Un piano «B» per il campo largo
Verso il voto: i due sindaci Silvia Salis e Gaetano Manfredi possibili alternative se Schlein e Conte non riuscissero a imporsi
Un piano «B» per il campo largo
Enzo D'errico | 29 aprile 2026Verso il voto: i due sindaci Silvia Salis e Gaetano Manfredi possibili alternative se Schlein e Conte non riuscissero a imporsi
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Sono l’alfa e l’omega, l’inizio e la fine, due mondi che considerarli lontani è già un peccato d’ottimismo. Eppure, a dispetto della geometria, queste rette parallele convergono in un punto: la (malcelata) tentazione di guidare il fronte progressista dopo il voto. Dopo, sia chiaro, e non prima. Perché in quel caso perderebbero la partita a tavolino. Senza nemmeno scendere in campo. Parliamo di Silvia Salis e Gaetano Manfredi, i rincalzi di lusso che, nei minuti di recupero, potrebbero sbloccare un risultato bloccato sul (sostanziale) pareggio. Ecco perché entrambi osteggiano le primarie, destinate irrimediabilmente a risolversi in una sfida tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, e sperano che la legge elettorale non cambi. Mettiamo, infatti, che il centrosinistra vincesse con un margine risicato e sulla scheda mancasse l’indicazione del premier, cos’altro potrebbe fare il presidente Mattarella se non scegliere un nome tra quelli seduti in panchina, una riserva con il blasone adatto a garantire un minimo di concordia in un Parlamento altrimenti ingovernabile?
E qui torniamo al punto di partenza: d’accordo, ma chi tra i due? L’unica cosa che hanno in comune è il mestiere di primo cittadino. Dettaglio che, in verità, non ha mai portato bene, tranne che a Matteo Renzi. È da trent’anni ormai che sulla scena politica, ciclicamente, aleggia il «partito dei sindaci», un fantasma che appare minaccioso alla vigilia delle elezioni e poi evapora sommesso quando le urne chiudono. Se ne accorse per primo Massimo D’Alema che, nel dicembre 1997, bollò come «cacicchi» i leader locali che dai loro municipi provavano a creare un movimento in grado d’insidiare gli equilibri nazionali. Molti anni dopo, identico termine fu adoperato anche da Elly Schlein, appena nominata segretaria del Pd, per definire l’unità di misura della sua lotta contro i vecchi assetti del partito. Peccato che la stessa Schlein, al termine di una disinvolta inversione di marcia, si ritrovò poi a fianco di Vincenzo De Luca, il re dei «cacicchi» che, dopo essere stato dieci anni presidente della Campania, oggi è in corsa per tornare alla guida del Comune di Salerno.
Attenzione, dunque: la patente di sindaco non basta a impugnare il volante dello schieramento. Anzi, può rivelarsi addirittura controproducente. Sono altre le carte su cui puntare. E tra quelle che hanno in mano i due «candidati di scorta» non ce n’è una che sia uguale. Silvia Salis scommette tutto sulla comunicazione, dote nella quale appare imbattibile. Gaetano Manfredi, al contrario, su una fitta rete di relazioni che va ben oltre i confini dell’universo progressista. Salis è sostenuta da uno staff di professionisti rodati a livello nazionale, mentre Manfredi preferisce una cerchia più ristretta e amicale, facendo leva sulla propria smisurata capacità di lavoro. Salis va giù di netto (almeno a parole) nell’affrontare i problemi, Manfredi invece è un temporeggiatore che (per natura) mira a far stemperare le questioni prima di metterci mano. Salis viene dal mondo dello sport dove è stata campionessa di lancio del martello, disciplina nella quale l’armonia dei movimenti rotatori genera la forza necessaria per scagliare l’attrezzo il più lontano possibile. Manfredi è il Gran Visir dell’Accademia vesuviana (e non solo), ex rettore della Federico II, da cui ha importato gran parte dei suoi assessori e consulenti. Salis è sindaca di Genova da poco meno di un anno, Manfredi amministra Napoli da quattro anni e vanta pure un’esperienza da ministro dell’Università nel secondo governo Conte. È vero, infine: né l’una né l’altro sono iscritti a un partito ma rappresentano le cangianti sfumature di quello che potrebbe essere un «riformismo radicale» destinato a coagulare i centristi a fianco di Pd e Cinque Stelle. A patto che ciò accada mai.
Allo stato dei fatti si naviga nella nebbia, cosa che entrambi i contendenti di riserva non dispiace affatto. Per i loro disegni, meno succede e meglio va. L’obiettivo a breve scadenza è che la legge elettorale resti immutata o che, al massimo, non preveda l’indicazione del premier. Il resto andrà da sé. Bene, ma chi potrebbe spuntarla tra i due qualora il voto del prossimo anno costringesse il presidente Mattarella a sparigliare affidando l’incarico, nel centrosinistra, a un leader meno divisivo di Schlein e Conte? Oggi, probabilmente, sarebbe in vantaggio Gaetano Manfredi, oltre che per una maggiore esperienza amministrativa, anche per i suoi solidi rapporti con il Quirinale, i legami intessuti nel tempo con molti ambienti trasversali alle coalizioni e il telaio dell’Anci, di cui è presidente, dove si è guadagnato l’amicizia di tanti sindaci del centrodestra moderato. Guai, però, a dare per vinta una come Silvia Salis che, da atleta, ha imparato il valore della tenacia e l’importanza della programmazione. Al contrario di quanto avviene nella vita, un anno in politica è maledettamente lungo. Può succedere di tutto. Perfino che un rincalzo di lusso, all’ultimo minuto, diventi capitano. A Palazzo Chigi.
29 aprile 2026
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