Una diplomazia europea per Kiev
Bruxelles, rimasta sola a sostenere l’Ucraina, deve riuscire a trattare con Mosca
Una diplomazia europea per Kiev
Paolo Valentino | 29 aprile 2026Bruxelles, rimasta sola a sostenere l’Ucraina, deve riuscire a trattare con Mosca
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Ora che Viktor Orbán è stato sconfitto nelle urne e l’Ungheria ha tolto il veto al prestito senza interessi da 90 miliardi di euro per l’Ucraina, l’Unione europea porta interamente sulle spalle il sostegno a Kiev e alla sua lotta contro l’invasore russo. Il via definitivo dato dagli ambasciatori dei Ventisette è un segnale potente della determinazione dell’Europa a proseguire il suo impegno, di fronte al distacco americano e all’intensificarsi dell’offensiva della Russia contro le infrastrutture civili ucraine. L’approvazione del ventesimo pacchetto di sanzioni, mirate a colpire gli interessi economici di Mosca e le sue esportazioni di petrolio attraverso la flotta ombra, dà ulteriore spessore all’azione europea, mentre la Commissione di Bruxelles sta già lavorando a un nuovo round di misure coercitive.
Distratti come siamo dalla pericolosa partita in corso nello Stretto di Hormuz, abbiamo quasi passato sotto silenzio l’importanza di questa svolta nella crisi ucraina: «L’Europa ha dimostrato di saper reggere anche da sola ed è un fatto enorme», dice un ex premier europeo.
Grazie all’appoggio finanziario e militare dell’Unione, che acquista le armi dagli Usa e le gira a Kiev, l’Ucraina infatti ha ora risorse e capacità per resistere a lungo, un anno e più, impedendo ai russi avanzate significative e infliggendo loro perdite dolorose, sia al fronte che in profondità nelle loro infrastrutture energetiche.
Detto altrimenti, Kiev non può essere costretta a capitolare nei termini punitivi e imperiali pretesi da Putin e in parte assecondati dall’Amministrazione Trump nella sua disonesta mediazione, condotta da Steve Witkoff e Jared Kushner, al momento congelata a causa degli avvenimenti nel Golfo.
Ma è proprio questa trattativa in «trompe l’œil» a far emergere il doppio problema che rischia di vanificare la coraggiosa presa in carico finanziaria e militare dell’Europa. Il primo è che, con le parole di Claudia Major, analista del German Marshall Fund, «non abbiamo una definizione di cosa sia una vittoria per l’Ucraina». «Non è una strategia — spiega — tenere Kiev in partita fino a quando qualcosa cambia a Mosca, qualcuno muore o viene cacciato, o l’economia collassa».
Ancora più importante e cruciale è però l’assenza di una dimensione diplomatica che abbia l’Europa come protagonista. Di tutte le lezioni che il grande Henry Kissinger ci ha lasciato, quella fondamentale è che guerra e diplomazia siano indissolubilmente collegate. La leva militare serve a negoziare da una posizione di forza, poiché ogni conflitto deve terminare con un accordo, un trattato, una pace.
È tempo cioè per l’Europa di intestarsi un piano, coordinato con l’Ucraina, e assumersi in prima persona la responsabilità di negoziarlo con la Russia. Non per trattare la cessione di territorio ucraino, ma per insistere su condizioni irrinunciabili come le garanzie di sicurezza per Kiev. Naturalmente l’Unione ha bisogno di una strategia per sedersi al tavolo, dal momento che Putin finora si è rifiutato. C’è una studiata ostentazione nella telefonata di un’ora e mezza con Donald Trump, in cui lo Zar ha «magnanimamente» offerto una tregua in Ucraina in occasione del 9 maggio. Certo, la prospettiva di aprire un canale diplomatico con il Cremlino è molto controversa. Ci aveva provato in febbraio il presidente francese Emmanuel Macron, inviando a Mosca il suo principale consigliere di politica estera, Emmanuel Bonne. Una mossa unilaterale, liquidata da Sergei Lavrov come «diplomazia patetica», che ha reso nervosi sia gli ucraini che i baltici.
Ora però l’Europa è in una posizione diversa. Più forte e più unita. Soltanto agendo insieme, ma soprattutto usando gli strumenti a propria disposizione l’Unione può esser presa sul serio: appoggio militare, sanzioni, fondi congelati della Russia e diplomazia devono avanzare su linee diverse ma parallele.
Due questioni si pongono in questa prospettiva. La prima, quale deve essere l’obiettivo: «Una soluzione coreana — dice l’ex primo ministro — con un cessate il fuoco sull’attuale linea del fronte, permetterebbe a Putin di incassare il riconoscimento di fatto dell’annessione della Crimea e a Zelensky di non cedere la linea strategica fortificata del Donbass, senza la quale non potrebbe più difendere Kiev».
La madre di tutte le domande rimane però chi debba prendere l’iniziativa in nome dell’Europa. Difficile immaginare che possa essere il tandem Ursula von der Leyen e António Costa. Nei mesi scorsi alcuni Paesi, fra i quali l’Italia, hanno sostenuto l’apertura di colloqui diretti con Mosca e ipotizzato la nomina di un inviato speciale per l’Ucraina. Fra i nomi circolati ci fu anche quello di Mario Draghi. In febbraio, l’idea del canale diretto e dell’inviato è stata sostenuta perfino dai leader di Lettonia ed Estonia, di regola i più restii a ogni apertura di dialogo con Mosca. Ma la proposta dell’inviato ha molte controindicazioni, anche rispetto ai poteri di cui verrebbe investito. «Più praticabile ed efficace — suggerisce l’ex premier europeo — sarebbe l’ipotesi di un piccolo gruppo di leader europei (due o tre sul modello dei negoziati di Minsk) che agisca a nome dell’Ue, sollecitando anche l’aiuto di Usa e Cina e perché no di altri attori come Turchia, India e Azerbaigian».
Comunque andrà, l’Europa che ora ha sulle spalle l’intero peso del sostegno a Kiev deve necessariamente dotarsi anche di uno strumento e di una strategia per parlare con la Russia. Parafrasando Clemenceau, la diplomazia è una cosa troppo seria per lasciarla nelle mani di un presidente matto e di due immobiliaristi senz’arte né parte.
29 aprile 2026
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