti né le vedove. Rimangono gli orfani che allora erano bambini. Mai però finire di parlarne, non per compatimento né per ridicolo orgoglio.
«A futura memoria (se la memoria ha un futuro)», diceva Sciascia. Noi italiani e noi europei, perché quella fu davvero una colossale sciagura europea della ricostruzione postbellica. Tra le vittime, oltre agli italiani e ai belgi, c’erano anche polacchi, greci, tedeschi, ungheresi, francesi, russi, britannici, olandesi, e persino tre algerini. «Tutti cadaveri», urlò un soccorritore due settimane dopo. Mai finire di parlarne, soprattutto ai ragazzi di oggi (anche se, temo, sia ancora un capitolo pressoché assente dai libri di scuola). Perché quella mattina, nei cunicoli del Bois du Cazier, finirono in fiamme anche sentimenti e princìpi che ancora oggi continuano ad ardere al fuoco della controversia.
Le ragioni della miseria più nera che costringono a lasciare il proprio Paese. E poi, la dignità del lavoro (nel ’46 era stato firmato un patto di scambio tra uomini e carbone). La sicurezza (le strutture in legno erano ottocentesche). Il senso tradito della patria (né il presidente del Consiglio Segni, né il presidente della Repubblica Gronchi si scomodarono per rendere omaggio ai morti). Infine, non poteva mancare la fiducia malriposta nella giustizia (nonostante le evidenti negligenze nella manutenzione della miniera, nessuno fu condannato).
30 aprile 2026
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