D’oro, ma a testa in giù: gli eroi fragili di Baselitz
Corriere della Sera - Cultura

D’oro, ma a testa in giù: gli eroi fragili di Baselitz

Giovedì 30 aprile 2026
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La Fondazione Giorgio Cini espone dal 6 maggio i dipinti più recenti dell’artista tedesco: icone luminose che sembrano indicare una via d’uscita dal male senza fine del XX secolo. Pubblichiamo l'articolo di Vincenzo Trione apparso su «la Lettura» #719 del 19 aprile 2026

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D’oro, ma a testa in giù: gli eroi fragili di Baselitz

di Vincenzo Trione

La Fondazione Giorgio Cini espone dal 6 maggio i dipinti più recenti dell’artista tedesco: icone luminose che sembrano indicare una via d’uscita dal male senza fine del XX secolo. Pubblichiamo l'articolo di Vincenzo Trione apparso su «la Lettura» #719 del 19 aprile 2026

Georg Baselitz (1938 -2026)

Pubblichiamo l'articolo di Vincenzo Trione pubblicato su «la Lettura» #751 del 19 aprile 2026 disponibile nell'App.

Un omaggio indiretto a Georg Baselitz. In questo modo potrebbe essere interpretata la lecture tenuta nel dicembre 2022 da Rachel Cusk a Venezia, nella sede di Palazzo Grassi. Intitolata L’artista e il suo doppio, questa conferenza è stata pubblicata nel 2023 (Marsilio Arte): quasi il prologo del romanzo Corteo (Einaudi Stile Libero). Vi si racconta di un artista che, giunto a un punto di svolta della sua carriera, comincia a realizzare lavori abitati da personaggi a testa in giù. A uno sguardo distratto, quei quadri sembrano appesi alla rovescia, per errore. Eppure, la firma riportata in basso, nell’angolo, annuncia «l’avvento di una nuova realtà». Che cosa c’è dietro questa torsione? «I primi dipinti erano grandi ritratti di persone riconoscibili (...). Erano semplici e formali, come se (il pittore) intendesse fare una dichiarazione di onestà nel momento stesso in cui capovolgeva il mondo. Perché quella gente era capovolta?». Difficile rispondere. Non si capisce se l’artista abbia lavorato «sottosopra» o si sia limitato a ribaltare le tele, una volta terminate.

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Ma, forse, quei giochi scandalosi nascondono altro. Il trauma della guerra, che si dà come esperienza «totale», come apocalisse insediatasi nella realtà: tragedia del Male assoluto, giudizio estremo, naufragio collettivo, disperazione di massa, atroce finale di partita. Nato nel 1938, Baselitz appartiene alla generazione dei tedeschi sopravvissuti all’abisso del secondo conflitto mondiale. Salvatosi dal naufragio della civiltà occidentale, sin dagli esordi è stata tormentato da un profondo complesso di colpa, i cui segni sono incisi nella sua coscienza e nel suo immaginario. Di questo choc è traccia la sua opera, il cui approdo (provvisorio) è costituito dal ciclo degli Eroi d’Oro esposto, dal prossimo 6 maggio, alla Fondazione Cini di Venezia, in una mostra curata da Luca Massimo Barbero (fino al 27 settembre). Siamo dinanzi al compimento di un percorso di rara coerenza poetica, che trova la sua vetta nei ribaltamenti eseguiti sin dagli anni Settanta, fondati sul gioco tra presa e spossessamento, tra rispetto e profanazione, tra difesa delle cose e diaspora del senso.

Per un verso, Baselitz intrattiene uno stringente confronto con la storia dell’arte. Si misura con la tradizione della ritrattistica. Distante da ogni concettualismo, riscopre la sfera dei contenuti. Richiamandosi a specifici eventi politici e sociali, elabora una sorta di drammaturgia intimamente tedesca. Impegnato a riportare la pittura nella cornice, «scolpisce» un’epica fatta di eroi devastati. Infine, sulle orme della riflessione condotta nel corso dei secoli dagli artisti sulla fisiognomica, indaga i moti dell’animo a partire dai lineamenti dei volti.

Per un altro verso, Baselitz intraprende un viaggio al termine della notte. Un po’ come Marcel Duchamp che, con un gesto semplice e radicale, aveva assunto oggetti consueti per ri-situarli in contesti istituzionali (musei e gallerie), risemantizzandoli, egli si comporta da traditore: dopo aver rassicurato lo spettatore, lo colpisce alle spalle.

