Lutto non lutto
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Lutto non lutto
di Maria Angela RobustelliQuei nove minuti di attesa indicati sul display informativo della metropolitana collinare direzione Garibaldi, avrei voluto diventassero molti di più.
Stavo bene dove stavo, seduta da sola sulla panchina d’attesa tutta per me, in una banchina ormai vuota perché per un soffio, avevo perso il treno.
Un momento di raccoglimento e di respiro in cui prendermi del tempo per abbracciarmi, vincere il senso di colpa, e per dire a me stessa che in fondo avrei rifatto quasi tutto.
Aveva mentito. Non era quello che mi aveva fatto credere di essere. Per quasi vent’anni.
Da quando mi aveva rivolto per la prima volta il suo sguardo sottile, quelle sciabole di occhi spaventati e bellissimi fatti di un mare gelido e terrificante, e mi aveva chiesto disperatamente di amarlo, era passato da un’oscura forma di abnegazione inconsapevole ad una muta richiesta di accettazione del suo essere anaffettivo ed egoista.
Eravamo arrivati a uno status quo della relazione privo di qualunque slancio di condivisione reale, ma fatto di solitudine coniugale, dei suoi tradimenti e della costante convivenza con un terzo incomodo, che ciclicamente lo trascinava nel baratro della dipendenza.
Come per tutte le grandi storie d’amore che si rispettino - e questa lo era stata fino a perdere il fiato - quelle memorabili della letteratura che ci offrono leggendole, di vedere chiaramente la nostra vita come una metafora, una parabola scandita da snodi decisivi, il cerchio si era chiuso con tanto dolore ma naturalmente. Come il sole che sorge e tramonta proprio lì dove sei stato felice e infelice, dove si è saputo aspettare tenendosi per mano, in un tempo sospeso e denso di sentimento e di nostalgia del domani.
Non un tempo di domande e risposte concrete, materiali, ma un tempo di appartenenza e tenerezza. Di passione e fiducia infantile. D’incoscienza.
Eppure mentre ero seduta lì, in quell’antro sotterraneo della metro, quell’insolito non avere fretta mi destabilizzava.
Era molto tempo ormai che non potevo assolutamente fermarmi, che dovevo correre come il treno appena passato; veloce, inesorabile e senza sosta. Altrimenti sarei ritornata preda dei ricordi che da un po’ di tempo finalmente riuscivo a rispedire nell’oblio, come un trenino di legno su binari magnetici con la mano all’indietro, allontanavo il pensiero di tutti quegli anni trascorsi insieme.
Mi dicevo che ero brava e ci riuscivo benissimo e che quella sera non ero di umore splendido, e non lo ero stata per tutto il giorno, solo perché inspiegabilmente la notte precedente lo avevo sognato di nuovo, felice, insieme a lei.
Mentre cercavo di riporre tutti questi pensieri bomba nella borsa e tirare fuori La grammatica della fantasia di Rodari, una donna un po’ agée , vestita come Sandy nella sua scena finale di trasformazione trasgressiva in Grease , viene a sedersi, tra tanti posti vacanti, proprio accanto al mio. Rapidamente, mi metto a ravanare senza pietà nella borsa con un cambio di programma, trovare auricolari di salvataggio, chiaro messaggio di indisponibilità al contatto verbale e umano quando, come per castigo divino, mi cadono borraccia - ingombrante oggetto di disintossicazione nutrizionale - caricabatterie, libro, finalmente lo avevo trovato e una mela, che rotolando oltre la banchina e finendo sui binari in contro al suo destino, faceva la sua tragica uscita di scena.
Con un garbo e serenità inattesi la donna mi aiuta a raccogliere armamenti e vettovaglie e, forse partecipe del mio imbarazzo, a sorpresa, mi chiede se avessi avuto una brutta giornata e che non dovevo più pensarci.
A quel punto non avrei potuto fare altro che fermarmi, guardarla negli occhi, perdere altri tre treni e stare ad ascoltare quello che una specie di Sibilla underground, oss di Torre del Greco, 61 anni portati benissimo, aveva ancora da dirmi su di me.
Vedova da quattro anni era ancora innamorata perdutamente di Domenico, che fino al suo ultimo giorno non aveva mai smesso di dirle quanto fosse bella. Mi raccontò con gli occhi lucidi di come si erano conosciuti per uno strano scherzo del destino e di come il matrimonio a monte con quell’altro che l’aveva tradita con un’altra poco prima di sposarsi, le avesse permesso di incontrare il vero amore della sua vita.
A quel punto, un po’ stordita ma con delicatezza provai a dirle che mentre il suo era un caro morto morto , il mio era un morto vivo, in mezzo a un mondo del quale io non facevo più parte.
Ma Mena, la sacerdotessa gentile della metro, prima di scendere a Materdei mi lasciò il suo vaticinio. Mi disse che era certa che tra qualche tempo ci saremmo rincontrate, così per caso, e che mi avrebbe ritrovata sul binario giusto, del treno giusto, con la persona giusta, senza correre. Ma che pima di andare a fare qualunque altra cosa stessi andando a fare, dovevo scendere a Toledo per fare visita a Maria Francesca e sedermi sulla sua sedia.
Così feci.
Scesi a Toledo e arrivai in Vico Tre Re e anche se l’orario di visite della piccola chiesetta delle Cinque piaghe era finito, provai a bussare. Mi aprirono.
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