In un primo momento, Baselitz mira a trasgredire l’estetica del garbato. Animato dal bisogno di «fare qualcosa di diverso» (come egli stesso ama ripetere), dà voce a uno sfrenato ribellismo. Sulla scia delle deflagrazioni sperimentate da Antonin Artaud, dipinge sagome mostruose che, vivisezionate, trasforma in matasse inestricabili. Brandelli di carne, facce senza identità. Affioramenti di una monumentalità mutilata, densa di riferimenti alle leggende germaniche. Sospese nel vuoto, sempre più sole e fragili, oramai prive di ogni tensione spiritualistica, le figure sono piegate verso quello che, con Gilles Deleuze, potremmo chiamare il «figurabile». Ogni residuo umanistico cede il posto a un anti-umanesimo tragico. Che annuncia una svolta: nel Novecento, la bellezza può vivere solo nel suo rovescio. Ne emerge una classicità perturbante, attraversata da scosse, affidata a una pittura barbarica, espressionista, sgrammaticata. Dinanzi a essa, il nostro occhio è invitato a concentrarsi sulle imperfezioni cromatiche e materiche, rese attraverso pennellate fluide.

Poi, dall’interno, Baselitz sgretola ogni riconoscibilità. Immediati ma ambigui, i suoi «eroi» si danno a noi in evidenza, ma non si fanno afferrare. Protagonisti di una comédie humaine lacerata, questi giganti sono messi a testa in giù, in modo da diventare ignoti a sé stessi: le teste sono in basso, i piedi in alto.

Su questi esercizi di stile si allunga l’ombra di Willem de Kooning, alla cui lezione si ispirano le opere di grandi dimensioni ora esposte a Venezia. Che suggeriscono un sentiero per portarsi fuori dalle tenebre del dolore. Alla soglia dei novant’anni, Baselitz sembra riscoprire la speranza della luce. Da questo stato d’animo nascono tele luminose, ricche di rimandi ai maestri bizantini. Su fondi impenetrabili sono stesi spessi strati di colore giallo. Con il suo abbacinante luccichio, l’oro «attiva» le superfici; annulla ogni illusione di profondità; esibisce una piattezza riflettente, che ricorda le icone medievali; genera inattesi giochi di riverberi; avvolge lo spettatore.

Su questi letti, sono «fermati» corpi accartocciati, delicatamente distesi. Si tratta di autoritratti e di ritratti di Elke, la moglie dell’artista. Definiti con vernice nera diluita, segnati da linee nette, esaltati da pennellate sature, questi nudi spettrali richiamano i ritratti di Hokusai. Solitari, umili, indifesi, svuotati, inquietanti, fluttuano nel vuoto. Dotati di un potere quasi devozionale, arrivano a farsi testimoni della fragilità dell’esistenza umana. «L’oro assorbe lo spazio, assorbe le ombre, assorbe la spazialità (...). E sopra tutto questo, solo un disegno, come su un foglio di carta, un disegno di nudo (...) il più raffinato che sono riuscito a realizzare», ha detto Baselitz. Che ha confessato i suoi debiti nei confronti di de Kooning: «Le mie sono piccole citazioni, che mi piace chiamare de Kooning-nel-posto-sbagliato: un’azione arbitraria e improvvisa con un pennello e una spatola nei colori di de Kooning da qualche parte all’interno o accanto alla figura».
 
Nel continuarsi, le tele veneziane sembrano indicare così una possibile via di uscita dal male di vivere del XX secolo. Anche se ci interroga ancora la domanda che si è posta Rachel Cusk: perché questa gente è capovolta? 

La mostra

La Fondazione Giorgio Cini di Venezia presenta dal 6 maggio (preview il 5) fino al 27 settembre «Georg Baselitz. Eroi d’Oro», una mostra di nuove opere di Georg Baselitz a cura di Luca Massimo Barbero, direttore dell’Istituto di Storia dell’arte della Fondazione Giorgio Cini, in partnership con la Galleria Thaddaeus Ropac (cini.it; ingresso gratuito). Il titolo della mostra richiama una delle prime serie (del 1965) di Baselitz, i famosi «dipinti degli Eroi» ispirati ai personaggi dei romanzi della guerra civile russa. «Questa serie — ha detto Georg Baselitz — ha dominato il mio lavoro per molto tempo e continua a farlo anche oggi»      

30 aprile 2026 ( modifica il 30 aprile 2026 | 18:28)

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